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11 ottobre 2017 3 11 /10 /ottobre /2017 05:16

 

 

http://www.adnkronos.com/fatti/cronaca/2016/12/09/storia-amore-capolinea-segnali-per-capirlo

Risultati immagini per capolinea

 

 

Storia d'amore al capolinea? 10 segnali per capirlo

 
 

Avete una relazione, ci siete immersi fino al collo. Ma vi siete mai fermati almeno una volta per chiedervi: sono davvero felice? La storia che sto vivendo con lui/lei è quella giusta?

Secondo gli esperti, ci sono 10 segnali che possono aiutare ciascuno di noi a capire se sia davvero così. Segnali che lanciano un avvertimento su quanto, inconsapevolmente, siamo infelici senza accorgercene e che potrebbero dirci se sia necessario interrompere la storia o dare una svolta al rapporto d'amore.

Ecco il decalogo realizzato dalla psicologa ed esperta di relazioni, Rachel Maclynn, e pubblicato dal 'Mail on line', per rendersi conto quando qualcosa non va.

1. Hai perso la 'scintilla': qualcuno degli amici ti fa notare che non sembri più lo stesso? Quando siamo in una relazione infelice, infatti, l'entusiasmo può risentirne.

2. Il partner ti irrita facilmente: ti ritrovi spesso a roteare gli occhi in segno di scarsa sopportazione per quasi ogni sua parola e vi innervosite per molte delle cose che fa.

3. Non c'è più intimità, né sesso: la maggior parte delle persone sa che la vita sessuale di una coppia diminuisce inevitabilmente, ma se non provate mai eccitazione fisica quando il partner si avvicina, allora ci potrebbe essere un problema più grave.

4. Ti rendi conto che vorresti passare più tempo da solo: chi si trova infelicemente in coppia, in modo graduale preferisce sostituire il tempo dedicato al partner con tempo da passare con gli amici (e un segnale di vera infelicità è decidere di passarne una gran quantità da solo).

5. Non fai più complimenti al partner: in genere, tendiamo a riflettere i nostri sentimenti sugli altri; e così, se qualcuno ci fa sentire infelice, inconsapevolmente facciamo lo stesso, impedendo che l'altro lo sia.

6. Diminuisce l'autostima: ti accorgi di aver iniziato a mettere in discussione il tuo fascino; che il vostro partner se ne accorga o meno, sta comunque facendo qualcosa che contraddice come dovrebbe farvi sentire un compagno/a.

7. Non siete più impazienti di tornare a casa dal lavoro: in modo inconsapevole, infatti, è un modo per cercare di non passare tempo con chi vi fa sentire infelice, preferendo addirittura la propria occupazione.

8. Non programmate più viaggi assieme: pianificare il futuro, infatti, è qualcosa che facciamo istintivamente quando siamo innamorati.

9. Vi prendete meno cura del vostro aspetto: vi capita di non sforzarvi neanche un po' nel prepararvi per un'uscita con il partner? Attenzione, brutto segno. Come anche se vi è indifferente ogni apprezzamento che ricevete.

10. Sminuite il partner davanti agli amici: quando si è infelici in una relazione, si inizia a perdere rispetto per l'altra persona, finendo anche per dire pubblicamente qualcosa di inopportuno. Segno rivelatore che c'è qualcosa di fondamentalmente sbagliato nel rapporto.

 

MINA E poi con testo - YouTube

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10 ottobre 2017 2 10 /10 /ottobre /2017 19:49

 

 

http://d.repubblica.it/lifestyle/2016/03/25/news/litigi_di_coppia_amore_famiglia_parole_di_troppo_psicoterapeuta_relazione-

 

Coppia

 

Le parole di troppo (che fanno male all'amore)

Contare fino a dieci, tenersi tutto dentro, andarsene per sbollire. Quando queste piccole strategie non bastano più, si rischia di scoppiare in tante (troppe) parole. Sapersi contenere al punto giusto ed esprimersi al meglio diventano capacità fondamentali, per evitare equivoci e tutelare la nostra relazione. Ce lo consiglia la psicoterapeuta. A seguire la testimonianza di una coppia che ha recuperato l’armonia del dialogo.

Le parole di troppo (che fanno male all'amore)

“Non capisci mai niente”, “Vattene”, “Che cosa ci faccio io con te?”,”Non ti sopporto più”,”Mi hai rovinato la vita”. E chi più ne ha, più ne metta. Perché la lista delle parole di troppo potrebbe andare avanti con facilità. Sembra un paradosso, ma più amiamo qualcuno, più tendiamo a ferirlo. E rischiamo di essere ferite.
Sarà che con lui ci siamo finalmente aperte, sarà che gli abbiamo dato la nostra fiducia. Sarà che torna a bruciare una vecchia ferita. In amore siamo vulnerabili e scattiamo per difesa. Basta davvero poco per superare il confine del dialogo sano ed esplodere nella rabbia. Quella cieca, che non si sa controllare e che, fuori dalla nostra volontà, danneggia l’altro, la relazione, noi stesse. La psicoterapeuta Margherita Spagnuolo Lobb, direttore dell’Istituto di Gestalt HCC, ci mostra l’importanza dell’esprimere le emozioni con delicatezza. Per imparare, col tempo, ad avere sempre più dimestichezza con le parole che fanno bene alla coppia. E a scartare quelle che feriscono.

1.  Quando siamo coinvolte in una discussione accesa con il partner e ci "infuochiamo" rischiamo di usare parole che feriscono. A volte lo facciamo volontariamente, a volte è più forte di noi. Come mai c'è sempre un punto in cui si arriva a "esplodere" in parole di troppo, nolenti o volenti?

Cosa fare. Si dice che l’amore è cieco, ma in realtà è cieca la rabbia: non l’amore. Quando amiamo concediamo all’altro di entrare nella nostra anima. Gli mostriamo i nostri desideri, mettiamo a nudo le nostre ferite, gli “confessiamo” come abbiamo imparato a chiuderci in noi stesse per non farci fare del male. L’amore ha sempre un intuito primordiale: ci innamoriamo di qualcuno che è abbastanza familiare ma anche abbastanza diverso. In modo da poter riaprire con lui una nostra ferita, e superarla al tempo stesso. A una condizione: che non riviviamo quella vecchia ferita. Perché può capitare che, d’un tratto, quell’amore stesso, con cui ci siamo concesse all’altro, ci ferisca. Magari proprio nel momento in cui pensavamo di star curando le nostre ferite insieme a lui. E allora il partner diventa un nemico: come – o peggio! – del padre, della madre, del fratello, della sorella che ci avevano ferito…

2. Parlare troppo, parlare troppo poco: in amore "il troppo stroppia". Ci sono situazioni, per esempio, in cui non diciamo  subito  al partner  quel che vorremmo dirgli. Ingoiamo il rospo, ci tratteniamo, ci zittiamo.  In altri casi poi diventiamo  "vulcani di parole” ed “eruttiamo”. Pensa che sia meglio sfogarsi subito, oppure   "sbollire" da sole prima di parlare col partner? 
Cosa fare.  Meglio affrontarsi subito, senza troppi silenzi e cercando di autoregolarsi. Quando decidiamo di “sbollire” da sole ci chiudiamo momentaneamente al dialogo: lo facciamo per paura oppure per proteggere l’altro. Ambedue gli atteggiamenti indicano comunque un distacco: nel primo caso consideriamo il partner incapace di comprenderci, nel secondo incapace di sopportare. Va da sé che, quando l’altro è visto come un bambino o come un egoista, le cose non vanno più tanto bene! L’obiettivo in coppia è quello di dirsi tutto, o almeno tutto ciò che è rilevante. O che si vorrebbe condividere. È proprio questa l’intimità:  parlare dei propri vissuti importanti, anche di quelli più vergognosi. Se non sentiamo questa fiducia meglio riflettere sulla relazione di coppia. Difendersi va bene, per evitare di farsi male e anche per regolare la situazione. Ma a un certo punto bisogna cercare di stare completamente a proprio agio nella coppia. E abbassare le difese.

3. Contare fino a 10. Andarsene per cambiare aria. Sfogarsi nel pianto. Ascoltare di più, mettersi nei panni dell'altro.  Quali strategie consiglierebbe di adottare a una donna per evitare di dire cose di cui potrebbe pentirsi e per non cedere alle provocazioni del partner? 

Cosa fare.  Esistono due tipologie di rabbia: quella buona e quella cieca. La prima ci consente di rimanere in contatto con l’altro e anche con noi stesse, permettendoci di esprimerci e magari cambiare le cose. La seconda, invece, è un tipo di rabbia che non ci fa vedere l’altro (né la situazione) per quel che è. Lo sfogo dettato dalla rabbia cieca non è mai buono né utile. Se una donna sente di non poter gestire la sua rabbia, meglio che conti fino a 10 o che cambi aria prima di parlare. Solo a quel punto, quando si sarà un po’ calmata, potrà relazionarsi nuovamente all’altro: guardarlo negli occhi, stabilire un contatto di sintonia sensoriale ed emotiva. Per esprimere il calore che c’è, dietro all’amore ferito.

