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Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291

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PADRE GINO E IL PRESEPE DI SABBIA A P.ZZA SAN PIETRO

 

 

 

PADRE GINO BURRESI E IL PRESEPE DI SABBIA A P.ZZA SAN PIETRO

 

 

Questa notte ho sognato Padre Gino Burresi che

mi chiedeva aiuto. Dovevo aiutarlo ad

uscire dalle sabbie mobili.

 

Imploro la Chiesa di Papa Francesco a

collaborare, affinché  i  cold case, i casi rimasti

irrisolti,  relativi ad Emanuela Orlandi, a

Mirella Gregori, a Padre Gino Burresi vengano

disseppelliti dalla sabbia.

 

E che  Gesù Bambino non vi rimanga soffocato

ancor prima di nascere.

 

Riccardo Fontana

 

(Tratto da: qumran2.net)

 

Scritto sulla sabbia

 

1 Cosa rispondere?

 

L'adultera. Ancora un Vangelo sulla misericordia di Gesù che contrasta in modo stridente con la durezza di cuore degli scribi e farisei. "Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio, la legge di Mosè dice di lapidarla...". Tremendo tranello. Se dice di lapidarla sarà accusato di durezza di cuore; se dice di non lapidarla, sarà accusato di trasgredire la legge mosaica. E Gesù è chiamato perentoriamente a prendere posizione, non può sottrarvisi. "Tu che ne dici? Mosè ci ha ordinato di lapidarle, tali donne". Essi cercano un motivo per lapidare la donna, ma cercano anche e soprattutto un capo d'accusa per condannare Gesù. "Parlavano così per intrappolarlo e poterlo poi accusare". E' questione di vita o di morte, Gesù lo sa bene. Impossibile sfuggire! Ne va di mezzo, oltre alla vita della donna, anche la sua vita e la misericordia divina. Ma Egli non proferisce parola e si china a scrivere per terra. Misterioso questo scrivere di Gesù; l'unica volta che lo ha fatto.

 

2 Strano giudice e strano libro dei conti...

 

"Ma Gesù chinatosi, si mise a scrivere per terra", sulla sabbia. "L'unico libro dei conti di Gesù è la sabbia. Avete già perso qualcosa nella sabbia? Provate a ritrovarla, la sabbia ingoia tutto, la sabbia cancella tutto, la sabbia dimentica tutto! Non rimane nulla nella sabbia! La donna è davanti a Gesù e lui scrive sulla sabbia per dire che il suo peccato è già cancellato, come tutto ciò che è scritto nella sabbia. Un tribunale ben strano! Il giudice scrive nella sabbia e non rimarrà niente. Basterà il vento della sera e tutto sarà cancellato". (Bruno Ferrero)

 

E poi la risposta, assolutamente sconcertante e fuori dagli schemi dei "dottori" farisei; risposta da vero e insuperabile Maestro qual era: "Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra". Risposta che fa ammutolire tutti e li rimanda alla propria coscienza di peccatori. In silenzio, gli uni dopo gli altri, a partire dai più anziani, se ne vanno, mentre Gesù continua a scrivere per terra. Rimasto solo con la donna Gesù le dice: "Nessuno ti ha condannata? Neppure io ti condanno! Và e non peccare più". Ecco il cuore di Gesù! Quel cuore che ha tanto amato il mondo. Gesù non è venuto per condannare, ma per salvare. Dall'alto della Croce ha detto solo parole di salvezza: "Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno". E ad un altro: "Oggi sarai con me in Paradiso". E il chiamato in questione, anzi, addirittura il canonizzato - l'unico canonizzato direttamente da Gesù- era un ladrone crocefisso per le sue malefatte. Ma sono questi i più salvabili! Chi ha toccato il fondo non ha più nulla da perdere, nulla su cui contare, neanche le proprie buone opere da presentare a Dio per rivendicare la salvezza ("io ho fatto il bene, quindi tu mi devi la salvezza"). L'unica salvezza in cui spera è quella che gli viene da un altro, dal Salvatore. E solo allora lo riconosce come tale; finché conta sui suoi meriti, si considera salvatore di se stesso.

 

3 Chi in Lui si rifugia...

 

L'adultera, la Maddalena, il buon ladrone, hanno contato totalmente su di Lui. Si sono rifugiati totalmente in Lui e non nelle loro buone opere e "chi in Lui si rifugia, non sarà condannato" (salmo 33) anche se avesse fallito tutto; anche se avesse sbandato per un'intera vita, basta che alla fine si rifugi. Un salmo dice "I passi del mio errare tu li hai contati". Errare non solo nel senso di vagabondare, ma nel senso di sbagliare. Siamo tutti più o meno errabondi e non solo nel senso di vagabondi, ma Gesù aspetta solo che ci rifugiamo in Lui, per dire anche a noi "Io non ti condanno; va' e non peccare più". E dobbiamo fare il bene, si capisce che dobbiamo farlo, ma sapendo che il poterlo fare è già grazia sua.

