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Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291

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IL NATALE PUNGENTE DI FRIEDRICH DUERRENMATT

 

 

http://www.vinonuovo.it/index.php?l=it&art=1894

 

Buon Natale da Friedrich Dürrenmatt

 

"

"Era Natale. Attraversavo la vasta pianura. La neve era come vetro. Faceva freddo. L’aria era morta. Non un movimento, non un suono. L’orizzonte era circolare. Nero il cielo. Morte le stelle. Sepolta ieri la luna. Non sorto il sole. Gridai. Non mi udii. Gridai ancora. Vidi un corpo disteso sulla neve. Era Gesù Bambino. Bianche e rigide le membra. L’aureola un giallo disco gelato. Presi il bambino in mano. Gli mossi su e giù le braccia. Gli sollevai le palpebre. Non aveva occhi. Io avevo fame. Mangiai l’aureola. Sapeva di pane raffermo. Gli staccai la testa con un morso. Marzapane stantio. Proseguii."

Friedrich Duerrenmatt

di Sergio Ventura 
Questo racconto, scovato da un mio studente, descrive il dolore atroce di troppe realtà di oggi. Ma forse ci indica anche molto altro


Il bello di una grande famiglia, come quella di Vino Nuovo, è che un'intuizione o un problema si ritrova spesso diffuso nell'aria e può capitare che mentre stai costruendo un post intorno ad un'idea, quest'idea appaia sullo schermo sottoforma di penna amica: "Prego che il fieno di quella grotta torni ad essere pungente, e la neve gelida. E che il freddo di quella notte ci svegli presto dall'anestesia che ora ci impedisce di avere sete di essenzialità, e fame di mistero". Così conclude il suo ultimo intervento Elisa Bertoli.

Questo identico sentimento guidava la mia riflessione mentre incrociavo le parole natalizie di Francesco con un brevissimo racconto sul Natale scritto dal ventunenne Friedrich Duerrenmatt nel 1942 ed inviatomi da uno studente come 'pungolante' augurio di buon Natale. Il vescovo di Roma, infatti, aveva invitato a spogliare la celebrazione del Natale da "quel falso rivestimento dolciastro che non le appartiene" (Angelus, 26/12), affiancando al bell'annuncio della "tenerezza" del Dio di Gesù nei confronti della nostra "piccolezza" (Omelia, 24/12) un lungo e terribile elenco di uomini e donne vittime di guerre, violenze e malattie (in Siria, Iraq, Ucraina, Libia, Sud Sudan, Congo, Repubblica Centroafricana, Nigeria, Liberia, Sierra Leone, Guinea), ma soprattutto di bambini in tutto il mondo vittime di abusi, resi schiavi, venduti, maltrattati e uccisi (Messaggio urbi et orbi, 25/12). 'Et-et', avrebbe detto con ammirazione fino a poco tempo fa un noto scrittore. 'Aspetti contraddittori', confessa perplesso ora...

In ogni caso, è stato inevitabile pensare al senso che avrebbero potuto dare al Natale tutte queste persone, facilmente in preda a sentimenti di solitudine, angoscia, disperazione, morte. Ed inevitabile, per me, è stato accettare che il Natale potesse essere insensato anche solo per una di queste persone. Quante volte è avvenuto, d'altronde, di vivere con gioia l'Avvento - magari per una nuova nascita in famiglia -, mentre gli amici più cari non riescono a sentirlo come tale per i gravi malanni presenti tra le mura domestiche? Solo a questo punto mi si è aperto un varco sul possibile senso della 'pungolatura' ricevuta dal mio studente. Ma innanzitutto il racconto, affascinante e tremendo al contempo, evocativo dunque di un che di Sacro, forse del Santo.

"Era Natale. Attraversavo la vasta pianura. La neve era come vetro. Faceva freddo. L'aria era morta. Non un movimento, non un suono. L'orizzonte era circolare. Nero il cielo. Morte le stelle. Sepolta ieri la luna. Non sorto il sole. Gridai. Non mi udii. Gridai ancora. Vidi un corpo disteso sulla neve. Era Gesù Bambino. Bianche e rigide le membra. L'aureola un giallo disco gelato. Presi il bambino in mano. Gli mossi su e giù le braccia. Gli sollevai le palpebre. Non aveva occhi. Io avevo fame. Mangiai l'aureola. Sapeva di pane raffermo. Gli staccai la testa con un morso. Marzapane stantio. Proseguii".

Poteva sembrare un'esibizione di scetticismo razionalista da parte di un giovane (di oggi o dei primi anni quaranta) un po' cervellotico. In realtà, alla luce delle riflessioni successive, il brano - e il non detto dell'augurio - mi è apparso essere la narrazione pungente, folgorante di tutto quel dolore fisico e psichico, corporeo e spirituale. Di cosa possa essere il Natale per chi sta vivendo come insensato quel dolore. Un uomo in viaggio, forse vagante in circolo, di certo affamato e sordo, anche a se stesso. Un'atmosfera oscura, taciturna, immobile, gelida, tagliente, mortifera. E poi l'incontro con Gesù Bambino. Morto? Cieco? Insipido? Realmente, o così percepito da chi sta vivendo l'insensatezza di un dolore? Realmente tale, o così fatto percepire da chi dovrebbe testimoniarLo come vivo, vedente e saporoso?

Nel secondo caso, il breve racconto di Duerrenmatt, non solo non rappresenterebbe un tentativo di screditare il Natale ed il Bene da esso portato, ma costituirebbe - per 'via negationis' chioserebbero nell'illuminato medioevo - un luogo in (o attraverso) cui ritrovare la proposta e la verità cristiana. Quella logica paradossale che ti fa chinare misericorde sugli stati d'animo più tetri; che ti permette di cogliere la portata eucaristica del racconto - la presenza in esso di un 'minimo' di eucaristia, di un'eucaristia 'minima'; che ti spinge a comprendere quel "proseguii" finale - forse contro Duerrenmatt stesso -, non come una rassegnata indifferenza, bensì come un "...grazie a quel poco di pane, seppur raffermo e stantio, ebbi la forza di non morire e riuscii ad andare avanti...". Come uno sperare contro ogni speranza. Che è poi la fede. O l'apertura ad essa. Non sappiamo se di Duerrenmatt. Forse dello studente, che ciò si augurava e mi augurava.

Di certo, con questa lettura si finisce per individuare un possibile 'nemico' (o strumento del 'nemico') in meno e si (ri)generano una serie di potenziali alleati in più: Duerrenmatt ed i suoi appassionati lettori. Il che, non ho ancora capito, se è un bene o un male. Se è un segno della Chiesa popolare che pre- o neo-evangelizza i nostri 'contemporanei', o se è il segno di una Chiesa populista che cede al plauso 'superficiale ed effimero' del mondo...

 

 

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