Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291
| ||||||||
| | ||||||||
| | ||||||||
|
Maurizio Maggiani racconta...
Siamo nel 2006 a Festivaletteratura di Mantova. L’ incontro con Maurizio Maggiani si intitola “Scuotere la terra, innalzare montagne. Storia di un amore”. La registrazione della lunga, affascinante affabulazione, suscita oggi delle sorprese: in quell’incontro lo scrittore racconta delle storie che ritroviamo nel suo ultimo romanzo, uscito in libreria alla fine di marzo 2010, Meccanica celeste. E in particolare la storia di un amore di tanti, tanti secoli fa e della figlia di un capo tribù che piange così tante lacrime per la morte del suo amato da erigere una montagna di lacrime, il Pisanino... Il processo creativo di Maggiani è proprio l’accumulo di storie, di personaggi, di incontri e di narrazioni che raccoglie e che poi rielabora con una ricchezza di linguaggio e una capacità di strutturare il racconto davvero impareggiabile. Avevamo registrato quell’incontro, eccolo come dono ai nostri lettori. Vorrei raccontarvi una storia che è venuta a me poco tempo fa. Alla fine dell’estate mi ha telefonato una suora e si è presentata dicendo di chiamarsi Suor Teresa. Questa suora mi ha posto questa domanda: “Vorrei che lei mi parlasse della fragilità”. Suor Teresa mi ha spiegato che doveva preparare una conferenza per una manifestazione importante e a lei era stato assegnato il tema della fragilità. Le ho parlato del tema della fragilità e di una cosa che è dentro di me da un po’ di tempo. Mi ha fatto molto bene parlarle e mi fa continuamente bene pensarci. . Prima però vorrei raccontare un’altra storia. Vorrei parlarvi di una cava di marmo: la cava di marmo numero 27. Questa cava è enorme, forse la più grande di tutte le Apuane. Parte da quota settecento metri per arrivare a millequattrocento: settecento metri di dislivello. È coltivata, come si dice per le cave, in un sito da un nome molto bello: “Orto di donna”. “Orto di donna” è un declivio a forma di coppa che sale e si ferma sui primi contrafforti del monte Pisanino. Lì, per millenni, hanno avuto riposo i pastori infatti, proprio sopra “Orto di donna”, c’è un passo che si chiama “Passo delle pecore”. Anni fa mi sono recato a questa cava e, a un certo punto, nel bosco, passa un gregge di pecore e capre con il suo pastore. Un uomo magrissimo, tutto vestito di nero, una giacca lunga nera e rovinata, barba nera e occhi neri. Cominciamo a parlare del più e del meno e, senza che io lo chiedessi, mi racconta di “Orto di donna” e del perché si chiama così. Un racconto bello ma anche difficile. Io non ho verificato se il suo racconto fosse vero: a me è andato bene così.
“Orto di donna” è l’orto di una donna vissuta circa cinquecento anni prima della nascita di Cristo, e questa è una storia che parla della fragilità ma anche dell’amore. La storia di una tribù di Apua, la mia gente. Una tribù che viene dalle foci dell’Arno e che, intorno al Cinquecento a.C., combatte una battaglia con gli Etruschi e, una volta tanto, la tribù Apua perde e viene sconfitta. In particolare, viene ferito il figlio del capo di questa tribù e il padre cerca di portarlo in salvo. Mi piace molto questa immagine di un padre che prende sulle spalle il figliolo ferito e cerca di portarlo in salvo. Mi piace perché è esattamente l’opposto dell’immagine che noi abbiamo della fondazione di Roma in cui Enea portava sulle spalle il padre. E come può provare a fuggire e a salvarlo? Sale sulla montagna e cammina mentre suo figlio, piano piano, si sta spegnendo. Arriva a un passo, lo valica e si trova davanti questo declivio dove c’è un villaggio di pastori. Chiede ospitalità e la riceve. Il figlio morente viene accolto dalla figlia del capo della tribù, una ragazza bellissima. Come tutte le donne dell’antichità sa come medicare. È quella che raccoglie le piante, che parla agli animali, alla vegetazione e ai minerali. Prende il principe ferito con sé e lo porta nella sua capanna e, per tutto un inverno, cerca di guarirlo. Purtroppo non basta un inverno per salvare il ragazzo. Allora la ragazza fa due cose: si dispera e si innamora di lui. A me sfugge come possa succedere che una ragazza bellissima