Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291
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Anoressia e vita religiosa
1. Origini scritturistiche della santa anoressia
“Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,4). La tradizione cristiana, fin dai primi Padri del deserto, si è rapportata con il cibo a partire da questa affermazione evangelica. L’alimentazione smodata, la ricerca di mangiare oltre il necessario e di pasti raffinati è stata presto considerata come una forma di sussistenza poco adeguata allo stile di vita propriamente cristiano. Se si sfogliano le pagine della Filocalia, i quattro volumi che raccolgono gli scritti dei Padri della Chiesa orientali, sono numerosi i rimandi alla necessità di un cibo moderato e non ricercato per il benessere spirituale. Evagrio Monaco, ad esempio, dà questa istruzione: “Attieniti all’uso di cibi leggeri e da poco e non al contrario molti e allettanti”.
Il cibo non deve diventare ossessione per l’uomo, in quanto sta scritto: “Per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre” (Mt 6,25-26).
I Padri hanno ben presente questo passo evangelico che libera l’uomo dall’ansia di vivere, di ricerca continua e dal bisogno di accumulare, raccogliendo e mettendo da parte, e vivono nella fiducia che Dio, il Padre celeste non farà mancare loro il necessario. La vita morigerata e il cibo parco, poi, sono, allo stesso tempo, un’esigenza per poter condurre una vita nell’esichia, nella pace e nell’armonia con se stessi, il creato e Dio. Hanno ben chiaro, i Padri, anche l’aspetto di libertà che muove l’astinenza e il digiuno. Dio non vieta e non proibisce. Così si legge sempre nelle pagine della Filocalia di Evagrio Monaco: “Quanto all’astinenza da certi cibi, la Parola non ci ha proibito qualcosa in particolare, ma ha detto: Ecco, vi ho dato tutto, mangiate tutto come gli erbaggi, senza indagare in nulla, e: Non ciò che entra nella bocca contamina l’uomo. L’astenerci dai cibi dipenderà dunque dalla nostra determinazione e sarà una fatica lasciata alla scelta della nostra anima”.
Dio ha lasciato all’uomo tutto il necessario per la sua sopravvivenza e in abbondanza, ha anche invitato l’uomo a servirsene in libertà, senza pregiudizio, perché nulla di ciò che viene dall’esterno può contaminare l’uomo. La scelta del digiuno diventa da subito, quindi, atto libero. È la volontà dell’uomo che spinge al digiuno, non un’imposizione divina. I Padri del deserto non propongono, ad ogni modo, una vita di digiuno e di stenti, ma di moderazione e di sobrietà. A tal proposito, è chiarificatrice l’affermazione di un altro Padre, Massimo il Confessore: “I cibi sono stati creati per due motivi: per nutrire e per curare. Coloro dunque che li prendono al di fuori di questi due motivi, sono condannati come gaudenti, perché abusano di ciò che è dato in uso da Dio. E in tutte le cose il peccato è l’abuso”.
Ancora una volta, in modo molto diretto, non viene condannato il cibarsi in sé e tanto meno la necessità di nutrirsi, ma l’abuso che in ogni dimensione di vita è origine del peccato. I Padri lasciano in eredità alla tradizione cristiana l’esigenza di una vita sobria, senza appesantimenti di ogni genere e centrata sulla ricerca di ciò che è realmente essenziale. Al giorno d’oggi le loro parole, se si sfogliano le pagine della Filocalia, suonano come preziose istruzioni non solo per la vita spirituale, ma anche per una sana vita psichica e fisica.
2. La rinuncia al cibo come scelta libera
I Padri della Chiesa orientale e occidentale, come si è visto, non negano la necessità di alimentazione, pur conducendo uno stile di vita rigoroso e spesso ascetico che impone una dietetica particolare. Sant’Antonio, ad esempio, se si sta a quanto racconta il suo biografo Atanasio, assumeva ogni due o tre giorni un tozzo di pane con un pizzico di sale e acqua, così anche Ilarione di Gaza si cibava di erbe, fichi, un po’ di farina e, solo quando risultava necessario, qualche goccia d’olio. Il loro digiuno era come ‘monitorizzato’ e non raggiungevano mai il deperimento fisico, tanto che hanno vissuto entrambi fino a tarda età.