4. "Scusa, non lo pensavo veramente". Dopo aver parlato "troppo", inciampiamo nel senso di colpa.  Ci siamo mostrate a lui  per come non siamo, lo abbiamo ferito: “in fondo, neanche se lo meritava”. Se poi non veniamo perdonate subito, ci sentiamo ancora peggio. Ecco: dopo che "la frittata" è fatta,  che cosa possiamo fare e dire per sistemare le cose?

Cosa fare.  Meglio essere dirette, non girarci intorno e non accampare scuse. Se ci incartiamo le cose si complicano. Certo è difficile dire “scusa”, “non volevo ferirti”. Eppure sono proprio queste le parole magiche che ci consentono di riavere la sua attenzione. Non dimentichiamo la cosa fondamentale: la nostra rabbia lo ha ferito, ma noi non lo volevamo! Sono questi i due passaggi fondamentali per recuperare l’armonia: riconoscere il suo dolore (sappiamo dove abbiamo infilato il coltello!) e dirgli a parole semplici la verità. Ovvero che ci dispiace, che non era nostra intenzione.

5. C’è anche un lato positivo, però, del "parlare troppo". La  nostra reattività nei confronti dell'altro  può essere interpretata  come un  termometro del coinvolgimento affettivo, per esempio. Come una sorta di "energia positiva" che emaniamo per stimolare (anche con le cattive) un cambiamento. Che cosa ne pensa a riguardo? 

Cosa fare.  Sì certo: dietro ogni rabbia c’è il desiderio di raggiungere l’altro. Gli stiamo dando occasione di aggiustare il tiro con noi, di raggiungerci in un modo che non ci faccia chiudere del tutto. Sicuramente la rabbia implica un coinvolgimento affettivo. Bisogna però usare i modi e le parole giuste: ci sono parole che fanno aprire e parole che fanno chiudere. Da anni conduco corsi di comunicazione che insegnano proprio questo. Per esempio, è molto meglio dirgli “ci resto male quando non mi apri la portiera della macchina”. Piuttosto che: “sei un cafone!”. O, ancora, meglio dire: “quando mi porti i fiori per il mio compleanno mi fai commuovere”. Anziché: “sei il migliore fidanzato del mondo”. Forse non si può avere subito e sempre la lucidità di esprimersi. Ma è una questione di piccoli allenamenti: poi, credetemi, funzionerà benissimo.

LE VOSTRE TESTIMONIANZE


Claudia, 38 anni, marketing manager
Un anno fa ho rischiato di rompere la mia storia con Marzio, perché ero molto nervosa e sotto stress. Al lavoro non mi trovavo più bene. In pratica trattenevo la mia rabbia tutto il giorno per poi scaricarla addosso a lui, quando rientravo a casa. Non sembravo neanche più io: scattavo per ogni cosa, gli lanciavo addosso parole orribili. Fino a quando, un giorno, lui ha preso un po’ delle sue cose e “ha fatto finta” di andarsene. Lì ho avuto paura di perderlo. Ed è stata questa paura a svegliarmi e a farmi capire che cosa mi stava accadendo.

Marzio, 42 anni, avvocato
Claudia non sembrava più Claudia. Era diventata rabbiosa, isterica, avvelenata. In quel periodo mi rinfacciava cose inesistenti, si lamentava di me, era offensiva. Avevo quasi timore di esprimermi a un certo punto! Capivo la sua situazione e stavo zitto. Ma un giorno non ce l’ho fatta più. Mi sono detto: “per quanto ancora andrà avanti così?”. Ho deciso di fare qualcosa, di darle un segnale. Ho preso le mie cose e le ho detto che me ne sarei andato. Lei è scoppiata in lacrime e mi ha abbracciato, chiedendomi scusa. La parola più bella che potesse dire.

 

Mina - Non tornerò - YouTube

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27 settembre 2017 3 27 /09 /settembre /2017 17:26

 

 

https://matrimoniocristiano.org/2016/06/12/lamore-e-umile/

 

https://i0.wp.com/www.boaviagem.org.br/site/wp-content/uploads/2014/12/imagem_ns_boaviagem_091211.png

 

L’amore è umile

 

Cosa significa essere umili? S’impara in famiglia. Essere umili non è andare davanti al Signore e ammettere di essere peccatori. Questa non è vera umiltà se non è accompagnata da un agire umile.

L’umiltà è essere consapevoli dei propri difetti, ma anche dei propri pregi e delle proprie qualità e non nasconderle, ma usarle per il bene del prossimo, in particolare di nostro marito, di nostra moglie e dei nostri figli.

La maestra dell’umiltà a cui dobbiamo guardare è Maria. Maria ha sempre agito nel nascondimento e nell’amore.

L’umiltà è abbassarsi e mettersi completamente al servizio dell’altro, anche se l’altro oggettivamente non lo merita per come si comporta.

Umiltà è mettersi al servizio dell’altro senza pretendere che ci venga riconosciuto e senza rinfacciarlo nei momenti di tensione e litigio.

Umiltà è considerarci servi inutili ed essere felici di aver fatto il bene per la persona a noi cara anche se questa non capisce che ci è costato fatica e dedizione.

L’umiltà è abbassarsi e non aspettarsi niente, perchè amare significa anche questo.

L’umiltà è difficile, perchè il nostro egoismo e il nostro egocentrismo sono ostacoli durissimi da superare, ostacoli sui quali inciampiamo ogni giorno. L’amore, però, se non è umile, non è amore ma è autocompiacimento, cioè quello che dovrebbe essere dono gratuito diventa celebrazione di sé.

Nell’amore sponsale di coppia e nella relazione affettiva con i figli, si cerca di imparare ad amare in modo vero, in modo umile.

 

Cesare Cremonini - Buon Viaggio [Share The Love] (Testo | Lyric ...

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25 settembre 2017 1 25 /09 /settembre /2017 11:32

 

 

http://www.corriere.it/cultura//bevilacqua-non-desidererai-uomo-altre_

 

 

«Tu non desidererai l'uomo d'altre»

 

Dai tempi di Mosè a oggi, com'è cambiato il concetto di infedeltà femminile

 

Il concetto di infedeltà femminile è, se inteso come specifico, assurdo: non esiste un'infedeltà femminile e una maschile: questa distinzione risente ancora della società mosaica, che prospettava un comandamento secondo il quale non si doveva desiderare la donna d'altri, ma non l'uomo d'altre. Cioè si riteneva la donna inabile anche a desideri capaci di procurare colpa. Una semplice res , come una pecora o un cammello.

Non esiste un solo tipo di infedeltà, comune a tutti. Essere infedeli significa tradire qualcosa d'importante: un patto di fiducia, un'amicizia, un amore. E qui, sì, c'è una distinzione. Essendo stato, storicamente, abituato a tradire una res, una cosa, l'uomo ha come usurato, in sé, il concetto del suo tradimento verso la donna; si è trovato, anche inconsciamente, a banalizzarlo, magari ad atteggiarlo in una sfera di sessualità praticata e spicciola che, si dice, non tocca ciò che è importante. L'uomo, quindi, secondo il senso (non il buonsenso) comune può concedersi impunemente un'avventura, la donna no; la sua non può essere mai una faccenda banale, ma un tradimento, sempre con qualcosa di oscuro, di sporco.

Perché questo luogo comune? Il punto è sempre lo stesso. Lo stato di reificazione in cui la donna è stata tenuta per tanta parte della storia. Per cui i conti sembrerebbero semplici: se è la res che procura infedeltà al proprietario (nell'istituto familiare, per esempio, ancora a carattere virile-egemonico-economico) la faccenda è gravissima, perché si entra nell'insubordinazione morale dello schiavo, nella rivolta occulta o no, nell'atto di autorità lesa. Se invece è il contrario, tutto fila. Il padrone può bene tradire lo schiavo.

Bronzino, «Allegoria della lussuria» (1540-1550), particolare

Questi conti, fatti alla luce dei rapporti di dipendenza, tornavano fino a ieri. E tornavano male. Servivano all'ipocrisia di una società razzista. Oggi che la donna, a tutti gli effetti, uguaglia il suo partner, essi non tornano più.

Il padrone è diventato un compagno. Se esercita l'infedeltà, non commette soltanto il peccato veniale d'avventura, ma tradisce. A condizione, appunto, che esistano i presupposti, autentici, per un tradimento. Ripeto: soprattutto un patto di fiducia. Resterebbe, da esaminare, l'altra vecchia questione: se l'atto sessuale comporti, per l'uomo, la semplice sessualità, e per la donna invece qualcosa di più.

Credo che, sì, l'uomo riesca a possedere una donna con l'atonia psicologica a cui è stato addestrato da un meretricio secolare; e che la donna, invece, anche nel più occasionale degli atti sessuali (magari fatto al buio, su una spiaggia, senza neanche guardare in faccia il suo partner) impieghi sempre qualcosa che appartiene al suo personale mistero, non fosse che un'ancestrale felicità, una meraviglia legata al suo istinto materno, una pietas per se stessa e per l'altro. L'essere penetrati - in tal senso - non uguaglia il penetrare. Ma non solo per fatti storici. Per fatti biologici. Ma tutto ciò non appartiene al concetto, bensì al meccanismo psicologico.

