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Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291

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NEL FIOR FIORE DELLA TERZA ETA' CHE NESSUNO SA

 

 

http://massimofranceschini.scrivere.info/index.php?poesia=182860

 

 

 

Il giardiniere

 

Innaffiali ogni giorno i desideri,
non far seccare mai foglie e radici.
Controlla ciò che hai seminato ieri,
concima col sorriso i buoni auspici.
Edifica una serra resistente
per quando arriveranno le gelate,
taglia i rametti secchi del presente,
nutri di vitamine le giornate.
Drizza i rami cadenti con le stecche,
quando li salverai, che gioia immensa!
Se riesci a potar via tutte le pecche,
verdi ributti avrai per ricompensa.
Non sempre bastan questi accorgimenti
contro erbacce, tempeste ed imprevisti
ma se semini passione e sentimenti
punteggerai di verde i giorni tristi.

 

Massimo Franceschini

 

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F
Invocazione di aedo greco (2014)<br /> <br /> Questo, un mondo tremendo<br /> Che ti divora come baccanti,<br /> Eppure qui avrei voluto lasciar<br /> Un segno nel segno del tempo.<br /> Ma non facciamone tragedia<br /> Ora, con tanto di coro di capri<br /> Pelasgici o di un’isola a forma<br /> Di scorpioncino. O bell’astro<br /> Falcato, insegnami a tramontar,<br /> Cancelli queste stesse impronte<br /> La tua marea che copre, che crea.<br /> Già nel gorgo son gli amori vani<br /> E delle finzioni nate sul papiro<br /> Per ingannar un vuoto così denso<br /> Come cent’anni di solitudine.<br /> Che cetra abbia il bon guscio rotto:<br /> Sì, la voglio gettar tra gli scogli<br /> Dove la si pescò, una tartaruga;<br /> Che d’argento ci indugi silenzio<br /> Oppure ci nuoti bel pesce. Nulla<br /> Ho da offrir per la danza d’ombre,<br /> Mentre su di me cala una cecità...<br /> Ordunque, Selene, diva di manto<br /> Notturno, dammi oblio, concedimi<br /> Questo solo; nemmeno te restasti<br /> Incantata ai versi di chi non è bello<br /> Come Endimione, né gode del lauro<br /> Di un ispirato vate di nome Esiodo.<br /> <br /> <br /> <br /> Titana la Rossa (2014) Se sfioro l’erba, sono verde.<br /> (Paavo Havikko – Finlandia)<br /> <br /> In distretti di lotta, questa notte<br /> Continua a negarci pietà al sonno.<br /> Galassie, mondi portentosi, li so<br /> Nell’universo di dèi nebulosi.<br /> Come Amor si vuole, e non ti dico<br /> Una supplica, perché ci gira attorno<br /> Quella tigre pronta a graffiarci core,<br /> Come suo centro favorito? Oh, scorno!<br /> Me tapina! Io no, non son cattiva<br /> Anche se nata d’un altro colore.<br /> Se l’erbe sfioro, verde di gioia sono,<br /> Come una lacrima di sole al vento.<br /> E, stranamente, come formica<br /> Scossa, in sì lieve camicia rossa,<br /> Son più pacifica di molte bestie.<br /> (Titana! Titana, le macini, parole,<br /> Per poi trovarti a pestar un tasto:<br /> Ed è il Male il buon dente guasto):<br /> Quella interiore secerne a dolore.<br /> Sui miei passi strascicati sull’orlo<br /> D’una fossa ora spiovono stelline<br /> Di fiore, come stille di occhi lassù,<br /> E di contrade morte. Da poco un mar<br /> Di petroli si è riversato fin qua,<br /> Come fibrosi di spessi liquami<br /> Affondò in cavità di brutto sogno:<br /> Terrea, ci indugio a occhetti aperti.<br /> Anzi, m’inoltro nello scuro del pozzo<br /> Della memoria, scoprendo capezzoli<br /> Petrosi d’una grotta imbandierata<br /> Di pipistrelli: ed ecco la nausea...<br /> Con far d’olfatto, per caso discesi<br /> In labirinto osceno: e lì m’ingolfo<br /> A fagiolo, in pappa di brace e muco.<br /> Caccio vocetta, mi fece eco tronco<br /> Stornello d’un menestrello: tocco<br /> Al cervello, mostro vero o cammello<br /> Che fosse, mi ritrovo nell’avello<br /> Di ostile formicaio. Nel ritornello<br /> Che piega schiene lucidandola bella,<br /> Una Rolls Royce, v’impazzava lucetta<br /> Come di sigaretta: la solita ramazza<br /> Con fumetto d’aria fritta, a dritta<br /> Nettò cenere teschietto in elmetto.<br /> Troppo spesso il desiderio è debole,<br /> Sta asservito al pensiero del Nulla,<br /> E sulla ruota di destini, capperina!