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Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291

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FLINT, L'ALBERO DELLA VITA NUOVA

 

 

 

http://nicolazonno.blogspot.it/2015/08/lultimo-albero-sulla-terra.html

 
 

 

 

L’ULTIMO ALBERO SULLA TERRA

di Nicola Zonno


 

“Papà, che cos’è un albero?”
A questa domanda, il padre corrucciò la fronte.
“Un albero?”
Per un attimo si sentì preso in contropiede.
Era una domanda semplice, incredibilmente semplice, eppure lo aveva lasciato con la mente in bianco.
“Una pianta!” Avrebbe potuto rispondere, molto semplicemente. Già, ma che cos’era una pianta? Suo figlio non ne aveva mai vista una. L’ultima, un gigantesco carrubo di quindici metri di diametro, l’avevano abbattuta venticinque anni prima per far posto al parcheggio della prima, faraonica, sede dei supermercati Starwix: 450.000 m2 di cemento, vetro e acciaio scintillante. Un vero e proprio vanto per l’architettura moderna!
Lui, all’epoca, era solo una ragazzo – aveva, più o meno, la stessa età di suo figlio ora – ma ricordava ancora perfettamente quel bestione dall’aspetto pacifico.
Era stato suo padre a insistere per farglielo vedere. Dopo aver appreso, infatti, da un suo amico ingegnere – che aveva preso parte alla progettazione del supermercato Starwix – che stavano per abbatterlo, quella mattina stessa, senza perdere altro tempo, lo aveva ficcato in macchina e insieme erano partiti alla volta del gigante.
D’un tratto, gli tornò in mente il ricordo di quel giorno, vivido come se fosse accaduto solo poche settimane prima.
Era una mattina d’estate e faceva un caldo infernale, un caldo di quelli che smorzano il fiato e appiccicano le suole delle scarpe all’asfalto. Lui era in cucina con sua madre e stava facendo i compiti di matematica, mentre lei era intenta a preparare dei succulenti biscotti al burro, quand’ecco che, all’improvviso, si spalancò la porta.
“Maria! Maria!”
Era suo padre.
“Presto, preparami un paio di sandwich e una spremuta di vitamine, per favore. Oggi non torno a casa per pranzo!”
Il suo tono di voce era visibilmente eccitato.
“Giacomo, ma che ti prende? – rispose sua madre. – Perché tanta fretta? E cos’è questa storia che non torni a casa per pranzo?”
“Devo pandare, devo artire. Subito!”
Dall’emozione non riusciva nemmeno a parlare. Gli si accavallavano le parole in bocca.
“Ma si può sapere cos’hai? Dove devi andare così, di corsa? È successo qualcosa a tua madre?”
“Mia madre non c’entra! Devo andare a trovare un vecchio amico. E porto con me anche il ragazzo”.
“Ah, no, questo no! – Rispose, secca, sua madre. – Adesso tu mi spieghi cos’è successo!”
“Maria!”
Suo padre si avvicinò a lei con fare brusco e, prendendola per le mani, aggiunse: “Il Vecchio Flint! Stanno per abbatterlo! Me lo ha detto Alfredo proprio poco fa. Devo andare a trovarlo finché sono ancora in tempo!”
“Oh, mio dio!”
Sua madre si portò una mano alla bocca. Sapeva quanto quell’albero significasse per suo padre, per cui non aggiunse altro. Solo si limitò a scuotere il capo.
“Va bene, ma … il lavoro?”
“Al diavolo il lavoro! Oggi non ci vado. Ho preso un giorno di permesso e, con il fine settimana di mezzo, posso farcela!”
“Ma devi per forza portare il ragazzo con te? Non potresti andarci tu solo? È lontano!”
“No! – rispose suo padre, deciso. – È assolutamente necessario che venga anche lui con me!”
Non aveva mai visto suo padre così convinto, né lo avrebbe mai più visto in seguito, visto che, per natura, era molto pacato e conciliante.
E così, dopo alcuni rapidi preparativi, si misero in macchina e partirono lasciando sua madre sul ciglio di casa, con un’espressione da tragedia greca in viso e le mani ancora sporche di farina.
“Tornate presto!”
Ci misero due giorni ad arrivare, attraversando ben tre stati, sotto un sole che faceva brillare la macchina come un grosso insetto in fuga nel deserto. E per tutto il viaggio suo padre non smise un attimo di parlargli di quell’albero e di quante volte ci si era arrampicato sopra, da ragazzo, e della capanna che lui e i suoi fratelli avevano costruito tra i suoi frondosi rami. E così, quando, la sera del secondo giorno, si ritrovarono finalmente al cospetto del Vecchio Flint, a lui sembrava di conoscerlo da sempre, quasi fosse uno zio, o un vecchio amico di famiglia.