Tuttavia, con sant’Antonio, san Romualdo e tanti altri digiunatori inizia la cosiddetta forma di digiuno ascetico che era concepito come modalità di contrapposizione al Demonio, confermata in loro dalle allucinazioni che vivevano e che non consideravano come originate dalla mancanza di sostentamento, ma come prove del Demonio stesso che lottava con loro. Il digiuno, così, diventa sempre più una scelta per purificarsi e per vincere ogni forma di piacere, al costo di stenti, allucinazioni e tentazioni da fronteggiare. La volontà e l’amore per Dio, però, secondo questi anacoreti, monaci ed eremiti sono in grado di fronteggiare tutte le difficoltà conseguenti alla decisione di digiunare.
3. Il digiuno femminile e la “santa anoressia”
Il digiuno e l’astinenza dal cibo sono un atto di libertà e di volontà. Chi non ha forza interiore, motivazione, determinazione e, soprattutto, un fine ben chiaro non può digiunare. Il non mangiare è stata anche una scelta di protesta sociale per molti dal Medioevo ai giorni nostri. Si digiuna perché si vuole riconosciuto un diritto, perché si vuole ricevere ascolto, perché si lotta per una buona causa. Ma si digiuna anche per essere riconosciuti come “persona”. Questo è il caso delle cosiddette “sante anoressiche” secondo la famosa definizione di Rudolph Bell che, in una ricerca del 1986, ha ipotizzato la presenza dell’anoressia a partire dal primo Medioevo, prendendo in considerazione la vita della Sante e individuando, dal 1206 al 1937, ben 261 anoressiche, di cui 101 donne sono state proclamate sante e beate.
Il digiuno femminile delle mistiche del Medioevo e del Cinquecento viene considerato, in parte, analogo all’anoressia di cui soffrono molte donne dell’età contemporanea, soprattutto per la somiglianza di sintomi e di comportamenti. Bell e altri hanno ritrovato nella condizione delle mistiche digiunatrici diversi sintomi che sono indicati nel DSM IV (Diagnostic and statistical manual of mental disorders) per poter diagnosticare la patologia anoressica.
Santa Chiara d’Assisi, santa Caterina da Siena, santa Teresa d’Avila, la beata Angela da Foligno sono tra le più note “sante anoressiche” che nella loro vita si sono opposte con tutte le forze all’alimentazione. All’origine della loro scelta non sembra esserci soltanto una motivazione spirituale, sebbene questa non vada ridimensionata e messa da parte. Tutte le Sante, infatti, indicano la loro scelta come una via di purificazione, di penitenza e, soprattutto, come modo per lasciare spazio a Dio. Vogliono rimanere ‘vuote’ dentro, per poter ospitare l’unico alimento a cui attribuiscono dignità: l’ostia consacrata, il cosiddetto ‘pane angelico’. Questo è quanto raccontano. Sicuramente c’è un’origine santa nella loro scelta, ma c’è ancora qualcosa di più e lo si nota se si guarda, ad esempio, alla vita di santa Caterina da Siena, patrona d’Italia che, però, a differenza di san Francesco, pochi conoscono.
Caterina nasce nel 1347, ventitreesima figlia, in una famiglia agiata con un padre affettuoso, ma spesso assente per lavoro e una madre dal carattere forte, autoritaria con la quale si crea presto il conflitto, a partire dall’età di 12 anni, quando, noncurante della vocazione religiosa che Caterina sente, la vorrebbe a tutti i costi maritare. Il conflitto culmina nella scelta del digiuno che Caterina porterà avanti fino a quando non riuscirà a consacrarsi. La consacrazione, tuttavia, non interrompe del tutto il digiuno ormai assunto da Caterina come stile di vita, tanto che morirà di fame e di stenti a soli 33 anni.
È difficile entrare nella vita di santa Caterina come in quella di tante Sante a lei precedenti e contemporanee, ma un aspetto comune che emerge in tutte è l’aspetto sociale del digiuno. La donna, infatti, a quel tempo era sottomessa, vittima di imposizioni e non libera, oltre che considerata esclusivamente per il suo corpo come strumento di piacere per l’uomo. Così trova forza nel digiuno. Nessuno può obbligarla a non digiunare e, anche quando viene imposto di mangiare ed alimentarsi, può sempre rimettere il cibo, esprimendo, in questo modo, davanti agli altri e, soprattutto, a se stessa la propria libertà. Il digiuno diventa così sempre di più una forma di libertà, persino nei confronti delle Regole monastiche che imponevano astinenza e vita sobria, ma non il digiuno.
