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Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291

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" ALL'INFERNO IL FUTURO " : IN RICORDO DI IVAN ILLICH

 

 

TRATTO  DA :  http://unmarzianoaroma.net/archives/124

 

" All’inferno il futuro!”

Pubblicato il 3 Dicembre 2011 da Il Marziano

 

Il titolo che ho dato  a  questo post , è tratto dalla frase iniziale e lapidaria con la quale Ivan Illich rispose al suo amico  Douglas Lummis che lo intervistò in Giappone, durante l’inverno 1986/87, e lo interrogò sul “futuro possibile”…il resto della risposta fù che il futuro «È un idolo mangiatore di uomini. Le istituzioni hanno un futuro… ma le persone non hanno futuro, le persone hanno solo speranza» Ricorre proprio ieri l’anniversario della morte di Ivan Illich, il 2 dicembre 2002, questo libero pensatore, davvero a tutto tondo - scrittore, filosofo, linguista e teologo (anche se lui rifutava quest’ultima definizione) - non classificabile in qualsiasi schema di pensiero “strutturato” e dunque già dato.

La scoperta di alcuni dei suoi suoi libri più importanti, da “La convivialità” a “Descolarizzare la società” o “Per una storia dei bisogni” fino all’ultimo letto “I fiumi a nord del futuro”, per ciò che mi riguarda è stata forse tardiva, legata ai primi anni ‘80 e alla mia “militanza” dentro il movimento ambientalista: eperienza di impegno civile che per me, oltre ad un approccio concreto e quotidiano in un contesto di grande fermento culturale e ideale, mi ha permesso di conoscere e approfondire autori di pensiero - fino ad allora a me noti solo per nome o per aver letto sporadicamente alcuni loro scritti - come Gregory Bateson, Ilya Prigogine,  Hans Jonas, James Lovelock, solo per citarne alcuni, che in modo fecondo si sono andati ad intrecciare con la mia formazione precedente, fornendo un impulso decisamente innovativo. E ben oltre, ovviamente, le loro analisi riconducibili alla pur affascinante sfida della complessità che poneva e ancora pone la questione ambientale. Tra questi autori, senz’altro Ivan Illich è stato uno dei più originali e stimolanti nella storia del pensiero anche per le sue proposte, condivisibili o meno.  In ricordo di questo singolare autore, che a me tra l’altro ne ricorda un altro positivamente eclettico e simile per certi versi come Raimon Panikkar, riporto un brano tratto da uno dei suoi libri più famosi, “La convivialità”, edito nel 1972 da Mondadori, l’ultima ristampa è stata pubblicata dall’editore Boroli nel 2005. Provo solo ad immaginare le possibili obiezioni di qualcuno nel leggere queste poche righe, il sussulto che magari potrà suscitare per ciò che appare utopia allo stato puro, parole da “anima bella”…ma, per quanto possa persuadere una mia precisazione, posso assicurare che non si tratta di un visionario. Al contrario, le sue analisi sono di una crudezza a tratti perfino sconcertante, l’ho potuto constatare di persona nei primi anni ‘90, durante una sua conferenza nell’ambito dei “martedì letterari” che si svolgevano al  Teatro Eliseo di Roma, quando ebbi la fortuna di ascoltarlo dal vivo e vederlo interagire sotto le domande incalzanti del pubblico. 

I valori-base

Al nostri giorni si tende ad affidare a un corpo di specialisti il compito di sondare e leggere il futuro. Si consegna il potere agli uomini politici che promettono di costruire la megamacchina per produrre il futuro. Si accetta una crescente disparità dei livelli di energia e di potere, perché lo sviluppo della produttività esige questa diseguaglianza. Infatti, più la distribuzione del prodotto industriale è egualitaria, più il controllo della produzione dev’essere centralizzato. Le stesse istituzioni politiche
funzionano come meccanismi di pressione e di repressione che indirizzano il cittadino e raddrizzano il deviante, per renderli conformi agli obiettivi di produzione. Il Diritto è subordinato al bene dell’istituzione. Il consenso della fede utilitaristica abbassa la giustizia al semplice rango di un’equa distribuzione della merce industriale e (pertanto) misurabile.

Una società che definisce il bene come il soddisfacimento massimo del maggior numero di individui mediante il maggior consumo di prodotti e servizi industriali, logicamente arriva a imporre il consumo e mutila in modo intollerabile l’autonomia della persona. Nella misura in cui il consumo programmato aumenta, l’austerità adottata per scelta personale diventa un’attività antisociale. Una soluzione politica alternativa a questo utilitarismo è quella che definisce il bene come la capacità di ciascuno di modellare l’immagine del proprio avvenire. Questa ridefinizione del bene non diviene operativa se non applicando criteri negativi. Prima di tutto, occorre bandire le attrezzature e le leggi che ostacolano l’esercizio della libertà personale, e limitare le dimensioni degli strumenti in modo da salvaguardare certi valori essenziali che io chiamerei sopravvivenza, equità, autonomia creatrice, ma che si potrebbero anche designare con i tre criteri matematici di vitalità, curva di distribuzione degli input e curva di controllo degli output. Questi valori sono alla base di ogni struttura conviviale,
anche se la loro espressione in termini linguistici, legislativi e di costume varia da una cultura
all’altra.

Ciascuno di questi valori limita a suo modo lo strumento. La sopravvivenza è condizione necessaria, ma non sufficiente, dell’equità: si può infatti sopravvivere stando in carcere. L’equità, nella distribuzione dei prodotti industriali, è la condizione necessaria, ma non sufficiente per un lavoro conviviale: si può infatti diventare prigionieri dello strumento. L’autonomia, come potere di controllo sull’uso delle risorse e dei programmi, abbraccia i due primi valori e inoltre definisce il lavoro
conviviale. Questo ha per presupposto la creazione di strutture che rendano possibile un’equa distribuzione del potere di modellare l’immagine dell’avvenire individuale e del gruppo di base. Noi dobbiamo e, grazie al progresso scientifico, possiamo edificare una società postindustriale in maniera che l’esercizio della creatività di una persona non imponga mai ad altri un lavoro, un sapere o un tipo di consumo obbligatori.

La ricostruzione sociale che rispetti le condizioni di convivialità non è solo necessaria ai fini della giustizia partecipatoria, ma anche perché, per l’uomo contemporaneo, sopravvivere sotto il regime di un contratto sociale hobbesiano è diventato impossibile. Nell’epoca della tecnologia scientifica, solo una struttura conviviale dello strumento può unire sopravvivenza ed equità. L’equità esige che si ripartiscano al tempo stesso sia l’avere sia il potere: mentre infatti la corsa all’energia porta
all’olocausto, l’accentramento del controllo dell’energia nelle mani di un leviatano burocratico riduce il controllo egualitario dell’energia alla parvenza di un’equa distribuzione dei prodotti ottenuti. La strutturazione conviviale degli strumenti è una necessità e un’urgenza dal momento che la scienza libera sempre nuove forme di energia. Una struttura conviviale dello strumento rende realizzabile l’equità e praticabile la giustizia ed è la sola garanzia di sopravvivenza.

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youtube.com14 ott 2011 - 4 min - Caricato da Mauriziobura72

 

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