Se la donna tradisce più di una volta? Non credo proprio. Tradisce come una volta. Perché anche una volta tradiva molto. Come molto tradiva e tradisce l'uomo. Viviamo in una squallida società di gente che tradisce e s'inventa mille alibi per poter tradire sgravandosi la coscienza.

 

Alberto Bevilacqua

 

Mina - Certe cose si fanno (2002) - YouTube

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25 settembre 2017 1 25 /09 /settembre /2017 05:57

 

 

"Sono dentro,
donna o uomo che vive li
nel seno di questa chiesa.
Da me amata,
desiderata e capita...
Sono dentro.
Mi manca aria,
Aspetto l'alba,
Vedo tramonto.
La chiesa dei cardinali
madri per gioielli,
matrigne per l'amore.
Ho inciampato
e la chiesa non mi sta
raccogliendo.
Solitudine a me dona,
a lei che avevo chiesto
Maternità.
E l'anima mia,
Povera,
Riconosce lo sbaglio
di aver scelto il dentro e,
Vorrei uscire
ma dentro dovrò stare,
per la madre
che non accetta,
Il bene del vero
che ho scoperto
per l'anima mia.

Chiesa,
Antica e poco nuova,
Barca in alto mare,
Getta le reti
Su chi ti chiede maternità.
Madre o matrigna,
per me oggi
barca in alto mare
che teme solo di
Affondare!
Matrigna. "
 
Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27"
 

http://www.ilgiornale.it/news/politica/papa-tolleranza-zero-mai-grazia-ai-preti-pedofili-1444591.html

 

Il Papa della tolleranza zero: "Mai grazia ai preti pedofili"

 

Francesco durissimo: "Per noi sono una vergogna". E critica la dottrina Wojtyla: "Non basta spostarli"

 

 

L'era dei panni sporchi lavati in casa è finito, la Chiesa ha affrontato in ritardo la piaga della pedofilia, chi ha commesso abusi non avrà mai la grazia.

 

Papa Francesco non ha usato mezzi termini e nell'udienza concessa ieri ai membri della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, da lui istituita nel 2014, ha fatto l'ennesimo «mea culpa», puntando il dito, per la prima volta, contro le pratiche utilizzate nel passato, soprattutto sotto il pontificato di San Giovanni Paolo II, di spostare i preti accusati di pedofilia di parrocchia in parrocchia, di città in città. Basti ricordare anche il caso clamoroso del cardinale americano Bernard Law, a capo della diocesi di Boston, accusato di aver insabbiato i casi di pedofilia e che, anziché esser rimosso, dopo le dimissioni nel 2004, fu trasferito a Roma come arciprete della Basilica di Santa Maria Maggiore. «La Chiesa è arrivata tardi nell'avere coscienza della gravità del problema - ha ammesso il Papa - è arrivata tardi nell'assumersi le proprie responsabilità. È la realtà: siamo arrivati in ritardo. Forse l'antica pratica di spostare la gente, ha addormentato un po' le coscienze e quando la coscienza arriva tardi, anche i mezzi per risolvere il problema arrivano tardi». Un messaggio chiaro: è finito il tempo in cui ci si voltava dall'altro lato, è il momento di lasciar spazio a quella «tolleranza zero» tanto invocata da Benedetto XVI. Bergoglio, che già in passato aveva paragonato i preti pedofili ai satanisti che celebrano le messe nere, ha anche voluto chiarire che non intende aver «misericordia» con chi commette abusi, dando nuove istruzioni ai suoi collaboratori, annunciando, in pratica, una totale rottura rispetto al passato, anche nelle procedure. Il papa argentino è stato chiarissimo: «Chi viene condannato per abusi sessuali sui minori - ha affermato Bergoglio parlando a braccio - può rivolgersi al Papa per avere la grazia, ma io mai ho firmato una di queste e mai la firmerò. Spero che sia chiaro. Perché oggi lui si pente, va avanti, lo perdoniamo, ma dopo due anni ricade».

Un messaggio più che esplicito, una linea ancora più dura del Pontefice rispetto ai suoi primi anni di pontificato, dopo aver preso coscienza delle difficoltà, anche in Curia, di affrontare il problema della pedofilia. Eclatanti erano state, infatti, le dimissioni dalla commissione pontificia, nel marzo scorso, di Marie Collins, irlandese, vittima di abusi, che aveva puntato il dito contro alcuni organismi della Curia, denunciando la presenza di «costanti ostacoli e la vergognosa mancanza di cooperazione, in particolare del dicastero più direttamente coinvolto nell'affrontare i casi di abuso». E così, Francesco, sempre nel discorso tenuto ieri ai componenti dell'organismo per la tutela dei minori, ha voluto sottolineare che «la Commissione sta lavorando controcorrente per far salire il problema alla superficie e guardarlo in faccia», ribadendo che «questo lavoro riguarda tutta la Santa Sede, il problema di abusi dev'essere sotto la competenza della Congregazione per la Dottrina della Fede, anche se alcuni chiedono che vada direttamente al sistema giudiziale della Santa Sede, cioè alla Rota e alla Segnatura. Ma in questo momento il problema è grave, alcuni non hanno preso coscienza del problema, quindi è bene che resti alla Dottrina della fede, finché tutti nella Chiesa non prendano coscienza».

Un altro punto dolente affrontato da Bergoglio è stato poi quello del personale in servizio in Vaticano che si occupa della gestione di questi delicatissimi casi, ammettendo che in Curia spesso i procedimenti contro i preti pedofili rimangono bloccati: «Ci sono tanti casi che non avanzano, non vanno avanti questo è vero - ha detto il Pontefice argentino - Per questo si sta cercando di prendere più gente che lavori nella classificazione dei processi, persone che studiano i dossier».

 

http://www.bergamopost.it/che-succede/la-dura-battaglia-del-papa-alla-pedofilia-nessuna-grazia-questa-colpa/

 

La battaglia del papa alla pedofilia

 

«Nessuna grazia per questa colpa»

 

«Anche un solo abuso basta per una condanna senza appello. Mai firmerò una grazia per questo tipo di colpa». Sono state parole ancora una volta durissime quelle pronunciate da papa Francesco davanti a membri della Commissione pontificia per la tutela dei minori. La Commissione era stata istituita da Bergoglio quasi all’inizio del suo pontificato: il Papa da subito è stato consapevole della vastità e della profondità del problema e aveva voluto dotarsi di questo strumento che, come sta scritto nel Chirografo che la istituisce, ha «lo scopo di promuovere la tutela della dignità dei minori e degli adulti vulnerabili, attraverso le forme e le modalità, consone alla natura della Chiesa, che si ritengano più opportune, nonché di cooperare a tale scopo con quanti individualmente o in forma organizzata perseguono il medesimo obiettivo».

La presa di posizione fermissima. Quella di Papa Francesco è stata una lotta senza quartiere davanti a un reato che per troppo tempo la chiesa aveva cercato di arginare semplicemente con misure interne (la strategia era quella dello spostamento dei preti individuati colpevoli) e senza affrontare la ricaduta pubblica. Bergoglio invece ha seguito una strategia opposta: ovunque, nei suoi viaggi, ha sollevato la questione chiedendo pubblicamente scusa per gli abusi che erano stati commessi nelle varie zone del mondo visitate. Ha più volte incontrato delle vittime, come è accaduto ad esempio nel luglio 2014 a Santa Marta, dove sei persone abusate da bambini erano presenti alla messa quotidiana. Oggi sono grato a voi per essere venuti qui», aveva detto loro Francesco in quell’occasione. E poi aveva chiesto «la grazia che la Chiesa pianga e ripari per i suoi figli e figlie che hanno tradito la loro missione, che hanno abusato persone innocenti con i loro abusi».

Un impegno che dura da anni. Anche durante il viaggio americano del 2016 aveva segretamente incontrato delle vittime di abusi. In Germania ha addirittura voluto firmare la prefazione del libro di Daniel Pittet, un uomo di Friburgo che era stato abusato da un frate cappuccino da piccolo: «Alcune vittime si sono alla fine addirittura tolte la vita. Questi morti pesano sul mio cuore come sulla mia coscienza e sull’intera chiesa. Alle loro famiglie vorrei esprimere il mio amore, il mio dolore e chiedere in tutta umiltà il loro perdono», aveva scritto in quel caso Bergoglio. Nel 2015 papa Francesco ha poi istituito una nuova sezione giudiziaria, all’interno della Congregazione per la dottrina della fede, per processare i vescovi che vengono denunciati per abuso d’ufficio episcopale per casi di violenza dei loro preti sui minori.

Una battaglia difficile. È una battaglia difficile quella di Bergoglio, perché oltre che contro i colpevoli si trova a lottare contro chi, secondo la vecchia logica, cerca di minimizzare la portata del fenomeno. A volte sono persone su cui lui aveva riposto la fiducia, come il cardinale australiano George Pell, superministro per l’economia che faceva parte del cosiddetto C9, il gruppo di nove cardinali che il Papa abitualmente riunisce per condividere le decisioni più importanti. Pell è stato allontanato e “rispedito” in Australia, dove ora deve affrontare il processo per aver coperto abusi commessi da suoi sacerdoti. Nella stessa Commissione pontificia istituita da papa Bergoglio ci sono state molte tensioni: il papa aveva voluto al suo interno una vittima di abusi, Peter Saunders. Ma lo stesso Saunders si era polemicamente dimesso per le ritrosie della Commissione a prendere una decisione sul caso del cardinale Pell. Una battaglia dura quella di papa Bergoglio, che spesso registra sconfitte. Una battaglia in cui papa Francesco paga il grande ritardo con cui la Chiesa ha affrontato la piaga della pedofilia.