La donna, digiunando, riconosce la sua libertà personale, la sua autonomia.
Anche l’appiattirsi, il togliere da sé ogni forma di attrattiva diventa una scelta per l’emancipazione e di protesta sociale verso una società che della donna considerava solo l’apparire.
4. Un confronto con l’oggi
Anche oggi l’anoressia è un fenomeno per lo più femminile. Ma che cosa accomuna le sante anoressiche alle giovani, e non, donne anoressiche del nostro tempo, al di là delle analogie sintomatiche? Ben poco, se ci si sofferma un attimo ad osservare le dinamiche.
In entrambi i casi emerge il valore sociale del corpo e, di conseguenza, del cibo, il rifiutarsi di mangiare per diventare diverse. Per la santa anoressica non mangiare significa affermare la propria volontà, negare la propria corporeità per poter conseguire l’unica meta davvero importante per lei, ovvero quella spirituale, ribellarsi ad un sistema oppressivo e tutt’altro che libero. Per l’anoressica contemporanea, invece, premettendo che probabilmente le dinamiche a livello psichico sono più articolate e complesse e che non è questa la sede per poterle analizzare in modo dettagliato, i meccanismi sono quasi capovolti rispetto a quelli delle sante ascetiche.
Il digiuno è sempre per conseguire una forma di perfezione, ma, a differenza di santa Caterina, santa Chiara e le altre, l’anoressica del nostro tempo non vuole conseguire una perfezione spirituale, non digiuna per purificarsi interiormente e per ospitare il suo unico cibo, l’ostia consacrata, ma digiuna per conseguire un’ideale bellezza corporea che le dovrebbe permettere di inserirsi in un contesto sociale. Il rifiuto del cibo diventa strumento per plasmare il corpo, non l’anima, come era nel caso delle sante anoressiche, e per renderlo accettabile e in linea con i modelli sociali.
La dinamica, quindi, è quasi ribaltata. L’anoressia non porta più la persona ad affermare se stessa, la propria individualità, la propria autonomia, ma, più che altro, è mossa dall’omologazione proposta dai modelli socio-culturali. Si può affermare: patologie uguali per espressioni di situazioni quasi contrapposte.
5. La lezione delle ‘sante anoressiche’
Contestualizzandole e, quindi, leggendo anche i loro digiuni in un’ottica non più psicodiagnostica, ma socio-culturale che cosa possono insegnare le sante anoressiche all’uomo d’oggi e, in particolare, alle anoressiche e a tutte quelle persone che soffrono di disturbi alimentari del III millennio? Innanzitutto, insegnano che il corpo non è tutto e che diventa importante nel momento in cui si esprime. In fondo, in santa Caterina il corpo esprime la sofferenza di essere solo strumento di piacere per l’uomo. Insegnano che la loro rinuncia al cibo è in funzione di una lotta contro ogni forma di sottomissione più grande, quella socio-culturale a cui erano esposte. Insegnano che la persona umana può anche non mangiare, non bere, non godere di tutti i benefici, ma che quello che conta è l’affermazione della propria personalità, della propria volontà e libertà. Per le sante anoressiche ognuno ha il diritto di potersi esprimere e di essere per come è. È importante questa distinzione in un tempo in cui, invece, si cerca proprio di essere e di apparire come non si è.
La santa anoressia, pur nelle sintomatologie analoghe, si può considerare può essere considerata come un’anti-patologia che ci ricorda l’impegno, la lotta e la fatica di tanti uomini e donne del passato per esprimere se stessi, la propria sfera valoriale e quanto in profondità credevano. Non bisogna dimenticare, infatti, che santa Caterina, santa Chiara, santa Teresa d’Avila e molte altre “sante anoressiche” non hanno passato la vita semplicemente a digiunare, ma sono diventate veri e propri punti di riferimento per la Chiesa e la società del loro tempo e non solo: fondatrici di ordini, maestre di vita spirituale, donne che si sono esposte fino all’ultimo, che non hanno rinunciato ad esprimersi, forti nello spirito, anche se deboli nel corpo.
