di Giacomo Di Silvestro
illustrazione di Agrin Amedì
Io odio la fortuna. La odio perché non è vero che aiuta gli audaci, i capaci, i forti o i coraggiosi. Aiuta solo chi vuole aiutare, e per di più, sembra congenita: o ce l’hai o non ce l’hai. Ma questo concetto che sembra banale, – è sotto gli occhi di tutti, vi sfiderei a contraddirmi – io, a quel tempo, non l’avevo ancora capito. Perciò, quando la direttrice del collegio in cui stavo ci annunciò che avremmo passato una settimana in campeggio con i ragazzi di una scuola del quartiere, pensai di essere stato fortunato. Dopotutto, non l’avevo mai fatta una vacanza, né ero mai uscito da quel collegio per più di poche ore.
Il mio sorriso prima si smorzò quando ci comunicarono gli accordi – noi del collegio dovevamo cucinare e fare le pulizie – e poi morì sotto una pesante pietra cimiteriale quando ebbi davanti quei “ragazzi del quartiere”, quelli che in collegio non ci dovevano stare.
Erano a dir poco odiosi – e infatti io li odiavo. Erano tutti puliti e innocenti, di quell’innocenza da intoccabili che avrei voluto strappargliela via. Sì, prenderla e calpestarla davanti ai loro occhi. Invece, mi toccava pulire e cucinare per loro e, di fatto, stavo lavorando per perpetrarla, quella situazione. Comunque sia, assolti i miei obblighi, potevo partecipare alle attività con cui trascorrevano la giornata, che erano insulse tanto quanto la loro gioia di vivere: la mattina si svegliavano presto per fare attività fisica. Si mangiava, parlava, leggeva, sempre in cerchio seduti per terra. Nessuno poteva portare un orologio, non se ne capiva il motivo, ma soprattutto, nessuno poteva disporre del proprio tempo a piacimento. Era l’unico posto che conoscessi che avesse più regole del collegio, che già non è che ne avesse poche.
La sera, leggevano ad alta voce un libro, uno solo, sempre lo stesso, in cui animali pericolosi come lupi oppure orsi dispensavano consigli benevoli agli uomini e la natura era sempre descritta come prodiga e madre benevola. Di sicuro, quella stronzata non era stata scritta in quel posto: faceva un perenne freddo fottuto, dovevi stare attento a tutto, anche a dove ti sedevi, per via di insetti, serpi, sassi taglienti e ogni altro castigo divino.
Poi c’era un tizio, faccia gonfia, pizzetto nero, che si diceva fosse un prete e infatti cantava e parlava di amore fraterno e che siamo tutti uguali, insomma, quelle cose lì. Cantava e ci guardava ad uno ad uno, lo sguardo era insistente: voleva assicurarsi che seguissimo il testo, la musica. Che avesse tutta la nostra attenzione. Mi dava l’impressione di un pifferaio magico che parlava di bene, di amore e basta, non un accenno all’odio, alla cattiveria. Ma non avevo comunque idea di dove ci stesse trascinando con il suo flauto, né con quali intenzioni. Magari erano benevole, ma io non riuscivo a fidarmi lo stesso. Sembravo l’unico ad avere questi dubbi: quei ragazzini cantavano tutti, convinti, di uguaglianza e amore fraterno. Cantavano anche quei due che avevano pestato a sangue un bambino più piccolo per rubargli una merendina. E guarda come cantava quello, che aveva torturato tutti gli animali che avevano avuto la sfortuna di incrociare la sua strada. Io non cantavo, pensavo ad altro, per non rimanere confuso: perché quando parli solo di bene, poi finisce che il male non lo sai più riconoscere. Lui se ne era accorto e mi fissava con un’ombra di rimprovero negli occhi ed un accenno di sorriso, famelico, sulle labbra.
Ma comunque, mancava poco, cinque giorni, cinque giorni soli e me ne sarei andato. Anzi, quattro: era sera ormai e dopo aver lavato i piatti me ne stavo andando a letto anche io. Mi accomodai e ci misi un po’ a prendere sonno. MI svegliò un ticchettio sulla spalla. Mi tirai su, di colpo, spaventato. Era il prete.
