Overblog Tutti i blog
Edit post Segui questo blog Administration + Create my blog
MENU

Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291

Pubblicità

ADRIANA ZARRI E DON MILANI:GUERRA TRA POVERI

 

 

Autoritratto_Lorenzo_Milani

Autoritratto di Lorenzo Milani                                      

 

I L’accusa di misoginia


1. I precedenti di un’avversione speciale


Nel 1965, per la celebrazione dell’anniversario dei Patti Lateranensi,
alcuni cappellani della Toscana, venti in tutto su un totale di cento-
venti, predisposero e firmarono un ordine del giorno nel quale, tra
le altre cose, consideravano «un insulto alla Patria e ai suoi caduti la
cosiddetta “obiezione di coscienza” che, estranea al comandamento
cristiano dell’amore, è un’espressione di viltà» 1 .
Il testo del documento fu pubblicato sul giornale «La Nazione» di
Firenze e il priore ne venne subito a conoscenza.
Dopo averne discusso a lungo con i suoi discenti, don Milani
ritenne opportuno intervenire sull’argomento, scrivendo una Lettera
ai cappellani militari, distribuita sotto forma di volantino, stampato
in tremila copie. Quasi tutti i quotidiani riportarono solo uno stral-
cio del documento, a eccezione di «Rinascita», che riprese lo scritto
nella sua interezza sul numero del 6 marzo. Il direttore della rivista,
Luca Pavolini, amico d’infanzia di Lorenzo, apprese il contenuto del
testo perché una copia gli fu spedita dalla Federazione Comunista
di Firenze.
Don Lorenzo nella lettera aperta affrontò la questione dal punto
di vista della contestualizzazione storica degli avvenimenti bellici,
specificamente quelli più recenti, e giunse all’affermazione che le uniche armi da adoperare nella società dovrebbero essere il voto e
lo sciopero.

    
1 Neera Fallaci, Vita del prete Lorenzo Milani, Milano, Rizzoli, 1993, p. 378.

 

Presenze femminili nella vita di don Lorenzo Milani

 Egli espresse una condanna inappellabile verso coloro
che, con obbedienza «cieca, pronta, assoluta» hanno provocato tante
morti. «L’obbedienza non è più una virtù» quando nasce da un’ade-
sione inconsapevole, acritica, supina, perinde ac cadaver, rispetto alla
verità e alla tragicità degli avvenimenti che coinvolgono una o più
nazioni e tantissimi cittadini.

I giovani, quando ritengono che una legge sia ingiusta, non pos-
sono essere costretti a osservarla e, in ogni caso, devono impegnarsi
con tutte le loro energie affinché essa venga modificata e, in situazio-
ni estreme, cancellata.

La reazione di associazioni di ex combattenti, di singoli cittadini e
di una parte della stampa fu violenta.
Un giudizio al vetriolo apparve sul periodico «Lo Specchio», che
aveva inviato a Barbiana due suoi giornalisti, Pier Francesco Pingi-
tore e Giulio Schettini, e un fotografo, a intervistare il priore. I due
– uno dei quali, il capo redattore Pingitore, si affermerà, poi, nel
mondo dello spettacolo – pubblicarono l’intervista, sulla cui veridi-
cità non pochi avanzarono dubbi e perplessità, evidenziata in prima
pagina con questa titolazione: La cellula in parrocchia. Rapporto sui
preti rossi 2 .

La «falsa intervista» 3 va inquadrata in un clima molto acceso sul
piano ideologico e delle contrapposizioni politiche, tipico di quegli
anni: «Il risultato di quello scontro può essere considerato esempla-
re sia dal punto di vista del giornalismo militante che di un’epoca.
Un’epoca di ideologie forti. Di grandi passioni. In cui il bianco era
bianco e il nero era nero. In politica, poi, non c’erano avversari, ma
solo nemici» 4 .

Queste premesse finirono per trasformare, purtroppo, il servizio
confezionato ad arte dai suoi autori, «in un episodio di killeraggio
giornalistico. Nel peggior stile popolar fascista» 5 .
Si giunse, inoltre, all’apertura di un fascicolo, presso la Procura
della Repubblica di Firenze, a seguito di denuncia a carico di Loren
zo Milani e di Luca Pavolini, entrambi accusati di apologia di reato
con riferimento alla difesa degli obiettori di coscienza.

     
       
2
«Lo Specchio», viii, 12, 21 marzo 1965.
3
Neera Fallaci, Vita del prete Lorenzo Milani, cit., p. 399.
4 Carlo Galeotti, Don Milani. Il prete rosso, Viterbo, Compasso d’oro, 1994, p. 3.