 

Questa stupenda pagina è ancora un invito e una manifestazione della misericordia e ci lascia intravedere gli orizzonti di sconfinato amore del Cuore di Gesù che vuole solo ripetere ad ognuno di noi "Non sono venuto per condannarti, ma per salvarti".

 

 

Tratto da: corriere.it

 

 

Le parole, scritte da Gesù, che nessuno ha ancora letto

 

Astratte, eppure così presenti. Consegnate alle pietre, o disegnate con un dito, sulla sabbia. Fanno parte dei misteri delle Sacre Scritture, e suscitano desiderio

di Roberto Cotroneo

 

Uno degli episodi più misteriosi delle Sacre Scritture è quello narrato nel Vangelo di Giovanni. Quando viene portata dinnanzi a Gesù un’adultera. E gli scribi e i farisei gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». L’episodio è celebre perché Gesù pronuncerà la frase: «Chi è senza peccato scagli la prima pietra». E tutti ricordano queste parole che sono un insegnamento cardine di tutto il cristianesimo. Ma questa risposta di Gesù ha messo in secondo piano un dettaglio, che dettaglio non è affatto. Alla domanda degli scribi e dei farisei cosa fa Gesù? Secondo il Vangelo di Giovanni «si chinò e si mise a scrivere con il dito per terra. Tuttavia poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: “Chi di voi è senza peccato getti per primo la pietra contro di lei”. E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dagli anziani». Cosa scriveva Gesù? E perché quelle parole non ebbero fortuna? Tra i pochi a porsi un dubbio su questo passo è Jorge Luis Borges. Che riferirà di questo episodio in Altre Inquisizioni aggiungendo: «Gesù fu il più grande dei maestri orali, che una sola volta scrisse alcune parole in terra e nessun uomo le lesse». Le poche parole di Borges mi sono rimaste in mente per anni. E per anni mi sono chiesto come fosse possibile, cosa accadde davvero, e perché Giovanni riferisce l’episodio, ma non svela le misteriose parole che Gesù scrive sulla sabbia. Ma soprattutto per quale misterioso motivo l’episodio di un Gesù che scrive sia perlopiù ignorato dai commentatori, dai biblisti, dai padri della Chiesa e dai teologi.

 

Recentemente sono usciti alcuni saggi sulla Literacy di Gesù. Sapeva leggere e scrivere? O come dice Borges era essenzialmente un maestro orale? Il passo di Giovanni toglierebbe ogni dubbio, e dovrebbe dirci con chiarezza che Gesù era capace di scrivere, e quindi anche di leggere. Eppure resta tutto sospeso. Con una serie di situazioni controverse. A cominciare dall’attribuzione del passo. È nel Vangelo di Giovanni, eppure la pericope non compare nei papiri dell’inizio del Terzo Secolo, i più antichi che abbiamo. Non c’è neppure nel Codices Sinaiticus e nel Codices Vaticanus, che sono del IV Secolo. Il primo codice che riporta la Pericope Adulterae è il Codex Bezae Cantabrigensis. È del V Secolo, e contiene i Vangeli, gli Atti degli Apostoli e la Terza lettera di Giovanni. È conservato all’Università di Cambridge, ed è scritto in latino e in greco onciale, ossia il greco maiuscolo. Qui per la prima volta appare la storia dell’adultera. E la storia di Gesù che scrisse le sue parole sulla sabbia.

 

Ma la pericope dell’adultera, per quanto storicamente attendibile e accettata, anche se inserita nel Vangelo di Giovanni, non è attribuibile a Giovanni. Per lo stile in cui è scritta è probabilmente attribuibile a Luca. E non solo. Secondo Sant’Agostino, il brano sarebbe stato rimosso da alcune copie per non dare l’impressione che Cristo potesse giustificare l’adulterio. Oggi è uno dei passi del Vangelo più celebri. Eppure nessuno si ferma sulle parole scritte. Sulla fortuna o sfortuna di quei segni sulla sabbia.

 

Cosa poteva aver scritto Gesù, ostentando al tempo stesso indifferenza alle domande degli scribi e dei farisei? I pochi commentatori che si sono avventurati in una interpretazione dell’episodio dicono che il gesto di scrivere non fosse altro che un diversivo, un modo per ostentare distacco, per non rispondere subito a una domanda formulata proprio per metterlo in difficoltà. Ma è poco credibile che Gesù Cristo avesse bisogno di questo. E soprattutto che l’unico momento in cui l’insegnamento di Gesù diventa scrittura possa essere dovuto a tutt’altro, a qualcosa che con il testo scritto ha ben poco a che fare. Altri provano a fare un’altra ipotesi affascinante, ma anche altrettanto sfuggente. Si riferiscono al libro di Geremia (17,13) che dice: «quanti si allontanano da te saranno scritti nella polvere, perché hanno abbandonato il Signore, fonte di acqua viva».