“Signore, mi ha svegliato” dissi. Era in piedi, davanti a me. Aveva la luce del corridoio alle spalle, e mi appariva come un’enorme ombra minacciosa.
“Ti ho svegliato, sì. Mi devi perdonare, ma a volte, vedi, è necessario essere un po’ bruschi per offrire aiuto. Ho visto che non canti, come invece fanno tutti gli altri. Hai la presunzione di essere diverso? ”
“No, signore, non credo. Mi imbarazzo a cantare davanti agi altri, suppongo” cercai di recuperare lucidità dal sonno. Quella situazione non mi piaceva.
“è un problema di fiducia, lo sospettavo” disse. Mi sembrò di scorgere, nell’ombra, il luccichio di quel sorriso, vorace. “Perché adesso non ti spogli, qui. Davanti a me. Non ti preoccupare, è solo un piccolo test della fiducia” Rimasi attonito e indirizzai il volto verso la camerata, forse in cerca di un aiuto, ma tutti dormivano di un sonno profondo. Sentivo solo il loro respiro tranquillo.
“Signore, mi scusi ma non ne vedo il motivo”
Quello sembrò indispettito e si risentì
“La fede è un dono di dio nei confronti di tutti e tu ti ostini a rifiutarla. Hai bisogno di confessarti, seguimi”
“La fiducia va guadagnata” non so perché lo dissi, le parole uscirono da sole scandite, separate le une dalle altre.
“Silenzio! Sennò racconto al Collegio che hai rubato in cucina e ti faccio chiudere in riformatorio. Seguimi, ho detto”.
Mi alzai, maledicendo che avessi ancora il pigiama. Non mi andava di andare in giro in pigiama con quello là. Il pigiama mi faceva sembrare sempre più piccolo di quel che ero: mi sentivo più indifeso.
Mi portò in uno stanzino stretto e buio, accanto alla camerata.
“Inginocchiati!” mi inginocchiai. Quello continuò “Vedi, la fiducia non vive da sola ma è qualcosa di reciproco. Ho sbagliato io a non fare il primo passo, da subito” ci fu una pausa. La sua faccia assunse una espressione determinata, ma non capivo per cosa. Mosse le mani rapido, al di sotto del suo ombelico.
A quel punto, rimasi immobile ed attento, come se davanti mi fosse appena comparso un serpente a sonagli e mi puntasse: il prete stava mostrandomi le parti intime.
Erano violacee e pulsanti, come un organo interno. Sembravano un pezzo di budello, un pezzo di intestino venuto fuori dal ventre. Ansimava
“Lo vedi? Mi sto fidando di te. Adesso sta a te fidarti di me, avvicinati. Toccami”
Soffocai un conato e anche un grido. Avrei voluto fuggire, andarmene lontano, non importava dove bastava che fosse distante anni luce, sì, una distanza astronomica, siderale. Ma anche Il miglior cantuccio di una biblioteca, la buca delle lettere, l’angolo più recondito del cassetto per la biancheria.
“Lo so che lo vuoi toccare” quello passava lascivo la sua mano lentamente avanti e indietro, su quel budello.
Guardai oltre le sue gambe, si intravedeva la porta della mia stanza: magari qualcuno si era svegliato, per i rumori, per fumarsi una sigaretta. Invece, niente. Nessuno. Raccolsi tutto il coraggio che avevo.
“No, signore. Non lo voglio fare. E, soprattutto, non mi fiderò mai di lei”
La sua mano era diventata più rapida e quello aveva cominciato ad ansimare in modo schifoso. Forse aveva biascicato un “brutto peccatore”. I miei sensi si erano acuiti a dismisura, sentivo il russare anche dell’ultimo ragazzo della stanza, il gocciolare del rubinetto nel bagno, distante metri.
Quanto poteva durare? Quanto ancora potevo stare li?
Guardai le mura di quella stanza, ma mi concentrai su uno in particolare, quello che mi stava più vicino: aveva un colore uniforme, a prima vista era privo di imperfezioni e, soprattutto, era impassibile a tutto quel che gli capitava attorno. Non avevo mai fatto caso fino a quel momento a quanto fossero belli e solidi i muri. Divenni quel muro, così forte e solido e indifferente e non sentii più nulla.