5 Ivi, p. 9.i.

 

L’accusa di misoginia

L’esame del caso fu trasferito alla competenza del tribunale di Roma, in quanto
la rivista veniva stampata nella capitale. Il tribunale gli assegnò un
difensore d’ufficio, l’avvocato Adolfo Gatti, e don Lorenzo, per le
sue condizioni di salute, non poté essere presente al processo, di
conseguenza, inviò una Lettera ai giudici.

In essa, il priore, per nulla preoccupato degli effetti di carattere
penale, invitò i magistrati a valutare la sua duplice funzione di sacer-
dote e di maestro che, di fronte ai suoi discenti, non avrebbe potuto
esimersi dall’esprimere la sua opinione in libertà e senza infingimen-
ti: «La scuola ... siede tra il passato e il futuro e deve averli presenti
entrambi.

È l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un
lato formare il senso della legalità (e in questo somiglia alla vostra
funzione), dall’altro la volontà di leggi migliori cioè il senso politico
(e in questo si differenzia dalla vostra funzione)... E allora il maestro
deve essere per quanto può profeta, scrutare i “segni dei tempi”, in-
dovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare
domani e che noi vediamo solo in confuso» 6 .

 

6     Lettere di don Lorenzo Milani, priore di Barbiana, a cura di Michele Gesualdi, Milano,Mondadori, 1970, pp. 222-223.


Il processo si concluse il 15 febbraio 1966: assoluzione con formula
piena per non aver commesso il fatto.
In appello, 28 ottobre 1967, Luca Pavolini venne condannato a
cinque mesi e dieci giorni di reclusione e per don Lorenzo il reato fu
estinto per la morte del reo.

Dopo l’uscita dell’intervista falsa e diffamatoria su «Lo Specchio»,
venne pubblicato un lungo articolo su «Il Nuovo Tempo», periodico
torinese, dal titolo: L’ecumenismo a senso unico del prete rosso filo-
comunista. Autrice del pezzo Adriana Zarri, cattolica, laica dopo un
periodo trascorso da religiosa paolina, teologa, scrittrice e pubblici-
sta. Ella, rivendicando a se stessa il merito di aver attaccato per ben
due volte il settimanale «Lo Specchio» nell’arco di quindici giorni,
così si espresse nel tono e nella sostanza rispetto alle affermazioni
del periodico che, evidentemente, non furono sottoposte a nessuna forma di verifica circa la veridicità delle medesime, e in assenza di
un minimo filo logico di interpretazione critica: «Ho perciò la coscienza tranquilla e posso prendere una documentazione anche dalle
sue pagine senza timore di sporcarmi le mani... Sono, queste, manifestazioni penose di settarismo, di fanatismo, di spirito gregario,
di accecamento, cui non soccorre più né spirito di critica né senso
del ridicolo; per non parlare nemmeno della mentalità cristiana che
esula totalmente da posizioni di tal genere. Tanto che fa davvero
meraviglia che persone con una simile conformazione mentale e mo-
rale, abbiano ancora una tonaca sopra le spalle. Forse dovremmo
augurarci che si decidano a buttarla alle ortiche: sarebbero più chiari
e conseguenti ed eviterebbero di dare un inutile scandalo»
.7

7«Il Nuovo Tempo», 1965.i. L’accusa di misoginia


Appreso il contenuto, attraverso «L’eco della stampa», dell’esterna-
zione della Zarri, per alcuni aspetti, ma non interamente, da conside-
rare sorprendente, immotivata, senz’altro astiosa, il priore reagì con
una lettera inviata al Direttore de «Il Nuovo Tempo», in data 18 aprile:
«Egregio Direttore, non conoscevo il suo giornale e quando ricevetti
il ritaglio che mi riguarda ebbi l’impressione che si trattasse d’un gior-
nale del livello dello Specchio (anzi un po’ più basso perché accetta per
documenti le affermazioni dello Specchio!). Vengo a sapere ora da ami-
ci che si tratta invece di un giornale cattolico e di larga diffusione in
alt’Italia. Allora la cosa cambia: lei ha ospitato su un giornale cattolico
un articolo lesivo della mia onorabilità di sacerdote. È vero che l’autri-
ce premette che essa non stima Lo Specchio, che più volte si domanda
se le notizie siano vere, poi però senza venire a vedere di persona di che
si tratta, senza scrivermi per chiedere precisazioni, le prende per vere
tanto da ricamarci sopra un intero articolo! Le notizie erano invece to-
talmente false. Sono ora a proporle un accomodamento amichevole...
Le propongo perciò di scrivere lei o altri un articolo di ben diverso stile
e contenuto. Oppure, e questo mi parrebbe molto costruttivo, che lei
pubblicasse integralmente o in gran parte la lettera ai cappellani che
le accludo e che ha dato origine alla polemica. In tal caso penso che le
fantasticherie della signora Zarri si svuoterebbero da sé e in vista del
vantaggio che ne avrebbero i lettori del suo giornale, sarei disposto a
rinunciare all’articolo di scuse e di riparazione.
Oppure, se la signora Zarri è persona capace di riconoscere di es-
sersi comportata con leggerezza e vuole rimediare essa stessa la invii
qui a Barbiana perché passi una giornata o qualche giornata con noi
a scuola e ospiti poi un suo articolo informato di prima mano...
Caso mai faccia leggere alla signora Zarri la lettera di Enzo Forcella
sull’Espresso del 18-4 come esempio di come una persona equilibrata
reagisca a un articolo superficiale» 8 .
Giorgio Pecorini, depositario di questa lettera per lungo tempo
inedita, aggiunse in merito: «Nell’archivio di Barbiana, dove era cu-
stodita copia di questa lettera, non ho trovato traccia di risposta,
pubblica o privata. I ragazzi che ho potuto sentire e Adele Corradi
ricordano soltanto l’amara rabbia del priore. Il quale, nella prima
stesura della Lettera ai giudici, sotto il titolino Dispiaceri, aveva mes-
so nome e cognome di Adriana Zarri, ma poi al momento di diffon-
dere il testo l’ha tolto, un poco per carità un poco per l’avversione
alle “polemiche a basso livello”, aggiustando la frase così: “Siamo
stati feriti da alcuni giornalisti con interviste piene di falsità. Da al-
tri con incredibili illazioni tratte da quelle interviste senza curarsi di
controllarne la serietà» 9 .