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24 settembre 2017 7 24 /09 /settembre /2017 15:13

 

 

http://newspapergame.lagazzettadelmezzogiorno.it/2017/05/03/la-musica-ha-potere/

 

La musica ha potere

 

Oggi la musica fa parte della vita di tutti i giovani; la sentono ovunque e non riescono a vivere senza; li accompagna durante la giornata, li aiuta a dimenticare le delusioni e a superare le loro paure. La musica sta perdendo il ruolo di veicolo di messaggi ed emozioni, di espressione artistica come pittura, scrittura e le altre arti “maggiori”, e sta diventando un mero sottofondo delle nostre giornate. La musica ha un grande potere: ti riporta indietro nel momento stesso in cui ti porta avanti, così che provi contemporaneamente  nostalgia e speranza. Per gli adolescenti, la musica è un metodo per uscire dalla monotonia di tutti i giorni ed entrare in un nuovo mondo che ci accoglie, quel mondo migliore che li fa stare meglio e che a volte gli offre ripari immaginari. Il sociologo Finarotti sostiene che i giovani non ascoltano la musica ma la “abitano” perché essa offre un riparo rispetto al mondo, alla società che è e resta terra straniera.Il mondo senza la musica sarebbe in bianco e nero perché questa  “compagna” colora la vita di tutti e fa sognare ad occhi aperti. Come diceva Johann Sebastian Bach: “La musica aiuta a non sentire dentro, il silenzio che c’è fuori”.

 

http://www.ilsigarodifreud.com/il-potere-magico-della-musica---dal-mito all'uomo moderno

 

Il potere magico della musica

Dal mito all'uomo moderno

 
musica classica rilassante

 

 

I

Il rapporto tra la musica e la cura dell’anima, del corpo e della psiche è da sempre esistito. Nella mitologia spessissimo la musica è considerata magica e portatrice di grandi poteri. Orfeo, semidio prediletto di Apollo (in alcune versioni presentato come suo figlio), riceve in dono da lui l’arte della musica. Orfeo così, diventa padrone di un potere musicale ed è in grado di stravolgere con la sua musica il normale corso degli eventi: smuove le pietre, persuade le fiere rendendole docili,  induce gli alberi a seguirlo ed è in grado di curare il corpo e l’animo dei malati e di richiamare alla vita i morti. Grazie a questa straordinaria potenza magica della musica riesce a ristabilire un equilibrio con le forze oscure che trattengono Euridice, la sua amata, negli inferi e a riportarla in vita, ma ad un patto: non dovrà né guardarla né toccarla finché non avrà raggiunto la luce del sole e se si volterà la perderà  per sempre. Orfeo non resiste alla tentazione ed Euridice torna negli inferi.

Questo mito esprime chiaramente il potere insito nella musica, paragonando i musicisti a entità vicine al divino e ci permette di comprendere quanto con la musica possiamo prenderci cura di noi stessi.

Vi è mai capitato di essere in un momento difficile della vostra vita, di vivere una giornata pessima e in cui la prima cosa che fate è quella di metter su la vostra playlist e ascoltarla usandola quasi come se fosse un antidolorifico e sentirvi meglio? Ebbene, numerose ricerche mostrano come da sempre l’uomo abbia utilizzato la musica, sua compagna di vita dall’inizio dei tempi, per curare la propria anima. Il legame della musica con la medicina è antichissimo e la credenza nel potere magico, incantatorio e spesso curativo, risale a tempi anteriori a Pitagora.

Pitagora era profondamente interessato al concetto di catarsi e al potere che la musica ha di ristabilire l’armonia nel nostro animo, un potere purificatorio, che libera l’anima e il corpo dalle tensioni giornaliere, ma anche un potere di cambiamento in quanto può modificare lo stato profondo dell’individuo consentendogli una maggiore accettazione di sé.

Anche Aristotele diceva che la musica, oltre ad avere un fine edonistico che diletta lo spirito e soddisfa il desiderio istintivo dell'ordine e dell'armonia, ha un potere liberatorio, alleviante, catartico delle tensioni psichiche e di purificazione delle emozioni.

Ma da dove deriva questo grande potere della musica? La musica è arte e come tale è pura espressione del mondo interiore inconscio ed emotivo, ricca di simboli che ci permettono come i nostri sogni di entrare in contatto con aspetti di noi stessi che vivono in profondità e che a volte teniamo a distanza perché ci fanno paura. Spesso accade che le persone allontanano le proprie emozioni, soffermandosi solo sugli aspetti superficiali e concreti dei propri vissuti e delle proprie esperienze. È un po' come se accumulassero i contenuti emotivi che possono spaventare e si adeguassero alla vita razionale tanto richiesta dalla società, una società che troppo spesso non ci permette di vivere a pieno le nostre emozioni e che ci richiede di essere molto razionali. Attraverso la musica, come canale comunicativo alternativo che non implica quello verbale, riusciamo a contattare e a sintonizzare i nostri contenuti emotivi con quelli insiti nella musica che stiamo ascoltando. Tra i cinque sensi, l'udito è quello che più degli altri riceve le informazioni senza che ci siano barriere che possano ostacolarne il passaggio e poiché la ricezione passa anche attraverso l'apparato scheletrico tramite le vibrazioni. La musica arriva dunque direttamente alla sfera inconscia senza che delle difese possano arrestare questo percorso. È come se le informazioni simboliche contenute nei brani musicali viaggiassero su una via preferenziale connettendosi con l'inconscio. Probabilmente è proprio nella possibilità di conoscersi e riconoscersi nei contenuti simbolici inviati  dalla musica che troviamo l'aspetto curativo di essa.

L'ascolto della musica non ci offre solamente la possibilità di rilassarci, distenderci dalle tensioni o di caricarci di energia, ma è un atto che nasconde in sé molto di più, é un momento di particolare connessione con se stessi, con gli aspetti più profondi, con i nostri contenuti emotivi più nascosti.

Il benessere psicologico che la musica suscita nell’uomo deriva dal fatto che contiene in sé le strutture simboliche che costituiscono il linguaggio delle emozioni: la musica è in grado di sintonizzarsi con le emozioni e donare uno stato di benessere.

Scegliendo la musica da ascoltare, istintivamente sceglieremo quella più utile per noi in quel momento, ma diversi studi si sono concentrati sulle strutture musicali e su come queste possano essere utilizzate a seconda della personalità che si ha di fronte, degli obiettivi che ci si è prefissati e del momento che si sta vivendo. Per cui si può utilizzare la musica per ristabilire un equilibrio mente corpo, per determinati pazienti in ambito medico ospedaliero, per indurre uno stato di rilassamento, per rinforzare il proprio Io, per innalzare la soglia del dolore, per creare una connessione emotiva tra madre in gravidanza e il suo futuro bambino, per agevolare un'intimità nella coppia e per le infinte esigenze emotive dell'essere umano.

Come Orfeo con Euridice, dunque, per l'uomo la musica è uno strumento che gli permette di ricontattare parti di sé emotive e sepolte nell'inconscio, che possono essere riportate alla coscienza facendo attenzione a non commettere lo stesso errore di Orfeo, ma affidandosi ad un ascolto emotivo e di fiducia con se stessi e non ad un occhio scettico e razionale della vita.

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24 settembre 2017 7 24 /09 /settembre /2017 12:41

 

 

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=29897

 

 

 

Frasi sui fantasmi

 

 

Riappacificarsi con il proprio passato per poter avanzare senza fantasmi alle spalle

di Francesco Lamendola

 

