Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291
CONVERSAZIONI NOTTURNE SUL MONTE GOLGOTA
IL RICORDO DELLE PERSONE ATTRAVERSO I VESTITI
Quando mia madre morì, nel 2006, e gli addetti delle onoranze funebri provvedettero
alla vestizione della salma, consegnarono a mio padre il pigiama che mamma aveva
indosso quando spirò.
Quando papà fece il gesto di gettarlo, ancora caldo, nel secchio dei rifiuti, io feci in
tempo a bloccarlo, non senza averlo prima sgridato per quel gesto così poco pietoso.
Veramente papà si era preso cura di mamma da quando lei era malata e certo non lo
avrebbe compiuto quel gesto per mancarle di rispetto.
Ma per me, che tanto legato a mia madre non ero, a causa di quella sua possessività,
da lei esercitata nei miei confronti fino al mio matrimonio, quel pigiama esprimeva
tutto l'affetto residuo che potessi esprimerle nel momento della sua dipartita.
Attraverso quel pigiama io vegliavo sul suo ricordo, quando lei già si era addormentata
nel Signore.
Il pigiama è spesso il solo abito con cui ci presentiamo a Dio.
In pigiama siamo tutti uguali.
Papa Luciani, Giovanni Paolo I si è presentato a Dio in pigiama.
Papa Wojtyla, Giovanni Paolo II si è presentato a Dio in pigiama.
Padre Gino Burresi si è presentato a Dio in pigiama.
Giorni fa sono andato con mia moglie a prendere il vestiario lasciato da mio figlio nella
camera che aveva preso in affitto.
Oggi, quando ho visto le decine di capi di abbigliamento, stesi dopo il lavaggio, mi è
venuto un groppo in gola per l'emozione, come avere mio figlio decuplicato, a due
centimetri da me.
Persino le macchie che non vanno più via, anche usando il detersivo più potente, e
che dovrebbero ricordarmi i reati di cui si è macchiato, trovano in me la mia più
completa assoluzione.
Quando ero piccolo non volevo mai vestirmi alla moda, perché pensavo che in tal
modo sarei saltato all'occhio della gente. E volevo sempre portare abiti da vecchio,
credendo così di confondermi nella massa. Niente di più sbagliato, perché agendo in
questo modo ottenevo proprio l'effetto contrario.
Il rosa, addosso ad un ragazzo, era a quei tempi un colore bandito dalla società.
Mia nonna materna mi regalò una volta un pullover color rosa che non ho mai messo
da piccolo.
Lei, poverina, chiese alle tintorie se ci fosse il modo di tingerlo con un altro colore,
purché lo indossassi per la sua gioia.
Glielo sconsigliarono perché ne avrebbe risentito il tessuto, perdendo la sua
lucentezza.
Alla fine quel pullover l'ho indossato da adulto, perché era enorme e mi andava ancora
bene, quando non mi faceva più né caldo né freddo cosa pensasse di me la gente.
Ma mia nonna era già morta.
La scelta o l'imposizione di un vestito da parte dei genitori quando si è bambini può
veramente farne dei bambini complessati con tutti i danni psicologici che ciò
comporta.
Dal modo di vestire di mio figlio non si sarebbe mai pensato che da piccolo fosse
stato abbandonato.
Si è sempre integrato con gli altri, anche con la scelta degli abiti giusti.
Però da piccino, intendo dire dai dieci anni in su, età in cui l'abbiamo adottato, non ci
ha mai detto, ad esempio, che non gli piacevano i pantaloni di velluto o i sandali ai
piedi.
Ce lo ha confessato da adolescente.
E di pantaloni di velluto e di sandali la mamma gliene comprò diversi.
Con nostro figlio abbiamo vissuto in tutto circa nove anni, forse anche meno,
scomputando un breve periodo di permanenza in una casa famiglia da minorenne, una
misura alternativa al carcere minorile.
Poi, certo, l'ho frequentato quando si trovava nelle altre comunità.
Devo dire che, oltre che come figlio, io lo vedevo anche come fosse un mio fratello più
piccolo, perché ho sempre desiderato averne uno, più giovane di me.
Dal mio fratello maggiore non ho mai ricevuto le attenzioni e l'amore che un bambino
desidererebbe avere da un fratello più grande. Anzi, lui, quando era in compagnia dei
suoi amici e mi incontrava per strada, si vergognava di me e faceva finta di non
conoscermi. Invece mi sembrava che i suoi amici e le sue amiche mi apprezzassero ma
con lui davanti era tutto inutile. Non vorrei che mi avesse evitato anche per come mi
vestivo.
Ricordo un mese di novembre, ma eravamo già adulti tutti e due, quando mio fratello
venne a Roma per fare visita a nostra mamma in ospedale e partimmo da casa insieme,
lui vestito da mese di novembre, io da mese di agosto, perché avevo sempre caldo.
Mentre camminavamo, mi accorgevo che anche la distanza in metri l'uno dall'altro
aumentava.
Lui, già in autunno mi aveva seminato ed io ero rimasto solo, con l'estate che mi
bruciava dentro.
Mi mancava il caldo refrigerio di un fratello che mi amasse e mi accettasse com'ero,
mettendomi a mio agio.
Ciò dimostra che anche quando si è adulti c'è sempre un bambino indifeso dentro di
noi, che reclama protezione.
Riccardo Fontana
Leonardo Lamacchia - Ciò che resta