 

8  79-81.
9   Giorgio Pecorini, Don Milani! Chi era costui?, Milano, Baldini & Castoldi, 1996, pp.
Ivi, pp. 81-82.


A distanza di sette anni fu la stessa Zarri, con un’intervista, a con-
fermare la sua avversione speciale nei confronti di don Lorenzo: «Non
ricordo di aver scritto altro su don Milani e la scuola; anzi l’esclu-
derei senz’altro. Per quanto riguarda la prima domanda – se sono
ancora d’accordo con quello che allora scrivevo – debbo rispondere,
con tutta franchezza, di sì perché la legge della carità e del perdo-
no, che mi parve e mi pare violata da quelle dichiarazioni di don
Milani, non è cambiata. In don Milani, che personalmente non ho
conosciuto, ravviso molti meriti, anche se ritengo che una critica
a distanza dovrà forse metterne in luce parecchi limiti culturali e
caratteriali (ritengo che fosse abbastanza nevrotico)... Essendo stata
rimproverata da alcuni suoi discepoli (l’intolleranza con cui mi in-
terpellarono mi indurrebbe a chiamarli “fans”) gli scrissi una lettera
in cui, tenendo fermo il mio pensiero, mi dichiaravo spiacente per
il disappunto che gli avevo provocato e, qualora egli avesse qualcosa
da rettificare circa le frasi attribuitegli, mi mettevo a sua completa
disposizione per rettificarle, sullo stesso giornale, con lo stesso rilievo
e, nel contempo, per condannare duramente il giornale che avesse
falsificato le sue espressioni. Ma quella lettera non ebbe mai risposta.
Dal che debbo desumere:
1. o quelle affermazioni erano esatte e non poteva smentirle; 2. o
non mi riteneva degna di dialogo. In entrambi i casi il mio giudizio
non può essere che negativo» 10 .

