Overblog Tutti i blog
Edit post Segui questo blog Administration + Create my blog
MENU

Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291

Pubblicità

ADRIANA ZARRI : DOMENICA DI CAMBIAMENTI

 

http://www.psychiatryonline.it/node/2653

L'impermanenza è uno strumento fondamentale per la nostra emancipazione

 

Un eremita non è un guscio di lumaca

Ariana Zarri (1919-2010), teologa e saggista recentemente scomparsa, ha lavorato a questo libro fino agli ultimi giorni della sua vita. Nel volume sono raccolti alcuni scritti storici, come "Erba della mia erba", e articoli scritti per varie riviste. Ad un certo punto della sua vita — forse ad una svolta esistenziale — fece una scelta coraggiosa e controcorrente: decise di vivere in un cascina di campagna in totale solitudine, recuperando la tradizione antica della vita eremitica e cristiana. In questo libro racconta questa sua avventura: quando prese questa radicale decisione era il settembre 1975.

La comunicò agli amici con una lettera che annunciava un trasloco non "dovuto a motivi pratici", scriveva, ma motivato da "una scelta di vita eremitica. La mia nuova residenza sarà infatti una vecchia cascina solitaria, dove trascorrere i restanti anni della mia vita nella preghiera e nel silenzio".

Introduce bene questi scritti Rossana Rossanda, che aveva conosciuto Adriana a Roma durante la campagna per l’aborto, a cui anche lei — sebbene cristiana e teologa — aveva aderito; spesso andava a trovarla nel suo eremo, il Molinasso, forse un vecchio mulino: era la cascina prescelta, sulle colline intorno ad Ivrea, isolata e immersa nella natura. Dimessi gli abiti di città, vestiva gli abiti semplici di foggia contadina e si divideva tra varie occupazioni: scriveva, ma accudiva anche gli animali, riparava la vecchia cascina, rendendola nel tempo vivibile e accogliente, coltivava l’orto che le garantiva una certa autosufficienza. Aveva una stanza per gli ospiti, e riceveva spesso gli amici. Ma trascorreva anche lunghi periodi in solitudine eremitica, austera e senza comodità, raccolta in preghiera e meditazione, affrontando, in particolare d’inverno, non poche difficoltà dal punto di vista pratico. Il Molinasso appariva ai visitatori come luogo molto quieto e "invidiabile" nei giorni estivi: ma Adriana passava giorni, se non settimane, senza vedere nessuno. Diceva che l’unica persona che vedeva con regolarità era il postino. La campagna, però, è spesso anche territorio di caccia e di scorribande da parte di disperati, che una notte sfondarono la sua porta. Forse l’avevano sorvegliata; era un donna sola, isolata dalla comunità, e crudelmente la malmenarono nonostante fosse inerme, non credendo che vivesse in povertà e non avesse soldi: fu la postina a trovarla due giorni dopo, traumatizzata e ferita.

Questo incidente, che poteva costarle la vita, accese polemiche tra i suoi amici, tormentati da sensi di colpa: era chiaro che nessuno poteva vivere fuori dal mondo, in particolare una donna; non poteva stare senza protezione: per lei questa aggressione rappresentò la perdita di ciò che considerava orgogliosamente come un punto di arrivo: la solitudine vissuta come spazio di elezione. Il trauma e quelle tristi ore vissute tra la vita e la morte l’avevano ferita, indebolita. Poiché non aveva denaro, avendo deciso di vivere in povertà e del suo lavoro quotidiano, non sapeva dove andare. 
Ricevette varie offerte di ospitalità, da conoscenti e amici, ma la perdita della cascina in collina, con i suoi spazi aperti, era difficile da rimpiazzare in un contesto meno isolato. Alla fine, dopo molto girovagare, le offrirono una proprietà diocesana abbandonata, nei pressi di un paesino torinese, affacciata verso la campagna: qui ricompose il suo giardino, dove fiorivano molte rose. Oltre a coltivare, potare e nutrire gli animali, Adriana ha scritto molto e ha messo assieme molte persone in discussioni e convegni, intervallati da periodi di preghiera solitaria. La teologia di Adriana è sicuramente una teologia della salvezza: ad esempio rifiutò il concetto di inferno e finì per dichiararsi "eretica". Non amava né Paolo né Agostino e per le sue meditazioni attingeva direttamente alle scritture.

La prosa di questi testi è limpida e trasparente, diretta, senza fronzoli o giri di parole: racconta di esperienze di vita inframmezzate da riflessioni ampie sul senso della vita e la percezione di Dio, o meglio del divino nella realtà umana. Lo sguardo, francescanamente, è sempre  rivolto alla natura e ai suoi cicli, all’amore per gli animali e il creato. Per molti aspetti mi ha ricordato gli scritti di un maestro buddista zen, Thich Nath Han, storico del buddismo, ma anche poeta e giardiniere, che riflette costantemente sugli aspetti della natura in cui riflette e colloca il sé del meditante. L’unica vera sostanziale differenza tra loro è che per il maestro zen la comunità è l’elemento centrale della pratica buddista, mentre l’aspetto devozionale più intenso Adriana lo vive nella preghiera solitaria. Sembra che, al di là della ristretta cerchia degli amici, la solitudine sia l’estrema difesa: sia anzi l’unica vera sfida che Adriana muove alle ingerenze pesanti del clero e della comunità cattolica legata al papa, che soffocano la sua vocazione libera, protesa verso il creato e verso gli altri uomini.

Il libro si chiude con i ricordi dell’epoca felice: grande è infatti il rimpianto dell’eremo del Molinasso, e del progetto di una vita eremitica, così faticosamente conquistata: "le realtà nascono e muoiono; e quando non vogliono morire, non sono più quelle, si degradano. Meglio seppellire anche questa mia vita con me; e che qui ci venga chi vuol venire, o magari nessuno. E il Molinasso morirà dolcemente, abbracciato dai rovi. Ecco si fendono e si sgretolano i muri, crollano e si scoperchiano i tetti; il cielo ci ride sopra, il sole ci cade dentro, il vento gioca con gli infissi che sbattono… E anche quando tutto sarà crollato, il rudere fiorirà e vivrà da ogni parte: nell’erba, nel groviglio delle spine, nell’intanarsi delle talpe, nel guizzo delle lucertole … E’ la morte, è la vita. E d’inverno la neve placherà quanto c’è stato di angoscioso nel morire, e preparerà il marzo delle primule". Un felice esempio di ciò che i buddisti chiamano "impermanenza". Una grande lezione di vita da una donna intelligente e piena di coraggio.

Un grazie di cuore ad Adriana Zarri per la sua testimonianza di vita e di coraggioso lavoro intellettuale.

 

Pubblicità
Torna alla home
Condividi post
Repost0
Per essere informato degli ultimi articoli, iscriviti:
Commenta il post