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Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291

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ADRIANA ZARRI : RICOMINCIARE TUTTO DA CAPO

 

 

 

 

 
Sono abbastanza giovine per ricominciare tutto da capo; e sono abbastanza vecchia per inclinare dolcemente verso l'ultimo autunno. Senza rimpianti. Non sono stanca della vita: sono sazia e ancora affamata; ma la misura che ho raccolto è già colma pienezza. Perciò  la fame non tortura; e alla morte penso con intenerimento, come a un cesto più grande...
 
Ma non parlatemi del “dolce riposo del nulla”. La mia fame urlerebbe. Non più vedere il rosso, non più vedere il giallo; non più sentire, sotto alla mano, lo scabro, il liscio, il caldo, il pelo... Non più orare l'agosto, la terra, le more... La mia sete urlerebbe! E non mi dite neanche di un paradiso senza zolle, di un firmamento senza lune! Oh, dolci campi dell'Apocalisse, cieli risuscitati dall'abisso, mondi emergenti dalla catastrofe finale, con la buccia più tenera, tiepidi e umidi di parto, come peluria di pulcino!
 
E in questo tutto rinnovato, il mio “io” e il mio “tu”, il mio grande e il mio piccolo, il mio cielo e il mio gatto. Le mie mani, di nuovo in mano; gli occhi perduti e ritrovati, ritrovati e perduti, nell'abisso di Dio. E di te, Dio... No, non voglio parlare di te. Che cosa sono le parole? Appigli inutili, maniglie senza presa; e mi vergogno di usarle. Dio, non posso parlare di te. Parlerò della vita, parlerò della morte; e nemmeno. Troppi diaframmi di retorica su questa “porta del cielo”: no, parlerò solo della mia dolcezza.
 
(Adriana Zarri, Un eremo non è un guscio di lumaca, Einaudi)
 

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