10 Pacifico Cristofanelli, Pedagogia sociale di don Milani, Bologna, edb, 1975.

La posizione assunta dalla Zarri può sembrare, di primo acchito,
del tutto inspiegabile e fondata su ragioni incomprensibili. Un’anali-
si più attenta, che entrasse nel merito più specifico, potrebbe essere,
invece, rivelatrice delle vere motivazioni che stavano alla base di un
giudizio tanto intransigente, duro, quanto di parte e scarsamente
ponderato. Quella della Zarri era da considerare la reazione stizzita
della voce ufficiale di un cattolicesimo di maniera, di facciata, tanto
deprecato e combattuto dal prete fiorentino. Esso era espressione
di intellettuali organici al sistema ecclesiastico a seconda delle cir-
costanze – egoisticamente favorevoli e di interesse soggettivo – che
andavano, di volta in volta, delineandosi. Era quel mondo della cul-
tura che si poneva a salvaguardia di posizioni intoccabili di privile-
gio, perpetuate per mezzo di forme più che discutibili di egemonia
intellettuale. Contrastare quest’ultima significava correre il rischio
di essere accusati del reato di lesa maestà, soprattutto in presenza di
un’opposizione ostentata, più che con la dialettica verbosa e incon-
cludente degli addetti ai lavori, con gli atti concreti, quotidiani di
una religiosità responsabile, feconda di relazioni umane e vitali nei
valori autentici della fede. Ma pur sempre fastidiosa, guastatrice di
arroccamenti all’interno di torri eburnee elitarie e, nel contempo,
distanti, molto distanti dai bisogni vivi di una spiritualità cercata,
conquistata e contagiata.
Infatti, Lorenzo Milani avvertì l’esigenza di pronunciarsi su una
questione antica: il ruolo dell’intellighenzia in una determinata fase
storica. Questo argomento è stato oggetto sempre di accesi dibattiti
in vari momenti della storia della società e, a seconda del pensiero emergente, ha finito per risolversi in una maniera o in un’altra.
È rimasta sempre al centro delle discussioni, tuttavia, la presenza,
qualche volta ingombrante, degli intellettuali che hanno finito per
determinare i destini dei popoli, soprattutto, quando essi hanno
stretto una salda alleanza con la classe egemone se non addirittura
con lo stesso potere politico. Il priore affrontò la questione, partendo
dall’analisi riguardante, in primis, lo status di sacerdote per rivolgere,
in secundis, la sua indagine agli intellettuali, con particolare atten-
zione a quella parte elitaria del mondo cattolico, schierata sul fronte
della sinistra lapiriana.
Il prete – secondo Lorenzo Milani – deve avere una sua cultura
che non sia il riflesso condizionato di quella dominante e borghese;
non certamente quella ricevuta in seminario che si rivela inadeguata
nei contenuti e nelle forme, gravemente condizionata da una ipo-
teca imposta dai ceti sociali privilegiati, i quali hanno esercitato il
potere in ogni epoca storica. Egli, in Esperienze pastorali, evidenziò
che «I seminari non hanno né libri, né programmi, né impostazione
culturale propria. Seguono quelli del mondo. Ma i libri, i program-
mi, l’impostazione culturale del mondo sono espressione di un’unica
classe sociale e non certo di quella dei poveri. Ne rispecchiano le
ideologie, le esigenze, l’ambiente, il classismo e spesso anche gli in-
teressi. Oltre a tutto oggi quella cultura non sta neanche passando il
suo momento migliore. È bacata dei più svariati bachi per esempio
letteratura, romanticismo, estetismo, astrattezza, liberalismo» 11 .
E, poi, la cultura non è, secondo la tesi milaniana, esclusivo ap-
pannaggio né di una classe sociale, né di un popolo, anzi, «ogni po-
polo ha la sua cultura e nessun popolo ce n’ha meno di un altro» 12 .
Michele Gesualdi, allievo barbianese, così si è espresso: «Il priore
poi osservando la realtà prima di Calenzano poi di Barbiana, capì
una cosa che per me è fondamentale: che il movimento operaio e
contadino ha una grande cultura diversa da quella che normalmente
scrive, parla alla radio, alla tivu, fa i film e così via. La difficoltà per
gli operai è che mentre gli altri la loro cultura la possono affermare, quella invece degli operai e dei contadini non può essere affermata
perché manca lo strumento di comunicazione della parola» 13 .


    
11.Lorenzo Milani, Esperienze pastorali, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina, 1958,    p.205
12  Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina,1967, p. 115.

13 Mario Lancisi, La scuola di don Lorenzo Milani, Firenze, Polistampa, 1997, p. 177.

Le classi subalterne devono esperire, in sostanza, il tentativo di
costruire una cultura alternativa a quella dominante se vogliono av-
viare e concretizzare un processo profondo di liberazione sociale del
singolo e dell’intera comunità. Gli intellettuali possono, a loro volta,
incidere positivamente sul miglioramento della società se liberi da
vincoli derivanti dalla presenza di oligarchie, che suggeriscono sche-
mi di comportamento da estendere sotto forma di omologazioni, si
direbbe oggi, selvagge. L’intellighenzia ha il dovere morale di rom-
pere queste catene e di parlare un linguaggio comprensibile verso le
classi subalterne, di mettersi al servizio di queste ultime senza badare
a tornaconti personali o deprecabili opportunismi che privilegiano
soltanto situazioni di comodo. Usare uno strumento linguistico in-
cisivo, efficace, chiaro e intelligibile non vuol dire abbassare i livelli
della cultura, piuttosto tenerli alti a condizione, però, che proprio le
classi inferiori abbiano la possibilità di elevarsi mediante la graduale
e progressiva appropriazione di sussidi culturali, capaci di azzerare il
gap esistente in partenza.
Da qui l’antintellettualismo milaniano che rifiutò e combattè gli
atteggiamenti diffusi di elitarismo e di presunzione dell’intellighen-
zia borghese, attraverso le armi dell’ironia e del sarcasmo, spinte alle
estreme conseguenze.

Mina - Devo tornare a casa mia - YouTube

Pubblicità
Torna alla home
Condividi post
Repost0
Per essere informato degli ultimi articoli, iscriviti:
Commenta il post