Fra tutte le cose che ostacolano il nostro progresso spirituale e il raggiungimento di uno stato di autentica consapevolezza, forse la più insidiosa, certo la più ardua da rimuovere dal nostro cammino, è la difficoltà di integrare il nostro passato, specialmente se doloroso o irrisolto, con il nostro presente, togliendogli la sua carica di veleno e trasformandolo in occasione di crescita e di maturazione.
È forse la più difficile, proprio perché il passato è - almeno nella prospettiva comunemente diffusa al riguardo - in se stesso immodificabile; per cui, se nella nostra storia personale vi sono delle disarmonie, delle cicatrici non rimarginate, o, peggio, dei buchi vuoti, delle assenze che ci hanno segnati, in genere si pensa che non vi sia più nulla da fare al riguardo; e, in particolare, che non esistano strategie per recuperare il tempo perduto. Una persona che, ormai anziana, si volga indietro e non riesca a scorgere altro che sofferenza, vuoto e delusione, non ha più alcuna possibilità - così, almeno, si pensa solitamente - di riappropriarsi delle esperienze non fatte, delle carezze non ricevute, delle gioie non vissute quando era giovane.
Ma è proprio vero?
Prima di esaminare la questione, una precisazione preliminare. Si dirà che la problematica ora posta è una questione centrale della psicanalisi, sulla quale c’è poco da dire se ci si pone da un punto di vista più filosofico che psicologico; qualcuno potrebbe anche obiettare che, dopo aver descritto più volte la psicanalisi come una forma di bassa magia nera, ora andiamo a rovistare fra  suoi cascami, come se avessimo fatto la scoperta dell’acqua calda.
Rispondiamo alla prima obiezione che la psicanalisi si è concentrata in maniera pressoché esclusiva - e, secondo noi, maniacale - sulle ferite inconsce della prima e primissima infanzia, riducendole tutte ad altrettanti traumi sessuali di vario genere; mentre noi, presentemente, vorremmo riflettere sulle ferite dell’età adulta, niente affatto inconsce e non necessariamente attinenti la sfera sessuale. Sono queste ultime, a nostro avviso, quelle che più di tutte condizionano l’equilibrio esistenziale dell’individuo adulto e gli impediscono di progredire sulla via della consapevolezza spirituale; perché i fantasmi del passato sono sempre lì, in agguato, a tendere continuamente le loro trappole sul suo cammino.
Alla seconda obiezione, rispondiamo di non avere per nulla cambiato idea circa la natura delirante, e tendenzialmente distruttiva, della psicanalisi, specialmente quella d’impostazione freudiana; ma che, appunto, non è dei traumi inconsci dell’infanzia che desideriamo parlare, ma di quelli consci dell’adolescenza, della giovinezza e dell’età adulta; e, inoltre, che il nostro punto di vista non sarà tanto quello psicologico, ma bensì quello filosofico: vale a dire che non ci interesseremo tanto alla sfera della psiche individuale, quanto alla natura del rapporto esistente fra essa e ciò che si suole chiamare, parlando in maniera un po’ imprecisa e generica, la realtà (da non confondersi con il freudiano «principio di realtà», che altro non è se non la servile adorazione della situazione esistente, sia a livello sociale che individuale).
Inoltre, a differenza dell’approccio psicanalitico, quello che a noi interessa non è l’individuazione del trauma originario che ha generati sofferenza e nevrosi, allo scopo di ristabilire l’equilibro della psiche: con tutto il rispetto per la psicologia, noi crediamo che il buon terapeuta non è quello che desidera guarire per guarire, ma colui che si sforza di sgombrare  il terreno affinché l’anima possa ritrovare la propria strada, vale a dire intraprendere o proseguire il proprio cammino di consapevolezza.
Non è una distinzione da poco. Se l’anima non sa che farsene della salute, tornerà ad ammalarsi; se non sa come gestire il presente, ricadrà preda dei fantasmi del passato. La guarigione non è un evento, ma un processo; e, come tutti i processi spirituali, deve avere uno scopo che vada oltre le semplici premesse, vale a dire il ristabilimento della situazione iniziale. Così, noi definiamo guarita non già l’anima che sia ricondotta allo stato precedente l’insorgere della malattia, bensì l’anima che abbia saputo trasformare la malattia stessa in un processo di liberazione e in un aumento di consapevolezza. Se ciò non avviene, l’anima non può dirsi realmente guarita: sarebbe più esatto dire che la sua malattia è sotto sedativi.
Dunque, potremmo riformulare la domanda che ci eravamo posta inizialmente, più o meno in questi termini: è possibile che una persona si riconcili con il proprio passato, anche quando le situazioni negative in esso sperimentate non sono più suscettibili di venire modificate, vuoi perché le circostanze sono mutate irrimediabilmente, vuoi perché le persone coinvolte non ci sono più, vuoi, ancora, perché - verosimilmente - non rimane più tempo per colmane quei vuoti, per medicare quelle ferite, per fare la pace con il proprio vissuto di un tempo?
Partiamo da quest’ultima situazione, che, essendo quella estrema, comprende in se stessa anche le altre, diciamo così, meno gravi. Infatti, quale situazione potremmo immaginare più grave di questa: un’anima che acquista coscienza di aver sprecato la propria vita, di essere vissuta sempre sotto il peso di un passato che non passa; ed acquista tale coscienza quando ormai la vita fisica è giunta quasi alla fine, e l’orizzonte del futuro si è ristretto a un piccolo spiraglio, che potrebbe chiudersi definitivamente da un giorno all’altro?
Situazione estrema, in cui la speranza esce di scena e non rimane che l’amarezza di una vita mancata, di un immenso bagaglio di rimpianti, di una assoluta impotenza a modificare ciò che appare come immodificabile: il proprio senso nel mondo. Si tratta, probabilmente, della situazione esistenziale peggiore nella quale un’anima possa venire a trovarsi: la più vicina, crediamo, a ciò che, nel linguaggio comune, si suole chiamare «l’inferno».
E tuttavia, sfrondando il nostro punto di osservazione da eccessivi coinvolgimenti emozionali e considerando con sguardo lucido e spassionato i termini della questione, dobbiamo ammettere che nessuna situazione esistenziale è veramente disperata, finché esiste la possibilità di una reale comprensione, dischiusa dall’apertura della vista interiore. Un essere umano può dare un senso alla propria vita e trasformare la negatività di un passato doloroso anche nell’ultimo giorno della propria vita, beninteso a determinate condizioni.
Crediamo che l’insegnamento tradizionale del cristianesimo, relativo alla possibilità di salvezza dell’anima peccatrice anche in punto di morte, purché essa si converta sinceramente e incondizionatamente, contenga questo nocciolo di verità. Noi possiamo salvarci dall’inferno di una morte disperata se siamo in grado di assumere la responsabilità integrale del nostro passato, con tutto il male e tutto il bene che esso contiene; se sappiamo trasformare il rancore, la frustrazione, l’invidia, in serena e confidente accettazione del presente; se siamo disposti a riconoscere, in un supremo atto di consapevolezza, che noi e soltanto noi siamo stati i veri nemici di noi stessi, del nostro mancato progresso spirituale e, in ultima analisi, della nostra infelicità.
Che cosa facciamo, invece, sotto il peso di un passato deludente e doloroso, se non accusare gli altri, la sorte, il destino, gli dèi, e chissà che altro ancora? In questo modo, noi tentiamo di scaricare sulle circostanze esterne la responsabilità di non essere stati capaci di vivere nel modo giusto e, poi, di non essere capaci di prepararci nel modo giusto alla morte.
Tra questi due errori e tra questi due fraintendimenti essenziali, l’ignoranza del vivere e l’ignoranza del morire, l’anima si dibatte come un uccello preso in trappola, con le zampette imprigionate nelle reti tese dall’uccellatore. In questo senso, crediamo, bisogna interpretare la famosa sentenza di Platone, secondo cui lo scopo della filosofia è precisamente quello di apprendere l’arte di prepararsi a morire.
Perché si muore come si è vissuti: e una vita non è mai veramente squallida e vuota, se non quella che, giunta alla fine, si giudica tale da se stessa. Solo in questo caso la morte dovrebbe fare veramente paura: la morte, infatti, non è che la naturale conclusione, non della vita in astratto - come spesso si sente dire -, ma della PROPRIA vita.
Così come non ci sono due vite che si assomigliano veramente, perché ogni vita è un processo unico e irrepetibile e un singolare intreccio di circostanze, e, in essa,  anche le somiglianze esteriori celano profonde differenze di senso; così non ci sono due morti identiche: sicché è radicalmente sbagliato e fuor di luogo parlare della morte in generale, come se essa corrispondesse ad una categoria universale.
Abbiamo detto, dunque, che non è mai troppo tardi perché una vita riacquisti il proprio significato, e che ciò avviene allorché l’anima è divenuta consapevole di se stessa e capace di assumersi la responsabilità del male e del bene del proprio passato. Non abbiamo detto, però, COME ciò possa accadere; ed è su questo aspetto del problema  che dobbiamo svolgere una ulteriore riflessione, o almeno tentare di suggerire un percorso.
La filosofia non può accontentarsi di delineare delle teorie e di indagare delle ipotesi speculative; deve anche, e soprattutto, mostrare la via da percorrere. Come diceva Kierkegaard, sarebbe un argomento gravissimo contro la filosofia, se essa non fosse in grado di dire a me, proprio a me, che cosa devo fare della mia vita. Lasciamo ai filosofi chiacchieroni e da sbadiglio, come Hegel, il discutibile vanto di avere spiegato a parole il mondo intero; l’arte della parola è la sofistica, e non ha nulla a che fare con una bene intesa pratica della filosofia.
Dunque: come è possibile, praticamente, riappacificarsi con il proprio passato, quando esso continua a gravarci con il peso insopportabile di speranze tradite, di illusioni perdute, di incontri mancati, di attese sfiorite; e, per giunta, quando ormai le strade della vita sono giunte quasi al tramonto, sicché sarebbe impossibile sperare di ritrovare quel che abbiamo perduto, o quello che abbiamo inseguito da sempre, senza averlo mai trovato?
Per tentare di rispondere a questo interrogativo, dobbiamo porre una ulteriore domanda: da che cosa nasce, precisamente, uno stato d’animo come quello che abbiamo testé descritto? Sostanzialmente, crediamo che esso nasca da un gravissimo errore della prospettiva esistenziale: vale a dire, dal credere che, nella vita, si possa ricevere più di quel che si è disposti a dare; ovvero, che possa esistere una sorta di congiura del destino contro le anime belle.
Al contrario, non c’è alcuna congiura del destino e a nessuno è fatto torto, se la vita non riserva ad alcuni ciò che essi ritengono spetti loro: forse hanno chiesto troppo; forse hanno chiesto cose sbagliate; forse non hanno saputo domandare nella maniera giusta. D’altra parte, osservare il destino degli altri, e istituire un confronto con ciò che noi abbiamo ricevuto nella nostra vita, è fuorviante: perché, dall’esterno, è facile scambiare lucciole per lanterne; ad esempio, giudicare felici e appagate delle persone che, nel loro intimo, sono  deluse e disperate. No, non è un buon sistema quello di fare confronti con la vita degli altri e trarne delle conclusioni di carattere generale: così come non esiste la morte in teoria, ma solo l’evento unico e irripetibile della morte di ciascuno; allo stesso modo non esiste un qualcosa che si possa chiamare la vita, e, meno ancora, un qualcosa che si possa giudicare - dall’esterno - felicemente riuscito (o anche totalmente fallito) nella vita degli altri.
Invece di occuparci della vita degli altri, faremmo bene a pensare alla nostra. E ad ammettere che, fatti i conti, la vita ci ha trattati esattamente come meritavamo di essere trattati: né meglio, né peggio. Certo, è  innegabile che certe circostanze esteriori si presentano in maniera molto diseguale: ad alcuni sembra che tutto vada bene, anche senza loro merito; ad altri, pare che tutto vada male, come se il destino si accanisse contro di loro.
Tuttavia, il segreto della saggezza è capire che non sono le circostanze esteriori, mai e poi mai, a fare di noi quello che, alla fine, siamo diventati: sono le persone da poco che giudicano così; quelle che giocano ogni settimana la schedina della lotteria, illudendosi che, se faranno una grossa vincita, la loro vita cambierà.
Tanto varrebbe pensare che la nostra vita cambierebbe se noi indossassimo un vestito diverso, o se andassimo a vivere in un altro luogo. Invece non è così: la nostra vita non cambia solamente perché cambiano le circostanze esteriori; cambia - in meglio, in peggio - solo ed esclusivamente se cambia il nostro approccio verso di essa.
In questo senso abbiamo detto che la vita è giusta, e che essa dà a ciascuno - alla fine - secondo i suoi meriti: né più, né meno.
Quando si è compreso questo, allora esistono le condizioni necessarie e sufficienti per fare la pace con se stessi e con il proprio passato. E chi ha fatto la pace con se stesso e con il proprio passato, non ha più paura di morire: perché l’importante è comprendere e riconciliarsi, sia pure alla fine della propria vita. La paura di morire è il frutto avvelenato di una vita che non ha saputo trovare in se stessa il proprio significato.
Poi, quando ci si è riappacificati con essa, si può affrontare con animo sereno l’ultimo viaggio: come chi sia consapevole di aver portato a termine un lavoro importante e di meritare, perciò, il sospirato riposo.

