Overblog
Edit post Segui questo blog Administration + Create my blog
15 marzo 2011 2 15 /03 /marzo /2011 16:52

TRATTO   DA   :  

 

L'ATTIMO FUGGENTE

Direttore

Cesare Lanza

 

 

MI PIACEREBBE PARLARE DI MINA...

 

Andrea Lo Vecchio

 

Scrivere canzoni! Mestiere ingrato: ogni volta è un esame, niente si conquista e non ci sono traguardi, tranne uno: Mina. Avere una canzone cantata da lei è il punto di arrivo di ogni autore che si rispetti, ancora oggi che Mina non è più una grandissima venditrice di dischi.

Puoi essere sulla cresta dell’onda, fare successo in Italia o all’estero, ma se non arrivi a lei non ti senti completo; è come se ti mancasse la laurea, anche se tutti sanno che sei un buon avvocato. Emozione – l’emozione di un incontro importante, il mio primo con lei, tanti anni fa. – Chiudo gli occhi e mi rivedo quella donna così giovane e già così monumento, lì, davanti a me a giudicare un brano che improvvisamente canto malissimo ostentando una sicurezza che non ho...

Trovarmela davanti per la prima volta, quasi trent’anni fa ormai, e sentire subito di volerle un po’ bene, non per quello che rappresentava, ma per quello che era: una donna sola, con una carica di umanità incredibile. Negli anni l’ho vista commuoversi di fronte a un testo che le avevo scritto, alzarsi ed abbracciarmi e subito dopo non sentirsela di cantarlo in prima persona. L’ho vista preoccuparsi della salute di uno dei miei figli, durante la realizzazione di un disco, anche se i nostri incontri non sono mai avvenuti fuori dall’ambito lavorativo. L’ho vista non riuscire a liberarsi da qualche parassita “perché poverino”. L’ho vista avere paura di non farcela a fare un buon disco per il suo pubblico, lei, che secondo me potrebbe cantare anche l’elenco del telefono.

L’ho vista soffrire per la lontananza dei figli che adora. L’ho vista amare senza riserve uomini che approfittavano di quel rapporto per farsene pubblicità e guadagnarne. L’ho vista rifiutare cifre iperboliche pur di non rinunciare alla propria tranquillità. Come non volerle bene? Domandarmi perché non ho fatto nulla per diventare amici; strano rapporto tra due persone che si stimano e non ci provano a stringere dei legami, in questo mondo così privo di relazioni umane vere, disinteressate...

E poi la risposta, improvvisamente, come un lampo a ciel sereno, incredibile nella sua iperbolicità: Mina è timida! Una timidezza estrema, mascherata solo dall’alone del successo, dalla falsa aria di sicurezza e tranquillità che ne emana. Lo vedi da come si comporta, dall’approccio che prende senza portarlo a termine, lanciando frasi a metà, aspettando che sia tu a raccogliere il messaggio. Timido anch’io e tutto diventa come un dialogo tra sordi: la paura di essere frainteso, male interpretato, che ogni timido ha, impedisce di concretizzare un qualcosa che vada oltre la pura e semplice simpatia. Tutto si riduce a quattro chiacchiere durante le incisioni, a un buon bicchiere, a due risate e finisce lì, arrivederci all’anno prossimo, al prossimo disco.

Sensazione di inconcluso, di incompleto: voglia di conoscerla un po’ meglio questa sana ragazza cremonese che ha sempre pagato in prima persona, che non si è mai tirata indietro, assumendosi anche responsabilità non sue, che ha dato sempre tutto ad un prezzo più alto del dovuto. Dal suo sguardo, dalle sue parole, da ciò che fa, traspare una limpidezza, una onestà, un senso di pulito che raramente rimane addosso a chi, nel mondo dello spettacolo, raggiunge una posizione di successo.

“Il più pulito ha la rogna” si suole dire, perché non c’è posto per tutti e non puoi permetterti di non spingere, di non approfittare oggi di una situazione, ché domani sei vecchio, schizzato via da tutti, successo o non successo. Lei no! Mina ha mantenuto intatta la freschezza di quando è partita non ostante i troppi tradimenti, le delusioni, le rinunce, i dolori di una vita privata non certo piena di fortuna. Eppure conserva gli occhi chiari e le mani bianche, esponendosi forse un po’ meno, ma disposta ancora a dare senza chiedere, divertendosi per quanto può, cercando di non calpestare i diritti altrui, perché ognuno abbia il suo.

Un esempio: sala di registrazione – Stiamo rivedendo un testo per alcune parole che non le vengono bene.