Annalisa Margarino
http://www.pensiero.it/ecomm/pc/pdf/casa_bambine/prefazione.pdf
.........In un numero della rivista “Micromega” dedicato al cibo, Adriana Zarri, scrittrice e teologa, ha manifestato il suo imbarazzo per la netta prevalenza nei testi e nei dizionari di discorsi sul digiuno e sulla quasi inesistenza di una letteratura religiosa sul cibo. Zarri considera una fortuna il fatto che il Concilio di Trento non si sia occupato del cibo, perché altrimenti “avrebbe forse definito il prevalere del digiuno sulla convivialità”. Di quest’ultima Zarri teorizza nettamente la prevalenza affermando che la scarsa fortuna del cibo e del sesso nella tradizione cristiana è legata a quella “ theologia crucis che ha avuto tanta (troppa) fortuna” e che è stata insistentemente predicata dalla Chiesa cattolica fino a dar luogo ad un “esasperato dolorismo di cui il digiuno della mensa e del letto rappresenta un significativo capitolo”. Confesso di essere rimasto un po’ stupito dal fatto che Adriana Zarri parli, in questo contesto, di “una nostra ombrosa e ossessiva pudicizia”. Nostra di chi? Delle suore di clausura? Di noi contemporanei? Degli Italiani? Viene da chiedersi: l’autrice, impegnata in nobili faccende teologiche, non apre mai la televisione? Non si è accorta mai della totale mercificazione del corpo delle donne e degli uomini che viene inflitta a milioni di spettatori? Non si è accorta mai che anche giornalisti di formazione dichiaratamente laica, che amano e usano un linguaggio sobrio e misurato, hanno fatto ricorso alla poco scientifica e poco sociologica nozione di “orgia di culi e tette” facendo esplicito riferimento all’attuale, quasi spasmodica, invasione del sesso nella televisione italiana? Filosofi e teologi sono davvero capaci di tutto: “una ombrosa e ossessiva pudicizia”? Non sono certo in grado di giudicare se il piacerismo o piacevolismo di Adriana Zarri (come altrimenti chiamare il contrario del dolorismo?) intrattenga o meno rapporti con la tradizione cristiana. Mi pare invece molto interessante che, nel 2004, a riassumere un intervento intitolato “Cibo e cristianesimo” si possa trovare scritto (subito sotto il titolo) quanto segue: “I vangeli insegnano: Cristo ha voluto farsi presente tra noi attraverso il cibo e il cibarsi, ha moltiplicato pani e pesci preoccupato dell’appetito della gente. Eppure testi e trattati di teologia mistica abbondano di discorsi sul digiuno e poco si occupano della dimensione festosa delle mense. Perché?” *.
Il farsi presente di Cristo attraverso il cibo avrebbe principalmente a che fare con banchetti più o meno lauti e con posti di ristoro? Oppure, il cibarsi e il mangiare hanno invece qualcosa a che fare con un punto centrale e decisivo della teologia cristiana? Personalmente mi considero cristiano solo nel senso che dava a quell’espressione Benedetto Croce quando affermava che noi occidentali non possiamo non dirci cristiani. Eppure ho letto quasi con sollievo, nel testo di una “Notificazione su alcune pubblicazioni del Prof. Dr. Reinhard Meßner” emessa il 30 novembre 2000 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede e firmata dall’allora Prefetto della medesima (e attuale Pontefice) Joseph Ratzinger, le righe che qui seguono:“Non è quindi sufficiente supporre che Cristo nel cenacolo –come continuazione della sua comunione di mensa – abbia compiuto una azione conviviale simbolica analoga con prospettiva escatologica. È fede della Chiesa che Cristo nell’ultima cena ha offerto il suo corpo ed il suo sangue – se stesso – a suo Padre e ha dato se stesso da mangiare ai suoi discepoli sotto i segni del pane e del vino”.Dare se stesso da mangiare ai propri discepoli sotto i segni del pane e del vino. Tra natura e cultura, nella civiltà della quale siamo figli, il cibo e il mangiare occupano indubbiamente un posto particolare.
Paolo Rossi
(Professore emerito di Storia della Filosofia,
Università di Firenze, Socio Nazionale
dell’Accademia dei Lincei)
* Zarri A. Cibo e cristianesimo. I quaderni di Micromega 2004; 5 (Suppl): 38-40.