Era davvero enorme, il più grande essere vivente che avesse mai visto in vita sua. Ed aveva l’aspetto sereno e bonario di un anziano di paese dalle rughe profonde. Ma faceva tristezza vederlo lì, tutto solo, al centro di un’enorme buca dove un tempo dovevano esserci stati molti suoi simili. Inoltre, era completamente accerchiato da betoniere e grossi camion da carico, tutti mezzi che però, per quanto grandi, sembravano dei semplici giocattoli al suo confronto.
“Ciao, amico mio! – disse suo padre, togliendosi il cappello. – È da un po’ che non ci vediamo”.
Sorrise.
Il gigante restò in silenzio. Immobile.
Per un attimo, però, lui ebbe come l’impressione che stesse ricambiando quel sorriso, ma non disse nulla. Sentiva che quello era un momento molto speciale per suo padre e non voleva assolutamente rovinarglielo.
Appoggiato sul cofano della macchina, si limitò ad osservare la scena.
“Scusa se non sono venuto a trovarti in tutti questi anni – proseguì suo padre. – Ma sai com’è? Il lavoro, la famiglia…”
Da come gli parlava, sembrava che veramente si stesse scusando con un amico e questo a lui faceva un po’ uno strano effetto perché non aveva mai visto suo padre comportarsi in quel modo. Era come vedere uno di quei matti che parlano da soli, per strada, o sull’autobus. E suo padre non era certo matto, anzi. Era la persona più lucida e razionale del pianeta.
“Ma che dico? È evidente che tu questo non puoi saperlo. Il tuo mondo è molto diverso dal mio. Io e te, però, ci siamo sempre trovati bene insieme. Ci capiamo… o almeno era così un tempo ”.
“Ma adesso, su! Lasciamo perdere questi inutili discorsi nostalgici. Raccontami un po’, cosa hai fatto in tutti questi anni? Ne avrai viste succedere di cose da queste parti. È tutto cambiato”.
Suo padre e il Vecchio Flint restarono lì, a parlare, ancora a lungo, circondati da decine e decine di camion che sembravano sorvegliare il mastodonte perché non scappasse. Lui, però, non sarebbe scappato, non poteva. Ma forse, anche potendo, non l’avrebbe fatto.
“Certo, è curioso” Pensò. Con la sua forza, avrebbe potuto spazzarli via in un attimo. Loro e tutte quelle ridicole formichine in tuta che ogni giorno lo tenevano sotto assedio. E invece no, non si muoveva. Preferiva lasciare che lo umiliassero, che lo uccidessero. Gli ricordava un po’ la storia di quell’elefante che, legato sin da piccolo a un paletto piantato nel terreno, alla fine si era abituato a stare fermo e ad obbedire, anche quando, divenuto ormai adulto, avrebbe potuto benissimo sradicarlo e liberarsi. Si, certo, il Vecchio Flint non era un animale, nessuno aveva dovuto legarlo a un palo per farlo stare fermo, ma la sua pazienza era molto simile a quella del pachiderma, una pazienza sovrannaturale, quasi misteriosa per lui, sconosciuta al mondo umano.
Ad un certo punto, suo padre si risistemò il cappello in testa e tornò alla macchina. La loro conversazione doveva essere finita.
“Su, Antonio, andiamo! S’è fatto tardi. Tua madre sarà in pensiero”.
I suoi occhi sembravano velati da una sottile tristezza, ma il suo viso era sereno, tranquillo, come chi si è appena liberato da un gran peso sulla coscienza.
In silenzio, si rimisero in macchina e ripartirono. Lui, però, restò ancora qualche istante affacciato al finestrino, osservando il Vecchio Flint che, pian piano, scompariva dietro una collina. I suoi rami si stagliavano scuri contro un cielo caldo e luminoso. Non l’avrebbe mai più rivisto.
“Papà! Papà!”
Antonio si ridestò, all’improvviso.
“Eh!? Chi?... Cosa?...”
“Papà! – Suo figlio lo stava fissando. Aveva qualcosa in mano. – Il telefono!”
“Ah, si. Scusa”.
Lo prese.
“Pronto?”
“Alfredo! Quanto tempo!”
Era Alfredo, l’amico ingegnere di suo padre. Non lo sentiva da una vita, anche se comunque era rimasto un buon amico di famiglia.
“Come?… Dici davvero?... Ma è fantastico!”
Il suo volto, d’un tratto, s’illuminò.
“Quindi, prima di andarsene, ha avuto un figlioletto! E dove si trova, sempre in quel parcheggio? Ah, Vecchio Flint, sapevo che non poteva finire così! Sei sempre stato il più furbo di tutti! Va bene, Alfredo, ci vado subito. Aspettami lì!”
E riattaccò.
“Papà, cos’è successo? Chi era al telefono?”
Suo padre gli rivolse un sorriso radioso.
“Figliolo, va’ a prendermi le chiavi della macchina, presto! Ho appena trovato una risposta alla tua domanda!”
“Ma come, oggi non vai al lavoro?”
“Al diavolo il lavoro! Prenderò un giorno di permesso e, con il fine settimana di mezzo, possiamo farcela!”

 

FINE
 
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