“Ma tu non cantavi una volta?”.

“Sì”.

“Allora vieni, facciamo un coretto insieme”.

E via, davanti al microfono con il cuore che batte forte, anche se sono solo due note; lei che incoraggia, aiuta, ti mette a tuo agio, tu così piccolo e lei così grande. Tutto finisce in fretta, sono solo poche misure e lei:

“Guarda che metto il tuo nome in copertina”.

“Ma no, Mina, grazie, non serve”.

“No, io voglio che tutti quelli che hanno lavorato nel disco abbiano la loro parte!”.

“Mi vergogno come un ladro”.

“Se c’è qualche ragione particolare ok, altrimenti metto il tuo nome tra i coristi”.

Ecco, una stupidaggine che lei, per quella pulizia di cui parlavo prima, sente il bisogno di riconoscere al di là del tuo inesistente merito. Con quanta gente ho lavorato in questi quarantacinque anni che invece si è assunta tutti i meriti, anche i miei! Questa è la differenza sostanziale tra lei e gli altri, questo aumenta il piacere di lavorare con lei, oltre il piano strettamente professionale.

E professionalmente Mina è una stupenda macchina; se non avesse paura di volare, di girare, di fare spettacoli, sarebbe un’artista “Top” in tutto il mondo, Stati Uniti compresi! Eh sì, non è una esagerazione, è una constatazione, se volete puramente tecnica, ma reale.

La sua grana di voce, la forza interpretativa, il modo con cui riesce a rendere un testo, purché abbia un minimo di cose da dire o da sottolineare, le sue doti vocali che contemplano oltre due ottave di estensione, ne fanno una grande artista di calibro internazionale, in grado di esibirsi e conquistare ogni platea in ogni parte del mondo. Ma avrà pure dei difetti questa donna che decanti tanto! Mi sembra di sentire nell’orecchio questa domanda del lettore al quale rispondo: ebbene, sì: la pigrizia!

Mina è pigra fino all’inverosimile. Pigrizia e timidezza fanno sì che si chiuda nella sua torre d’avorio e che, per conto suo, agiscano e operino tanti oscuri personaggi che creano barriere, si trovano interessi, vendono informazioni anche sulla sua vita privata, pasto continuo di giornalistuncoli da quattro soldi che si occupano quasi esclusivamente di venire a ficcare il naso nelle tue lenzuola. Mina lo sa, è troppo intelligente per non saperlo o non capirlo, ma lo sopporta come inevitabile obolo alla sua pigrizia, un piccolo tributo che le consente di continuare ad occuparsi tranquillamente del suo uomo, dei suoi figli, delle sue partite a scopa.

E, bene o male, qualche buona canzone arriverà comunque, un buon disco si farà comunque, anche se forse con un pochino più di omogeneità e con un’unica mano a condurre la danza, con qualche apparizione televisiva, con qualche concerto, se ne potrebbero vendere di più; ma perché vendere di più quando quelli che già si vendono bastano e avanzano? Perché incaricare qualcuno di produrti un disco e poi magari doverci discutere, doversi assoggettare a un piano promozionale, ecc... ecc...

No, no, molto meglio così! ... E non per mancanza di professionalità, perché la signora è una delle più grandi professioniste che io abbia mai incontrato: se non è soddisfatta non molla, si prepara con attenzione, scrupolosità, puntigliosità; è soltanto “pigrezza”, come dicono a Napoli, quella “pigrezza” così tipicamente mediterranea, calda, latina, simpatica alla quale non puoi non perdonare, anche se ti ci arrabbi un po’, non più di tanto perché anche tu sei mediterraneo, caldo, latino, e tutto finisce con un “peccato” e avanti così.

Ci si chiede spesso se il successo non logori. Mina mi disse un giorno che ogni volta è come ricominciare da capo: più successo hai e più critici alla tua porta, fucile alla mano, pronti a sparare sul primo errore, sul primo sbandamento. Una tua défaillance fa notizia, il pubblico ama vedere l’equilibrista che cade e meglio se non c’è rete; il pubblico va alle corse automobilistiche sperando, in cuor suo, di assistere ad un incidente ed il giornalista è lì per accontentarlo, per sottolineare la tua caduta e per essere il primo a venderne i cocci.

Anche il mondo della canzone non sfugge a queste regole: quanta gente crede di averti inventato solo per aver scritto quattro paroline carine sul tuo conto; poi aspetta, con nella testa “come ti ho creato, così ti distruggo!”, cercando l’occasione buona, quella di un disco sbagliato, di una nota mal fatta, di un amore andato a male (può capitare a tutti).

