Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291
http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-1628
IL GIOCATTOLAIO
di Margherita Ghirardi
“Guardi la cura dei particolari. Ormai non se ne vedono più così. Gli abiti sono in seta, i capelli sono veri e così le perline di vetro.”
La musica del carillon continuava a suonare metallica e fredda, sembrava un valzer, mentre le figurine abbracciate giravano contemporaneamente intorno al disco e su loro stesse. L’uomo ne rimase affascinato e turbato allo stesso tempo. Erano così reali da sembrare dei piccoli uomini. Poi improvvisamente la musica finì e le piccole figure smisero di girare.
“Manca un personaggio” ruppe il silenzio Amos Zoma “non riesco a trovarne altri di simili per sostituirlo. Non lo trova però perfetto?”
“Già. Girano e girano su loro stessi in continuo. ” disse l’uomo mentre si chinava per guardarlo meglio, poi riprese “i loro volti…le loro espressioni…così vere i loro sguardi sembrano così tristi. Ma che origine ha questo carillon?”
“Non saprei esattamente. L’ho comprato da una anziana nobildonna russa che era fuggita a Parigi dopo lo scoppio della rivoluzione. Sa ho vissuto anche a Parigi. Comunque l’ho acquistato che era tutto rotto e l’ho ricostruito pezzo a pezzo, ora mi manca solo una figurina. Spero di trovarla presto” e nel dire queste parole Amos Zoma fissò il suo cliente. Nonostante nascosti dagli occhiali i suoi occhi piccoli e scuri improvvisamente divennero grandi, enormi, giganteschi, di un nero mai visto, sembravano volessero inghiottirlo. L’uomo per un attimo ebbe quasi la sensazione di non riuscire a muoversi, gli sembrava di vedere dentro quelle enormi palle nere il terribile vuoto del nulla, del non tempo, del non spazio, del non essere. Poi improvvisamente si riprese, scosse la testa e disse: “Sì, sì, interessante la storia. Ora si è fatto tardi è meglio che vada. Grazie per il tempo dedicatomi. Buonasera”
Fece per voltarsi quando si sentì afferrare per il braccio “grazie per il tempo dedicatomi? Ma io caro signore non le ho dedicato nessun tempo. Guardi pure l’orologio, vede non è passato neanche un minuto da quando è entrato” rispose Amos Zoma
L’uomo guardò l’ora, erano sempre le 19. 55, la stessa ora di quando era entrato, poi guardò fuori, il tram da cui era sceso stava ora chiudendo le porte per ripartire e sul marciapiede vedeva camminare la stessa bella ragazza che lo aveva inavvertitamente urtato quando stava per scendere.
“Come può essere…?” chiese spaventato
“Come può essere…può essere e basta. Questo è un posto senza tempo, passato e futuro si uniscono in un unico presente. Io creo tutto questo. Vede voi avete l’impressione di vivere, di crescere, di invecchiare, ma in realtà ciò che voi percepite del passare del tempo è solo un fatto relativo. Il tempo non esiste, o per lo meno non esiste come lo pensate voi. Il tempo lo faccio io che non ho tempo, voi vivete e basta. In realtà le vostre esistenze sono così brevi…per questo avete il senso del passare del tempo relativo. Non ci ha mai fatto caso? Il tempo passa in fretta ed allo stesso modo a volte sembra non passare mai?”