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21 settembre 2017 4 21 /09 /settembre /2017 23:32

 

 

 

http://www.amando.it/amore/relazioni-sentimenti/chiudere-un-amore-sbagliato.html

 

Come mettere fine ad un amore sbagliato

 

Relazioni nocive che però molto spesso intrappolano le persone in meccanismi e dinamiche dalle quali è difficile liberarsi. Ma ad un certo punto, per tornare a essere sereni, è fondamentale mettere un punto a questi amori tossici. Ecco come

Come mettere fine ad un amore sbagliato

Talvolta capita di viverla in prima persona, altre invece siamo spettatori di relazioni malate, dove uno dei due partner si accontenta e accetta determinate dinamiche pur essendo infelice.
I meccanismi che spingono certi individui a vivere storie nocive sono molteplici, talvolta hanno a che fare con ferite del passato, altre con una scarsa autostima   e poco amor proprio ed altri ancora si ritrovano imprigionati e faticano a metter fine ad un amore sbagliato.
I segnali che però ci fanno capire che stiamo vivendo un rapporto sbagliato  sono il più delle volte chiari e inequivocabili: la maggior parte del tempo uno dei due è triste, infelice, si sente a disagio e mostra insofferenza. Altre volte ciò che traspare maggiormente è un senso di inadeguatezza derivata dall'assenza dell'altro o dalle continue lamentele e derisioni.

Sebbene chiudere una storia così non sia affatto facile, arriva però un momento in cui lo si deve a se stessi in favore di un po' di felicità.


Cinque Suggerimenti per chiudere un amore sbagliato


Storie con  persone impegnate e sposate che non lasceranno mai il coniuge, rapporti dove regna l'egoismo e non c'è la minima intenzione da parte del partner di prendersi responsabilità, relazioni manipolatorie e autoritarie, sono solo alcuni esempi di ciò che avviene in un amore sbagliato in cui le emozioni principali sono tristezza, depressione, insicurezza.
Dove manca l'ascolto, il rispetto, il confronto e soprattutto la serenità di sentirsi bene e se stessi!


Ma come si può dire basta a queste storie nocive? 

 

  1. Ammettere che stiamo vivendo una relazione tossica
    Il primo passo da fare per uscire da una relazione nociva è quello di ammettere che la stiamo vivendo; se non siamo liberi di esprimerci e di essere noi stessi continueremo ad alimentare meccanismi deleteri.
  2. Ascoltare i propri bisogni
    Siamo gli unici che possiamo essere sinceri con noi stessi e individuare ciò che ci fa bene o male al di là delle apparenze. La prima cosa da fare quando capiamo che è giunto il momento di chiudere un amore sbagliato è ascoltarci, dando importanza ai nostri bisogni e desideri!
  3. Agire e reagire
    Adagiarsi in un amore malato con il passare del tempo ci renderà incapaci di reagire: la cosa migliore da fare è individuare i meccanismi sbagliati, prenderne le distanze o provare a reimpostare il rapporto. Ma se nemmeno questo serve allora è il momento di chiudere!
  4. Volersi bene
    Solitamente le persone che restano invischiate a lungo in rapporti malsani sono quelle che non si amano, quelle che non credono di meritare di meglio, quelle che pensano che nessuno potrà mai amarle davvero. Ma ricordate che non è così: ognuno deve imparare a volersi bene  e ha il diritto di vivere una relazione sana!
  5. Farsi aiutare
    Quando capiamo che non riusciamo a mettere fine ad un amore sbagliato, ma vogliamo liberarci da queste catene, chiedere aiuto ad uno psicoterapeuta può essere una soluzione: riusciremo ad essere più obiettivi, a lavorare sulle nostre insicurezze e a trovare la forza per dire basta!

 

Mina - Portati Via - YouTube

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15 agosto 2017 2 15 /08 /agosto /2017 07:59

  Risultati immagini per Torniamo vuoti,assordati,con l'illusione d'esserci divertiti. adriana zarri <<Tra l'irruenza della primavera e la stanchezza dell'autunno c'è una stagione tesa,come una corda d'arpa che nessuno percuote. Silenzio meridiano del sole che intana i passi nell'ombra e spopola le strade,solitudine di un cielo,fatto bianco di luce,senza più nuvole né voli.
E' la pienezza della vita che ha una sosta,quasi per entrare in se stessa e contemplarsi.
Tempo di consapevolezza,di temporanea sosta nell'azione per meditare sui motivi profondi della vita che non è mai così fervida come quando tace e s'ascolta.
Tempo di sprangare la porta della casa e rimanere soli,col gioco fresco delle ombre disegnate sul muro da mobili del nostro viver quotidiano.
Tempo di prendere un viottolo,in campagna,e ritrovare gli alberi,le siepi,i pozzi,le realtà di un mondo che ci si è fatto ormai remoto.
Tempo di ritrovare quello spazio essenziale di silenzio che va facendosi sempre più precario.
Abbiamo riempito le strade di rumori e le case di suoni....
Forse abbiamo paura di ascoltarci e mettiamo in borsetta la radio tascabile per avere qualcosa d'altro da ascoltare:qualcosa d'altro che non sia la nostra noia,la nostra povertà,forse la nostra paura.
Anche la sosta estiva abbiamo riempito di frenesie,di fughe,di rumori. Occasione mondana per relazioni inutili,le ferie,organizzata collettivamente negli alberghi gremiti e nelle spiagge superaffollate,rischia di diventare il diapason del nostro rumore quotidiano,il punto critico della "civiltà del numero".
Torniamo vuoti,assordati,con l'illusione d'esserci divertiti.
"Buone vacanze" diciamo a quelli che partono....e...pensiamo,tra noi:"fate,voi pure,la vostra brava faticata,per poter essere all'altezza dei tempi!"
Una settimana,quindici,venti giorni:una sosta del nostro lavoro d'ogni giorno per un lavoro più essenziale:per meditare le radici profonde del nostro vivere e morire,del nostro ciclo stagionale:la primavera dell'acerbità,l'estate della consapevolezza,l'autunno della stanchezza,l'inverno dell'eternità.>>
Adriana Zarri in "QUASI UNA PREGHIERA"

 

 

Mina - Silenzioso slow - di Bracchi - D'Anzi - YouTube

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28 luglio 2017 5 28 /07 /luglio /2017 06:37

 

i. l'accusa di misoginia - Società Editrice Fiorentina

 

Autoritratto_Lorenzo_Milani

Autoritratto di Lorenzo Milani                                      

 