Mina, come ogni grande che si rispetti, è da sempre nell’occhio del ciclone; sa benissimo che ogni suo disco è una scommessa e che su ogni nuova puntata lascia le vincite precedenti, pronta a perderle in un colpo solo, e nessuno ti fa mai credito per quanto hai vinto prima. Con Roberto Vecchioni, tanti anni fa, scrivemmo una canzone che diceva:

“Pecore foste, ma si sa è la vita

siete leoni sulla mia ferita

e fate a gara per chi mette prima

un mio errore nella sua vetrina.”

Niente di più vero, di più drammatico, di più vissuto nella carriera di un artista, che sia scrittore o musicista, cantante o attore, grande o piccolo. Si pensa spesso alla vita di un artista con mal celata invidia, lo si immagina in un eremo dorato a godersi i frutti di una non troppo sudata mietitura.

Quante volte, specie all’inizio, mi sono trovato nei salotti a discussioni di questo tipo:

“Cosa fa lei nella vita?”.

“Canzoni!”.

“Si, va be’, ma per vivere?”.

“Canzoni!”.

“No, dico, come si guadagna il pane, che lavoro fa?”.

“Canzoni!”.

Perplessità. La leggi negli occhi del tuo interlocutore, che non capisce come non ci sia un cartellino da timbrare o, essendo un libero professionista, tu non abbia una clientela che ti permetta di avere un reddito fisso su cui contare alla fine di ogni mese. E allora ti guardano un po’ stupiti e un po’ disgustati:

“Bella la vita, eh? Non far niente tutto il giorno, dormire fino a tardi, belle donne, begli alberghi, sempre in giro...”.

Pochi sanno quanto lavoro e quanto sudore costi un disco, da parte di tutti, chi scrive, chi suona, chi canta. Pochi sanno che si lavora ininterrottamente per 16, 18 ore al giorno a provare, riprovare, trovare i suoni, le parole giuste, le canzoni giuste. Pochi sanno che la tua giornata diventa balia di orari assurdi: a letto alle cinque del mattino, il primo pasto alle quattro di pomeriggio e poi i viaggi, gli spostamenti, lo stress da paura che quello che stai facendo non piaccia, che sia un lavoro inutile da buttare in un cestino.

Per esempio, pochi sanno che un’artista come Mina comincia a lavorare a febbraio per il long playing che uscirà a fine novembre e che comunque ce la fa a finirlo solo per il rotto della cuffia.

Passione. Solo la passione ti tiene in piedi, permette di continuare a credere che una canzone serva a dare un po’ di serenità, a sottolineare un amore, un’estate, una relazione, a riempire un centesimo di vita di qualcuno che per un attimo ha canticchiato il tuo motivo, dimenticando guai, conti da pagare, problemi!

Ma torniamo a Mina, al di là delle mie divagazioni sull’essere artista e sulla vita che ne comporta. Mina la grande, Mina la misteriosa, Mina la regina. Come ogni re che si rispetti anche lei ha la sua corte, i suoi giullari. Spesso mi sono domandato, vedendo chi gravita intorno ai grandi artisti, come sia possibile che una persona colta, di successo, abbia intorno a sé un corollario di gente assolutamente inutile: cortigiani, buffoni, scrocconi. Non ce n’è uno che si salvi da questa regola, da Celentano a Masini, da Mina a Sting.

Mi chiedevo come mai, come non accorgersi che sono leccapiedi, che a un segno del tuo capo dicono sì, e ad un altro cenno no, senza mai un’idea precisa se non quella di assecondarti e vivere nella tua ombra? La risposta me l’ha data Luciano Tallarini, un art director che si è occupato di buona parte delle copertine di Mina ed è suo intimo amico: “Sono i suoi televisori, lei li accende e li spegne quando vuole, niente di più; sa benissimo chi sono e quanto valgono, ma ci si diverte e tanto basta!”

Alienazione da successo! Dev’essere così drammatico il rapporto umano a quei livelli che senti il bisogno di un isolamento totale; con lei non ne ho mai parlato e sarebbe interessante affrontare l’argomento un giorno o l’altro, ma sono certo che oltre al divertimento, discutibile del resto, del sentirsi declamare: “Sei divina!”, “Che voce stupenda!”, “Come sei bella oggi, cherie”, ecc... ecc..., ci sia la paura di rapporti più profondi, quelli che mettono radici e non sono disponibili all’assenso per l’assenso, quelli che mettono in discussione scelte e modi di vivere, quelli che ti costringono a pensare in termini più duri, reali, concreti, quelli che rendono l’amicizia salata, nuda, spassionata.