L’uomo sempre più spaventato iniziò ad indietreggiare verso la porta
“È troppo tardi ormai, e su questo aveva ragione lei, signor mio” disse Amos Zoma mentre si toglieva gli occhialini “vede io sono l’artefice del vostro tempo, l’inizio e la fine, l’alfa e l’omega. Voi mi appartenete, io vi ho creato e pensato, io sono il vostro caso, o come lo chiamate voi destino, fato coincidenza e quant’altro. Sono io, io soltanto.” L’uomo indietreggiò ancora con occhi terrorizzati “Spaventato? E perché mai? In fondo è stato lei ad entrare nel mio spazio, nel mio non tempo nel mio nulla senza fine, già perché io il tempo non ce l’ho. Io la stavo aspettando, è per non annoiarmi che vi ho inventato. Passo la mia vita a girare di paese in paese e posso essere nel passato nel presente e nel futuro allo stesso modo in posti diversi. Gliel’ho detto vero? Il carillon l’ho comprato a Parigi per lei negli anni ’20, ma a me è bastato andare nel nulla del retrobottega per andare ad acquistarlo. Spazio e tempo che si confondono…”
Amos Zoma si fece sempre più vicino all’uomo, i suoi occhi erano di nuovo grandi e neri e sembravano voler inghiottire tutto ciò che guardavano
“Vede questi giocattoli, signor mio? Li ho fatti tutti io. Quando le raccontavo che sono veri, non scherzavo, sa? Questo piccolo soldatino in pasta, per esempio…” e aprì la mano per mostrare il piccolo indiano sioux con l’arco “lo vede bene? Vede l’espressione del suo viso? È di stupore, è stata la sua ultima espressione prima che io interrompessi il suo tempo. O ancora questa bambola a forma di damina del ‘700, guardi bene gli occhi, non ne legge la tristezza cristallizata? Ebbene anche lei è opera mia. Ora le faccio vedere uno dei miei capolavori…vede questo autobus di latta? Lo guardi attentamente, anzi lo prenda in mano” e nel dire ciò glielo porse. L’uomo lo prese e lo avvicinò al viso. Dentro si poteva distinguere chiaramente l’autista con la divisa e il cappello, e tutti i passeggeri seduti ognuno al loro posto ordinatamente, una madre con in braccio il figlioletto, una bambina con i codini, e la cartella affianco, un signore con il giornale aperto, una vecchina con la borsa della spesa, una coppia di fidanzatini che si teneva la mano. L’uomo alzò lo sguardo appoggiò il piccolo autobus non più lungo di una decina di centimetri e fissò incredulo Amos Zoma che riappropriandosi del giocattolo lo rimise al suo posto nella vetrina. “questo è il mio capolavoro. Anni ed anni…. dico per lei che scandisce il tempo in minuti, ore giorni mesi ed anni, di lavoro a cercare le persone giuste da mettere dentro. Sa non è facile. Non tutti quelli che incontro e che entrano nel mio negozio vanno bene. Vede lei sarebbe perfetto” disse alzando gli occhi che ora avevano assunto un’espressione particolarmente seria. L’uomo ormai senza più riuscire neanche a parlare indietreggiò verso la porta che dava sul buio del retrobottega “già lei è perfetto, l’altezza giusta, il corpo longilineo, i capelli scuri, i lineamenti nobili e i movimenti eleganti. Già lei è perfetto per quell’oggetto.” E indicò il carillon che stava sul tavolo “si ricorda, ne manca un personaggio. Una donna è senza cavaliere e lei è perfetto.” Nel dire questo Amos Zoma si fece sempre più vicino all’uomo, i sui occhi ormai erano diventati interamente neri e piano piano stavano inghiottendo nel loro vuoto infinito l’uomo.
Le feste di Natale passarono. Milano ritornò buia senza le luminarie e la gente sembrava meno di fretta. La vita riprese a scorrere normalmente, come sempre. Il piccolo negozio di giocattoli in Corso di Porta Romana c’era sempre. Il suo proprietario aveva tolto anche lui le piccole luci bianche natalizie e aveva cambiato i giocattoli in vetrina. Ai lati sempre i soliti trenini, autobus, macchine e soldatini, al centro le solite bambole facevano da contorno ad un nuovo carillon. Cinque coppie di ballerini vestiti con abiti elegantissimi erano pronti per cominciare a muoversi non appena la musica avesse iniziato a suonare. Era perfetto in ogni sua parte, le figure sembravano vere e a guardar bene uno di loro sembrava quasi avere le lacrime agli occhi.