Il prete si bloccò, all’improvviso. Riprese quell’orrenda protuberanza e se la infilò rapido nei pantaloni. Si affacciò alla porta, guardingo.
“vattene a letto” mi disse e sparì in corridoio.
Io raggiunsi il mio letto. Qualsiasi sensazione di sonno, di fame o di sete aveva lasciato il mio corpo, mi sembrava per sempre. Mi sentivo una macchina da guerra, pronta a scattare. La mattina dopo, mi lavai e vestii di tutto punto e fui il primo ad uscire alle luci dell’alba. Andai verso la stanza dove stava il prete e lo vidi. Era anche lui su di un letto a castello, come il mio. Stava seduto sulla parte alta, quella bassa occupata dalle valigie. Con un piccolo zompo, mezzo addormentato, scese.
Mi infiali nelle cucine e feci tutto il lavoro che avevo con un ritmo ed una precisione che mi erano sconosciuti. Non sentivo niente, finivo una mansione ne cominciavo un’altra, basta, finito. Concluso.
Il prete si presentò a colazione e si sedette. Benedì i cibi e mi lanciò un’occhiata d’intesa, quasi ammiccante. Io soffocai un altro conato e giurai che non avrei più mangiato nulla, per sempre. Mi sentivo invincibile, indistruttibile. Ero un gigante in mezzo a dei pigmei, piccoli sordidi nani piegati ai loro vili bisogni di cibo, di sonno. Di compagnia. Io ero diverso, oramai non avevo più bisogno di nulla.
La giornata proseguì automatica, come un meccanismo senza vita.
Ad un certo punto, la luce del sole cominciò a scendere, drasticamente. Quella volta, più che un tramonto, mi sembrò un rapido precipitare dietro le colline, mi stava abbandonando anche lui, alla notte. Perché sapevo che sarebbe tornato.
Di malavoglia, mi misi nel letto, questa volta vestito di tutto punto con gli occhi sbarrati. Niente più pigiama per me, niente più infantilismi. Non avevo toccato cibo tutto il giorno, e avevo bevuto solo alla fontana all’aperto, quando ero sicuro che non mi vedesse nessuno. Stavolta lo attendevo, pronto.
L’ombra mi si proiettò addosso, ancora più imponente della sera prima.
“Allora, ci hai riflettuto su? Sono venuto a perdonarti e darti un’altra possibiltà.” L’ambiguità nella voce mi mise i brividi.
Mi alzai, ma questa volta sapevo cosa mi aspettava. Mi misi in ginocchio senza che l’altro neanche me lo chiedesse e quello cominciò la sua procedura. Mi misi accanto al mio muro, mimandone la forza e la stabilità. Se ci riusciva lui a starsene fermo ed immobile, ce l’avrei fatta pure io.
Provai noia e anzi, ragionai sul fatto che mancavano pochi giorni e sarei tornato al collegio. Solo pochi giorni, fatti di ore, e di minuti. Il tempo vola, non si diceva così?
Quello andava avanti ad ansimare, come la sera prima. C’era qualcosa di diverso però: ansimava a tratti più forte, faceva più rumore. Mentre mi chiedevo se finalmente qualcuno ci avesse sentito, accadde.
Quella protuberanza schifosa vomitò un fiotto di liquido che mi si riversò su parte del braccio e dell’avambraccio. Era bollente, al punto che pensai mi ustionasse. Lo guardai immobile ed inorridito colare verso terra. La voce del prete mi arrivò come da un altro pianeta. Ansimava di soddisfazione.
“Adesso vai a letto e dì tre avemaria e quattro padrenostro e chiedi perdono, per te e per me”. E se ne andò.
Corsi in bagno e misi tutto il braccio fino alla spalla sotto l’acqua corrente. Ero diventato un muro imbrattato. Era riuscito a fregare sia me che il muro.