<br /> Si crocifigge culto, libertà, poesia,<br /> Con frigida noia o per vile sollazzo.<br /> Piramide di bocche voraci, di sedani<br /> Da paura, bruciavan calorie com’è<br /> Di natura; brillo birillo ronfava<br /> Tra quelle grinfie pronte a banchetto.<br /> Che far, come tornar su, al Tronchetto?<br /> Ah, vacillo! Ne spillai da baccello<br /> Lì dove ormai s’è fatto gran bordello.<br /> Mi serviva, però, bello stratagemma<br /> Per non finirci in salamoia! Dilemma<br /> Se usarla o non usarla, mascherina<br /> Di cui son regina, di quando mi sento<br /> Siccome una ruina. Leggere il vento<br /> È un’arte di poche e anch’io salpai<br /> Verso riviere più serie. “O mal mosse<br /> Schiere, o formiche annerite di tosse”,<br /> Così dissi loro, e falsa e stentorea,<br /> “Giammai v’arrovella l’incompiuto,<br /> Il senso perduto di cose, uno starnuto<br /> Nel fazzoletto d’erba del più vicino?<br /> Quest’ambascia l’avverte vicino:<br /> Ombre rosse dalle fila ben serrate,<br /> Nel riscatto d’amore a pene celate,<br /> Stanno pronte a calar come spade<br /> In questo paradiso di orchi e fate.<br /> Tra le antenne non hanno fossette<br /> Né sorriso ebete per due mossette<br /> Di sederino... Ah, ah! Battagliere<br /> Sì, morrete mangiando ’sta polvere!<br /> Ben ci piace crosticina, non mollica<br /> Sciapa. A vibrare d’ali e di mani<br /> Congiunte, mosseci per vera sete,<br /> Tra poco tutte vi scrolleremo in tino<br /> Ove pece già ne sa dell’inferno divino!”.<br /> Ratto m’involo: sul filo del rasoio<br /> Tiro recchie, zampette torco a questa,<br /> A quell’altra troiana, ficco due pinze<br /> Nella pancia di chi ebbe cortocircuito.<br /> Ciò si gira, ronzando strabuzza fanali.<br /> Per Odino, gli fo’ un occhiolino!<br /> Scalciando, il trombone sbatacchia<br /> Quelle di dragone dall’alito pesante.<br /> Caso vuole che in cul a baleno, tra uno<br /> E quell’altro pelo, me ne sia gita.<br /> Su dune salimmo per erte a noi nove,<br /> A riveder le stelle che un tutto move,<br /> Ma la luna io toccai con picciole dita.<br /> E seppi d’altre cose mossa una lode<br /> A cavalcatura stronza, di frode:<br /> Mi scrollò nell’infinito. La morte<br /> Si fece molto vicina. Ora sfinita,<br /> L’ora rapace, la sento più forte.<br /> Viene l’onda del destino: finita,<br /> Rendo la cara vita. Lo stremo sfronda.<br /> <br /> <br /> <br /> La nebbia a gl’irti colli (2014)<br /> <br /> Lo spread è cosa da cani. Urlatelo a mari<br /> E monti: le borse vanno su e giù come marò<br /> Sacrificati da massoni per colorati turbanti.<br /> Ridete pure, o hooligans, di certe barcacce,<br /> Ma prima o poi anche spocchiose lingue… <br /> <br /> <br /> <br /> Kangoroo? (2014)<br /> <br /> In televisione monsignor Ravasi<br /> disse che, secondo studi filologici,<br /> di profeti di nome Isaia ne esistettero<br /> più di uno: chi di loro venne veramente <br /> segato vivo, come da lunga tradizione<br /> giudaica, forse quello che annunziò <br /> le tribolazioni di un Agnus Dei?<br /> Da Bibbia interconfessionale<br /> di cinque lustri fa leggo che ben tre <br /> sono i redattori del Libro di Isaia.<br /> Chissà, forse c’era una donzella<br /> tra di loro, ma, allora, dei profeti<br /> si facevano fuori senza tanti <br /> problemi salomonici. Ora veniamo <br /> a noi: uscito da immani tragedie, <br /> il Novecento fu un zombie esistenziale; <br /> abitava al civico zero di Via delle Streghe. <br /> Salvador Dalì, in una surrealista, <br /> dipinse la Poesia come tutta popò; <br /> io direi che è piuttosto grazie <br /> a un bel popò che si può parlare <br /> ancora di Arte. È vero, ragazzacci <br /> della terza C, come nuovo supplente<br /> non sono quel portento di Nicolò <br /> Carosio, ben poco ho da insegnare <br /> a chi prende a calci gli zainetti <br /> di chi non è un diavolo milanista<br /> e ne fa una telecronaca dettagliata<br /> con l’iPhone, sparandola in rete,<br /> ma qualcosa sopravviverà anche di me, <br /> strano essere, come un marsupiale <br /> australe. E sul registro di classe!
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