I L’accusa di misoginia


1. I precedenti di un’avversione speciale


Nel 1965, per la celebrazione dell’anniversario dei Patti Lateranensi,
alcuni cappellani della Toscana, venti in tutto su un totale di cento-
venti, predisposero e firmarono un ordine del giorno nel quale, tra
le altre cose, consideravano «un insulto alla Patria e ai suoi caduti la
cosiddetta “obiezione di coscienza” che, estranea al comandamento
cristiano dell’amore, è un’espressione di viltà» 1 .
Il testo del documento fu pubblicato sul giornale «La Nazione» di
Firenze e il priore ne venne subito a conoscenza.
Dopo averne discusso a lungo con i suoi discenti, don Milani
ritenne opportuno intervenire sull’argomento, scrivendo una Lettera
ai cappellani militari, distribuita sotto forma di volantino, stampato
in tremila copie. Quasi tutti i quotidiani riportarono solo uno stral-
cio del documento, a eccezione di «Rinascita», che riprese lo scritto
nella sua interezza sul numero del 6 marzo. Il direttore della rivista,
Luca Pavolini, amico d’infanzia di Lorenzo, apprese il contenuto del
testo perché una copia gli fu spedita dalla Federazione Comunista
di Firenze.
Don Lorenzo nella lettera aperta affrontò la questione dal punto
di vista della contestualizzazione storica degli avvenimenti bellici,
specificamente quelli più recenti, e giunse all’affermazione che le uniche armi da adoperare nella società dovrebbero essere il voto e
lo sciopero.

    
1 Neera Fallaci, Vita del prete Lorenzo Milani, Milano, Rizzoli, 1993, p. 378.

 

Presenze femminili nella vita di don Lorenzo Milani

 Egli espresse una condanna inappellabile verso coloro
che, con obbedienza «cieca, pronta, assoluta» hanno provocato tante
morti. «L’obbedienza non è più una virtù» quando nasce da un’ade-
sione inconsapevole, acritica, supina, perinde ac cadaver, rispetto alla
verità e alla tragicità degli avvenimenti che coinvolgono una o più
nazioni e tantissimi cittadini.

I giovani, quando ritengono che una legge sia ingiusta, non pos-
sono essere costretti a osservarla e, in ogni caso, devono impegnarsi
con tutte le loro energie affinché essa venga modificata e, in situazio-
ni estreme, cancellata.

La reazione di associazioni di ex combattenti, di singoli cittadini e
di una parte della stampa fu violenta.
Un giudizio al vetriolo apparve sul periodico «Lo Specchio», che
aveva inviato a Barbiana due suoi giornalisti, Pier Francesco Pingi-
tore e Giulio Schettini, e un fotografo, a intervistare il priore. I due
– uno dei quali, il capo redattore Pingitore, si affermerà, poi, nel
mondo dello spettacolo – pubblicarono l’intervista, sulla cui veridi-
cità non pochi avanzarono dubbi e perplessità, evidenziata in prima
pagina con questa titolazione: La cellula in parrocchia. Rapporto sui
preti rossi 2 .

La «falsa intervista» 3 va inquadrata in un clima molto acceso sul
piano ideologico e delle contrapposizioni politiche, tipico di quegli
anni: «Il risultato di quello scontro può essere considerato esempla-
re sia dal punto di vista del giornalismo militante che di un’epoca.
Un’epoca di ideologie forti. Di grandi passioni. In cui il bianco era
bianco e il nero era nero. In politica, poi, non c’erano avversari, ma
solo nemici» 4 .

Queste premesse finirono per trasformare, purtroppo, il servizio
confezionato ad arte dai suoi autori, «in un episodio di killeraggio
giornalistico. Nel peggior stile popolar fascista» 5 .
Si giunse, inoltre, all’apertura di un fascicolo, presso la Procura
della Repubblica di Firenze, a seguito di denuncia a carico di Loren
zo Milani e di Luca Pavolini, entrambi accusati di apologia di reato
con riferimento alla difesa degli obiettori di coscienza.

     
       
2
«Lo Specchio», viii, 12, 21 marzo 1965.
3
Neera Fallaci, Vita del prete Lorenzo Milani, cit., p. 399.
4 Carlo Galeotti, Don Milani. Il prete rosso, Viterbo, Compasso d’oro, 1994, p. 3.

5 Ivi, p. 9.i.

 

L’accusa di misoginia

L’esame del caso fu trasferito alla competenza del tribunale di Roma, in quanto
la rivista veniva stampata nella capitale. Il tribunale gli assegnò un
difensore d’ufficio, l’avvocato Adolfo Gatti, e don Lorenzo, per le
sue condizioni di salute, non poté essere presente al processo, di
conseguenza, inviò una Lettera ai giudici.

In essa, il priore, per nulla preoccupato degli effetti di carattere
penale, invitò i magistrati a valutare la sua duplice funzione di sacer-
dote e di maestro che, di fronte ai suoi discenti, non avrebbe potuto
esimersi dall’esprimere la sua opinione in libertà e senza infingimen-
ti: «La scuola ... siede tra il passato e il futuro e deve averli presenti
entrambi.

È l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un
lato formare il senso della legalità (e in questo somiglia alla vostra
funzione), dall’altro la volontà di leggi migliori cioè il senso politico
(e in questo si differenzia dalla vostra funzione)... E allora il maestro
deve essere per quanto può profeta, scrutare i “segni dei tempi”, in-
dovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare
domani e che noi vediamo solo in confuso» 6 .

 

6     Lettere di don Lorenzo Milani, priore di Barbiana, a cura di Michele Gesualdi, Milano,Mondadori, 1970, pp. 222-223.


Il processo si concluse il 15 febbraio 1966: assoluzione con formula
piena per non aver commesso il fatto.
In appello, 28 ottobre 1967, Luca Pavolini venne condannato a
cinque mesi e dieci giorni di reclusione e per don Lorenzo il reato fu
estinto per la morte del reo.

Dopo l’uscita dell’intervista falsa e diffamatoria su «Lo Specchio»,
venne pubblicato un lungo articolo su «Il Nuovo Tempo», periodico
torinese, dal titolo: L’ecumenismo a senso unico del prete rosso filo-
comunista. Autrice del pezzo Adriana Zarri, cattolica, laica dopo un
periodo trascorso da religiosa paolina, teologa, scrittrice e pubblici-
sta. Ella, rivendicando a se stessa il merito di aver attaccato per ben
due volte il settimanale «Lo Specchio» nell’arco di quindici giorni,
così si espresse nel tono e nella sostanza rispetto alle affermazioni
del periodico che, evidentemente, non furono sottoposte a nessuna forma di verifica circa la veridicità delle medesime, e in assenza di
un minimo filo logico di interpretazione critica: «Ho perciò la coscienza tranquilla e posso prendere una documentazione anche dalle
sue pagine senza timore di sporcarmi le mani... Sono, queste, manifestazioni penose di settarismo, di fanatismo, di spirito gregario,
di accecamento, cui non soccorre più né spirito di critica né senso
del ridicolo; per non parlare nemmeno della mentalità cristiana che
esula totalmente da posizioni di tal genere. Tanto che fa davvero
meraviglia che persone con una simile conformazione mentale e mo-
rale, abbiano ancora una tonaca sopra le spalle. Forse dovremmo
augurarci che si decidano a buttarla alle ortiche: sarebbero più chiari
e conseguenti ed eviterebbero di dare un inutile scandalo»
.7

7«Il Nuovo Tempo», 1965.i. L’accusa di misoginia


Appreso il contenuto, attraverso «L’eco della stampa», dell’esterna-
zione della Zarri, per alcuni aspetti, ma non interamente, da conside-
rare sorprendente, immotivata, senz’altro astiosa, il priore reagì con
una lettera inviata al Direttore de «Il Nuovo Tempo», in data 18 aprile:
«Egregio Direttore, non conoscevo il suo giornale e quando ricevetti
il ritaglio che mi riguarda ebbi l’impressione che si trattasse d’un gior-
nale del livello dello Specchio (anzi un po’ più basso perché accetta per
documenti le affermazioni dello Specchio!). Vengo a sapere ora da ami-
ci che si tratta invece di un giornale cattolico e di larga diffusione in
alt’Italia. Allora la cosa cambia: lei ha ospitato su un giornale cattolico
un articolo lesivo della mia onorabilità di sacerdote. È vero che l’autri-
ce premette che essa non stima Lo Specchio, che più volte si domanda
se le notizie siano vere, poi però senza venire a vedere di persona di che
si tratta, senza scrivermi per chiedere precisazioni, le prende per vere
tanto da ricamarci sopra un intero articolo! Le notizie erano invece to-
talmente false. Sono ora a proporle un accomodamento amichevole...
Le propongo perciò di scrivere lei o altri un articolo di ben diverso stile
e contenuto. Oppure, e questo mi parrebbe molto costruttivo, che lei
pubblicasse integralmente o in gran parte la lettera ai cappellani che
le accludo e che ha dato origine alla polemica. In tal caso penso che le
fantasticherie della signora Zarri si svuoterebbero da sé e in vista del
vantaggio che ne avrebbero i lettori del suo giornale, sarei disposto a
rinunciare all’articolo di scuse e di riparazione.
Oppure, se la signora Zarri è persona capace di riconoscere di es-
sersi comportata con leggerezza e vuole rimediare essa stessa la invii
qui a Barbiana perché passi una giornata o qualche giornata con noi
a scuola e ospiti poi un suo articolo informato di prima mano...
Caso mai faccia leggere alla signora Zarri la lettera di Enzo Forcella
sull’Espresso del 18-4 come esempio di come una persona equilibrata
reagisca a un articolo superficiale» 8 .
Giorgio Pecorini, depositario di questa lettera per lungo tempo
inedita, aggiunse in merito: «Nell’archivio di Barbiana, dove era cu-
stodita copia di questa lettera, non ho trovato traccia di risposta,
pubblica o privata. I ragazzi che ho potuto sentire e Adele Corradi
ricordano soltanto l’amara rabbia del priore. Il quale, nella prima
stesura della Lettera ai giudici, sotto il titolino Dispiaceri, aveva mes-
so nome e cognome di Adriana Zarri, ma poi al momento di diffon-
dere il testo l’ha tolto, un poco per carità un poco per l’avversione
alle “polemiche a basso livello”, aggiustando la frase così: “Siamo
stati feriti da alcuni giornalisti con interviste piene di falsità. Da al-
tri con incredibili illazioni tratte da quelle interviste senza curarsi di
controllarne la serietà» 9 .