 

Gesù scrive nella polvere i nomi dei peccatori, di coloro che non potranno scagliare la prima pietra contro l’adultera? E quanti nomi avrebbe dovuto scrivere? Le parole scritte, l’imperturbabilità, l’ostinarsi a tenere il dito sulla sabbia forse dice molto di più. E non può essere limitato a un atteggiamento o un riferimento a Geremia. La Literacy di Gesù è certa, ma neppure nella iconografia della pericope ricaviamo qualcosa.

 

Se analizziamo i dipinti più celebri che riprendono la pericope adulterae non ritroviamo Gesù chinato a terra che scrive né in Tiziano, né in Valentine de Boulogne, e neppure in Rembrandt. In tutti questi dipinti Cristo è in piedi, l’adultera è disperata e al centro di tutto c’è l’atteggiamento di calma e di forza di Gesù a smontare le accuse dei farisei con il gesto del perdono. Che Gesù avesse appena finito di scrivere delle misteriose, e poco fortunate parole lo troviamo soltanto in Nicolas Poussin, Gesù Cristo e l’adultera, dipinto nel 1653 e conservato al Louvre. Poussin mette in campo, ai margini del dipinto, alcuni accusatori dell’adultera mentre chinati a terra leggono le parole che aveva appena scritto Gesù. Dal punto di vista artistico è forse il dipinto meno interessante, perché il più fedele e didascalico nel riprodurre la parole del Vangelo, e naturalmente Poussin non è Tiziano e non è neppure Rembrandt. Ma l’atteggiamento dei tre accusatori nel leggere quelle parole è di stupore, incredulità, persino dispetto, per quanto Gesù avesse osato scrivere. Mentre in tutti gli altri c’è la forza del gesto, l’impatto scenico di Gesù, e non certo quella scrittura, quella parola che è forza e mistero.

 

Umberto Eco, nel 1980, racconta nel Nome della Rosa un personaggio, un bibliotecario cieco che si chiama Jorge da Burgos. Per quanto Burgos fosse un centro importantissimo, dove si copiavano manoscritti miniati e si fabbricavano pergamene, è del tutto evidente che Jorge da Burgos non è altro che Jorge Luis Borges, il bibliotecario dei bibliotecari, il dotto dei dotti, cieco come il personaggio del romanzo di Eco. Jorge da Burgos ha un conto aperto con Gesù, ma riguardo a un’altra storia, quella per cui Cristo non rise mai. E proprio per questo il secondo libro della Poetica di Aristotele, che tratta della commedia e del riso, non poteva essere letto da nessuno e andava nascosto perché eretico. Non ci sono mai arrivate le parole che Aristotele scrisse sulla commedia. Sono andate perdute, come è andata perduta la quasi totalità della tradizione letteraria classica.

 

Di migliaia di autori importanti non abbiamo altro che qualche frammento, o dei riferimenti di autori posteriori che erano riusciti a leggere e poi citare testi che non ritroveremo mai. Jorge Luis Borges non nascondeva vecchi codici, ma svelava misteri, portava a nuova vita parole che sembravano perdute. Cristo forse non rise mai, ma certo scrisse parole di cui non sappiamo nulla. Le scrisse sulla sabbia. E svanirono in poco tempo. Nessuno si è curato di quelle parole, non lessero niente i farisei e gli scribi, che dopo la risposta di Gesù andarono via, non lesse l’anonimo estensore di questa storia, finita in un manoscritto tardo, copia di un testo greco andato perduto di cui ci parla Giustino di Nablus e che veniva da Smirne. Il Codex ha avuto una storia travagliata, passando dalla biblioteca del monastero di Sant’Ireneo a Lione fino a Cambridge, dopo essere passato tra le mani di un successore di Calvino: Teodoro di Beza. Ma nei primi secoli sono molte le fonti che raccontano di un incontro tra Gesù e una peccatrice, un’adultera. Quasi nessuno invece ha voglia di aggiungere qualcosa riguardo a quelle parole e a quella scrittura. Forse tutto questo non potrà che diventare un romanzo, dove a nascondere quelle parole è come sempre un bibliotecario, come Jorge Luis Borges, come Jorge da Burgos, qualcuno che custodisce il segreto dei segreti, le parole scritte da Gesù Cristo. Le parole che nessuno lesse e che sogniamo un giorno di poter ritrovare.

 

 

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