Rimettere sul tappeto una scelta che già ti è costata parte del tuo sonno con ansia, paura di sbagliare, non deve essere piacevole e allora ecco i giullari, pronti ad avvallare, ad assentire, a non approfondire, ad incensare. Scelta. È un fatto di scelta, ma questa aumenta inesorabilmente la consapevolezza dell’isolamento, dell’essere i soli a decidere nel bene e nel male, al di là del risultato, al prezzo più alto.

Ricordo quando scrissi per lei “E poi...”, canzone nuova per quei tempi, inusuale per la Mina che la gente era solita ascoltare, ritmico. Entusiasmo. Lei se ne entusiasmò: grosse pacche sulla spalla, sorrisi, quindi, a prodotto ultimato, i dubbi di non essere forse troppo avanti, di non aver fatto un salto troppo lungo e infine la decisione: “Faccio il 45 giri, vada come vada, il pezzo è forte, il resto si vedrà!”. Ed è lì che servono i giullari, a dirti che hai scelto bene, a non instillare dubbi oltre quelli che già hai, a farti sentire nel giusto.

Tutti sappiamo, Mina per prima, che è finto, falso, voluto, ma in quel momento serve che qualcuno sposi incondizionatamente la tua scelta; ti aiuta a non pensarci più, chiudere gli occhi, incrociare le dita ed aspettare il responso, quello vero, del pubblico che sceglie o non sceglie al di là dei nomi, dei miti, delle paranoie; recepisce o non recepisce non stando a badare se ci hai messo tre giorni o tre ore a studiare quella chitarrina fatta a quel modo, quel passaggio di tonalità, quel vocalizzo in quel determinato punto che ne aumenti l’effetto.

Cos’altro dire di Mina? Mi piacerebbe parlare del suo viso e delle sue stupende mani dall’incredibile fedina che ne avvolge il pollice; dei suoi occhi puliti, rapidi, profondi, in un ovale pressoché perfetto: occhi che scavano, analizzano i tuoi da dietro le lenti dei suoi occhiali rotondi e leggermente affumicati; quando ti parla non ti mollano mai, pronti a registrare ogni minima impressione, segno di schiettezza, mai obliqui, sempre dritti, puntati, attenti.

Mi ha sempre colpito il suo sguardo ed affascinato anche, come se lasciasse intravedere un mondo a me proibito, intensissimo, dolce e violento ad un tempo, mite ed autoritario in ugual misura, un mondo pieno di vortici nei quali tuffarsi, pericoloso ma tentatore.

Dunque, le mani, gli occhi... e poi la bocca, quando si allarga in quella risata a trentadue denti, contagiosa, argentina, liberatoria. Credo di non essermi mai soffermato su altro che non fosse il suo viso o le sue mani, anche se Federico Fellini si incantò nella descrizione del suo seno terminando la sua farneticante disquisizione con la frase: “Le tette che hanno allattato mezza Italia!”. Le tette son sempre state un fatto personale di Federico, per me sono le mani: adoro le dita lunghe, avvolgenti, la punta delle unghie rotonda, insomma, le mani che parlano da sole e ti promettono allettanti paradisi.

Ecco, mi piacerebbe parlare anche del whiskey di Mina, quello che inevitabilmente mi offre, creando prima di ogni incisione un’atmosfera casalinga di rilassatezza e tranquillità, quell’atmosfera da pantofola nella quale ognuno si ritrova a suo agio, pronto alla conversazione, disponibile.

Mi piacerebbe parlare della Mina buongustaia, quella che asserisce che il massimo della vita è “alzarsi la mattina con un buon rognoncino trifolato”. Mi piacerebbe parlare dei suoi discorsi dalle e larghe, melodiosi come se cantasse anche se dal linguaggio pratico ed inequivocabile. Mi piacerebbe parlare della donna Annamaria Mazzini al di là del suo essere artista così come tutti la conoscono. Ed invece no, non ne parlerò, perché ritengo che ognuno abbia il diritto a sé stesso; il diritto che nessuno ficchi occhi nelle sue arterie; il diritto di non essere squarciato, in balia dei venti dell’opinione pubblica; il diritto al privato; ecco perché su Mina mi fermo qui.

 

Andrea  Lo  Vecchio

Condividi post
Repost0

commenti

Présentation

  • : RIABILITAZIONE POST MORTEM DI PADRE GINO BURRESI
  • : Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291
  • Contatti

Recherche

Liens