 

8  79-81.
9   Giorgio Pecorini, Don Milani! Chi era costui?, Milano, Baldini & Castoldi, 1996, pp.
Ivi, pp. 81-82.


A distanza di sette anni fu la stessa Zarri, con un’intervista, a con-
fermare la sua avversione speciale nei confronti di don Lorenzo: «Non
ricordo di aver scritto altro su don Milani e la scuola; anzi l’esclu-
derei senz’altro. Per quanto riguarda la prima domanda – se sono
ancora d’accordo con quello che allora scrivevo – debbo rispondere,
con tutta franchezza, di sì perché la legge della carità e del perdo-
no, che mi parve e mi pare violata da quelle dichiarazioni di don
Milani, non è cambiata. In don Milani, che personalmente non ho
conosciuto, ravviso molti meriti, anche se ritengo che una critica
a distanza dovrà forse metterne in luce parecchi limiti culturali e
caratteriali (ritengo che fosse abbastanza nevrotico)... Essendo stata
rimproverata da alcuni suoi discepoli (l’intolleranza con cui mi in-
terpellarono mi indurrebbe a chiamarli “fans”) gli scrissi una lettera
in cui, tenendo fermo il mio pensiero, mi dichiaravo spiacente per
il disappunto che gli avevo provocato e, qualora egli avesse qualcosa
da rettificare circa le frasi attribuitegli, mi mettevo a sua completa
disposizione per rettificarle, sullo stesso giornale, con lo stesso rilievo
e, nel contempo, per condannare duramente il giornale che avesse
falsificato le sue espressioni. Ma quella lettera non ebbe mai risposta.
Dal che debbo desumere:
1. o quelle affermazioni erano esatte e non poteva smentirle; 2. o
non mi riteneva degna di dialogo. In entrambi i casi il mio giudizio
non può essere che negativo» 10 .

10 Pacifico Cristofanelli, Pedagogia sociale di don Milani, Bologna, edb, 1975.

La posizione assunta dalla Zarri può sembrare, di primo acchito,
del tutto inspiegabile e fondata su ragioni incomprensibili. Un’anali-
si più attenta, che entrasse nel merito più specifico, potrebbe essere,
invece, rivelatrice delle vere motivazioni che stavano alla base di un
giudizio tanto intransigente, duro, quanto di parte e scarsamente
ponderato. Quella della Zarri era da considerare la reazione stizzita
della voce ufficiale di un cattolicesimo di maniera, di facciata, tanto
deprecato e combattuto dal prete fiorentino. Esso era espressione
di intellettuali organici al sistema ecclesiastico a seconda delle cir-
costanze – egoisticamente favorevoli e di interesse soggettivo – che
andavano, di volta in volta, delineandosi. Era quel mondo della cul-
tura che si poneva a salvaguardia di posizioni intoccabili di privile-
gio, perpetuate per mezzo di forme più che discutibili di egemonia
intellettuale. Contrastare quest’ultima significava correre il rischio
di essere accusati del reato di lesa maestà, soprattutto in presenza di
un’opposizione ostentata, più che con la dialettica verbosa e incon-
cludente degli addetti ai lavori, con gli atti concreti, quotidiani di
una religiosità responsabile, feconda di relazioni umane e vitali nei
valori autentici della fede. Ma pur sempre fastidiosa, guastatrice di
arroccamenti all’interno di torri eburnee elitarie e, nel contempo,
distanti, molto distanti dai bisogni vivi di una spiritualità cercata,
conquistata e contagiata.
Infatti, Lorenzo Milani avvertì l’esigenza di pronunciarsi su una
questione antica: il ruolo dell’intellighenzia in una determinata fase
storica. Questo argomento è stato oggetto sempre di accesi dibattiti
in vari momenti della storia della società e, a seconda del pensiero emergente, ha finito per risolversi in una maniera o in un’altra.
È rimasta sempre al centro delle discussioni, tuttavia, la presenza,
qualche volta ingombrante, degli intellettuali che hanno finito per
determinare i destini dei popoli, soprattutto, quando essi hanno
stretto una salda alleanza con la classe egemone se non addirittura
con lo stesso potere politico. Il priore affrontò la questione, partendo
dall’analisi riguardante, in primis, lo status di sacerdote per rivolgere,
in secundis, la sua indagine agli intellettuali, con particolare atten-
zione a quella parte elitaria del mondo cattolico, schierata sul fronte
della sinistra lapiriana.
Il prete – secondo Lorenzo Milani – deve avere una sua cultura
che non sia il riflesso condizionato di quella dominante e borghese;
non certamente quella ricevuta in seminario che si rivela inadeguata
nei contenuti e nelle forme, gravemente condizionata da una ipo-
teca imposta dai ceti sociali privilegiati, i quali hanno esercitato il
potere in ogni epoca storica. Egli, in Esperienze pastorali, evidenziò
che «I seminari non hanno né libri, né programmi, né impostazione
culturale propria. Seguono quelli del mondo. Ma i libri, i program-
mi, l’impostazione culturale del mondo sono espressione di un’unica
classe sociale e non certo di quella dei poveri. Ne rispecchiano le
ideologie, le esigenze, l’ambiente, il classismo e spesso anche gli in-
teressi. Oltre a tutto oggi quella cultura non sta neanche passando il
suo momento migliore. È bacata dei più svariati bachi per esempio
letteratura, romanticismo, estetismo, astrattezza, liberalismo» 11 .
E, poi, la cultura non è, secondo la tesi milaniana, esclusivo ap-
pannaggio né di una classe sociale, né di un popolo, anzi, «ogni po-
polo ha la sua cultura e nessun popolo ce n’ha meno di un altro» 12 .
Michele Gesualdi, allievo barbianese, così si è espresso: «Il priore
poi osservando la realtà prima di Calenzano poi di Barbiana, capì
una cosa che per me è fondamentale: che il movimento operaio e
contadino ha una grande cultura diversa da quella che normalmente
scrive, parla alla radio, alla tivu, fa i film e così via. La difficoltà per
gli operai è che mentre gli altri la loro cultura la possono affermare, quella invece degli operai e dei contadini non può essere affermata
perché manca lo strumento di comunicazione della parola» 13 .


    
11.Lorenzo Milani, Esperienze pastorali, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina, 1958,    p.205
12  Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina,1967, p. 115.

13 Mario Lancisi, La scuola di don Lorenzo Milani, Firenze, Polistampa, 1997, p. 177.

Le classi subalterne devono esperire, in sostanza, il tentativo di
costruire una cultura alternativa a quella dominante se vogliono av-
viare e concretizzare un processo profondo di liberazione sociale del
singolo e dell’intera comunità. Gli intellettuali possono, a loro volta,
incidere positivamente sul miglioramento della società se liberi da
vincoli derivanti dalla presenza di oligarchie, che suggeriscono sche-
mi di comportamento da estendere sotto forma di omologazioni, si
direbbe oggi, selvagge. L’intellighenzia ha il dovere morale di rom-
pere queste catene e di parlare un linguaggio comprensibile verso le
classi subalterne, di mettersi al servizio di queste ultime senza badare
a tornaconti personali o deprecabili opportunismi che privilegiano
soltanto situazioni di comodo. Usare uno strumento linguistico in-
cisivo, efficace, chiaro e intelligibile non vuol dire abbassare i livelli
della cultura, piuttosto tenerli alti a condizione, però, che proprio le
classi inferiori abbiano la possibilità di elevarsi mediante la graduale
e progressiva appropriazione di sussidi culturali, capaci di azzerare il
gap esistente in partenza.
Da qui l’antintellettualismo milaniano che rifiutò e combattè gli
atteggiamenti diffusi di elitarismo e di presunzione dell’intellighen-
zia borghese, attraverso le armi dell’ironia e del sarcasmo, spinte alle
estreme conseguenze.

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Published by nelsegnodizarri.over-blog.org riccardo s.m.fontana
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