Ci voleva sapone, adesso, sì, tanto sapone, “il sapone era l’invenzione più bella e potente dopo i muri, i muri e il sapone insieme potevano superare ogni cosa ed ogni ostacolo. I muri e il sapone insieme erano invincibili.” Me lo ripetevo in testa in continuazione, ma le lacrime già mi solcavano il viso. Tornato a letto, stranamente, mi addormentai tra le lacrime, rapido: letteralmente, crollai.
La mattina arrivò come quella prima, ma mi trovò ancora più in ordine e più pulito di quella precedente. Andai verso la stanza del prete e lo trovai sdraiato sul letto, lui non mi vide. Si mise a sedere con le gambe penzoloni e, con il solito balzo, scese. Come la mattina prima.
Mi misi a lavare la cambusa, poi i bagni, poi il cortiletto di fuori. Non sopportavo di vedere nulla che non fosse pulizia e ordine. Nei momenti di pausa, non so perché, cominciai a monitorare tutto: spostamenti, abitudini, persino come la gente camminava. Monitoravo tutto come se chissà cosa volessi fare.
Il sole se ne andò anche questa sera, spietato e indifferente come al solito, ma quella notte, la mia penultima notte lì dentro, non successe nulla. Rimasi sveglio fino all’alba, inutilmente: nessuno era venuto a reclamarmi.
La cosa mi colse così alla sprovvista, che mi recai io dal prete, la mattina dopo. Quello si svegliò e con il balzello incerto, sempre mezzo addormentato, scese dal suo letto a castello. Non mi degnava neanche di uno sguardo, forse chissà era già con la mente al ritorno a casa e agli altri “incontri” che avrebbe fatto.
Così, ero salvo, era finita. Strano a dirsi, ma una grande rabbia mi montò dentro.
“Manca la mia parte. Hai compiuto la tua, ma dov’è la mia parte?” ringhiai.
La sera, l’ultima per noi in quel posto, organizzarono una cena a base di carne allo spiedo: presero dei grossi spiedi infilzati di carne e li misero a rosolare sul fuoco. Per la prima volta dopo giorni, addentai anche io la carne, come fosse stata una preda che avessi appena cacciato. Tenevo gli occhi fissi sul fuoco, abbacinato dai grossi spiedi, incandescenti. Ce ne erano tanti, ne contai più di venti, lunghi come una persona, appuntiti come una spada. Dopo cena, ce ne andammo quasi subito a letto. Io feci la mia solita preparazione: mi vestii di tutto punto e mi nascosi sotto le coperte, attendendo il silenzio. Aspettai che tutti dormissero e mi avviai fuori. Dopo un quarto d’ora tornai, e rimasi in attesa.
Quella notte, qualche ora dopo, un urlo lancinante scosse le pareti del casale arrivando fino a noi. Svegliò tutti, tutti si mossero verso l’esterno per capire cosa fosse successo.
Tutti, tranne me, che quell’urlo lo stavo attendendo da tempo: fu la prova della mia presenza in quel posto. Quell’urlo fu la mia parte.
Con un sorriso di sollievo, nonostante il fragore che sentivo di fuori, mi addormentai profondamente. La mattina dopo mi svegliai tardi, erano tutti pronti, la vettura che doveva riportarci a casa era già in moto. Presi il mio zaino e senza nemmeno lavarmi mi buttai su un sedile.
“Ehi, ma hai sentito che è successo stanotte” uno dei ragazzi ce l’aveva con me. Mi raccontò che qualcuno aveva posizionato gli spiedi della cena precedente ai piedi del letto del prete, con le punte rivolte in su. Quel poverino “si era alzato per andare a bere” così aveva detto, e scendendo dal letto, al buio, era rimasto infilzato in più parti, uno spiedo lo aveva passato da parte a parte. Era vivo, ma c’era chi diceva che era questione di ore.
Mentre lo raccontava, mi resi conto che un bambino paffuto, quello che era stato malmenato per la merendina, sembrò sollevato e dovette voltare lo sguardo altrove per nascondere il sorrisetto che gli si era formato sul viso. Io, invece, mi accomodai meglio sul sedile e guardai assorto il vento che, gentile, accarezzava le foglie ed i rami.
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