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Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291

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CHARLES BAUDELAIRE : LETTERA ALLA MADRE.....CHIESA

 

 

http://www.sulromanzo.it/blog/charles-baudelaire-amore-e-rancore-in-una-lettera-alla-madre

 

 

Charles Baudelaire – Amore e rancore in una lettera alla madre

 

Charles BaudelaireIl poète maudit Charles Baudelaire scrive in questa lettera indirizzata alla madre dell’amoroso rancore nei suoi confronti. Si tratta di uno sfogo singolare verso l’unica donna che Baudelaire abbia mai davvero amato per tutta la sua vita, e da cui sia mai stato realmente tormentato; uno sfogo a tal punto tumultuoso da sembrare a tratti sconclusionato, e che nasconde tra le righe un passato altrettanto turbolento e carico di risentimenti. Da queste parole traspare chiaramente quello che può essere considerato un complesso edipico mal risolto dell’autore dello Spleen di Parigi, nel quale si può percepire la veemenza con cui vengono abbassate tutte le maschere dello scrittore e si mostra solo la fragilità radicata nell’uomo.

***

6 maggio 1861

Mia cara madre,

Se possiedi davvero il genio materno e se sei ancora in forze, vieni a Parigi, vieni a trovarmi, e a cercarmi. Io, per mille ragioni terribili, non posso venire a Honfleur per cercare ciò che vorrei tanto, un po’ di coraggio e carezze. Alla fine di marzo, ti scrivevo: non ci rivedremo mai! Ero in una di quelle crisi in cui si vede la terribile verità. Darei non so cosa per passare qualche giorno con te, te, il solo essere su cui la mia vita è sospesa, otto giorni, tre giorni, qualche ora. […]

Chissà se un giorno potrò svelarti una volta ancora la mia anima nella sua interezza, da te mai apprezzata né conosciuta! Lo scrivo senza esitazione, per quanto sono sicuro sia vero. C’è stata durante la mia infanzia, un’epoca di amore appassionato per te; ascolta e leggi senza esitazione. Non te l’ho mai detto. Mi ricordo di una passeggiata in fiacre; tu eri uscita da una casa di cura in cui eri stata relegata, e mi facesti vedere, per dimostrarmi che avevi pensato a tuo figlio, dei disegni a pennino fatti per me. Credi che io abbia una memoria terribile? Più tardi, la piazza Saint-André-des-Arts e Neuilly. Le lunghe passeggiate, la costante tenerezza! Mi ricordo dei lungofiumi, che erano così tristi la sera. Ah! Quelli sono stati per me i bei tempi della tenerezza materna. Ti chiedo scusa per chiamare bei tempi quelli che senz’ombra di dubbio per te sono stati dei brutti momenti. Ma ero sempre vivo in te. Tu eri unicamente mia. Tu eri alle volte un idolo, alle volte una compagna. Sarai probabilmente stupita di come io possa parlare con passione di un periodo così addietro nel tempo. Io stesso ne sono stupito. Può essere perché ho concepito, una volta ancora, il desiderio della morte, che le cose del passato si tingono di colori così vivi nel mio animo.

Tutte le volte che prendo la penna per spiegarti la mia situazione, ho paura; ho paura di ucciderti, di distruggere il tuo corpo debole. E io, io sono sempre, senza che tu lo possa sospettare, sull’orlo del suicidio. Io credo che tu mi ami appassionatamente; con un animo cieco, tu hai il carattere così grande! Io ti ho amato appassionatamente durante la mia infanzia; più tardi, sotto la pressione delle tue ingiustizie, ti ho mancato di rispetto, come se un’ingiustizia materna potesse autorizzare una mancanza di rispetto filiale; me ne sono pentito spesso, anche se, per mia abitudine, non ho detto nulla. Non sono più il bambino ingrato e violento di un tempo. Lunghe meditazioni sul mio destino e sul tuo carattere mi hanno reso possibile comprendere tutti i miei sbagli e tutta la tua generosità. Ma insomma, il male è stato fatto, fatto dalle tue imprudenze e dai miei sbagli. Noi siamo evidentemente destinati ad amarci, a vivere l’uno per l’altro, a finire le nostre vite il più onestamente e dolcemente possibile. E nel frattempo, nelle circostanze terribili in cui mi trovo, sono convinto che uno dei due ucciderà l’altro, e che alla fine noi ci uccideremo reciprocamente. […]

Addio, sono stremato. Per tornare a parlare di salute, non dormo né mangio da quasi tre giorni; la mia gola è serrata – e bisogna lavorare.

No, non ti dico addio; poiché spero di rivederti.

Oh! Leggimi molto attentamente, fai in modo di comprendere bene.

So che questa lettera ti colpirà in maniera dolorosa, ma tu vi troverai certamente un accento di dolcezza, di tenerezza, e anche di speranza che tu hai compreso in troppe poche occasioni

E ti amo

C.B.

***

Parole frenetiche, cariche di risentimento, che nascondono «dolcezza» e «tenerezza», così come Baudelaire suggerisce al lettore. Un fiume in piena di parole che si polarizzano fra un presente disgustato e un passato ameno, fra il calore umano e la necessità dell’omicidio (che sia di sé o dell’altro). Un componimento imperdibile, questa lettera alla madre, che seppur non destinato al pubblico, presenta l’eterna dicotomia fra amore e rancore tipica in Baudelaire.

 

 

 

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