si innamori di un ragazzo morente. Forse è accaduto perché la ragazza pensava che nel proprio amore ci fosse la medicina estrema. La principessa si innamora perdutamente e passa giorno e notte a curare il ragazzo. A primavera, il figlio del capo della tribù Apua muore, nonostante l’amore e le cure della ragazza. Il grande amore non ha salvato il giovane guerriero e la ragazza si dispera della perdità e dell’inutilità del proprio amore. Piange per tutta la primavera, per tutta l’estate e per tutto l’invero e, con il freddo, il suo pianto si gela e diventata un’altissima montagna trasparente. Questa montagna è appunto il Pisanino, 1890 metri sul livello del mare, sul livello del dolore e dell’amore. E cosa fa la ragazza? Niente. Fanno qualche cosa gli dei che, nella loro misericordia, sanno intervenire sempre a cose fatte, raramente riescono ad arrivare in tempo. È come se fossero lì per risolvere, a loro modo, qualche cosa che per conto nostro è già accaduta. Gli dei compiono un miracolo e, scatenando un terremoto spaventoso che lascia in piedi solo la montagna di pianto, creano delle nuove montagne che sorgono proprio davanti al Pisanino. Una di queste ha l’inconfondibile profilo di un volto umano. Grazie a questo “dono” degli dei la ragazza può salire sulla vetta della montagna, sopra le sue lacrime, e da lì, guardando a levante nei giorni di aria tersa, può vedere e quasi toccare il volto del suo amato. Solo questo hanno saputo fare gli dei: uno spettacolo che non consola e che non salva. Potrei andare a vedere nei libri se questa storia è vera ma a me non interessa. E, da questa storia, vorrei costruire un’altra storia ancora più grande. Una storia sull’amore che non salva, sulle immagini che forse possono colmare i vuoti, le sconfitte e le assenze. Una storia che ancora non ha preso il via perché poi è arrivata la telefonata di Suor Teresa.
Sono riuscito nel mio intento imparando a voler bene alla mia fragilità, alla mia gamba e alla mia zoppità. Capii che la mia zoppità era una qualità, una cosa della mia vita. Di lì in poi avrei camminato zoppo e ciò che mi era richiesto era di trovare la bellezza in quella e mostrarla. Se vogliamo bene a ciò che siamo incontreremo sempre qualcuno che ci vuole bene. Se vuoi bene alla tua zoppità, alla tua imperfezione, troverai l’uomo o la donna che verrà a baciarti per amore della tua bellezza. Questo ho imparato in quei tre anni, ho imparato che la fragilità è anche una bellezza, è il posto della mia bellezza, altrimenti è la mia sconfitta. Non è una costruzione mentale, una costruzione intellettuale, non è un lavorare su di sé. Io ho tanti difetti ma ho una ineluttabile voglia di vivere. Nella bellezza si può vivere. Non c’è vita che non sia grande e non c’è uomo o donna che non sia bello o bella . C’è un’altra fragilità che ho conosciuto da poco. Io la chiamo fragilità del “bufardello”. Mi è capitato di leggere di una tradizione garfagnina riguardo alle streghe e agli “streghi”. Il bufardello somiglia un po’ al folletto, l’umbratile spirito della casa, quello che fa i dispetti e fa sparire gli oggetti della cucina. C’è anche quello buono che ti aiuta a preparare il cibo o a tirare su l’acqua dal pozzo. Una volta ho sentito la testimonianza di una anziana che raccontava di questo folletto e lei diceva questo: “quando viene la notte e senti che qualche cosa entra nella camera, senti che c’è qualcuno. Tu non ti puoi muovere ma all’improvviso senti una pressione forte sul petto e non riesci a respirare. Vorresti gridare ma non puoi, vorresti parlare ma non riesci, e sei paralizzato da questo enorme peso di qualcuno che senti ma che non riesci a vedere”. A me è capitato più volte di sentire questa sensazione e, interpellando un medico, mi è stato risposto che ho delle crisi di ansia, di panico. Ho scoperto di avere il buffardello. Ci sono tanti modi per rimediare al buffardello, per esempio con quindici o trenta milligrammi di Lexotan! Io però ho cercato di pensarci su perché questa è la mia fragilità. Devo capire come voler bene alla fragilità della mia anima.
Penso che si debba trovare la bellezza in questa fragilità per poter essere un uomo bello e non uno zoppo anche nell’anima. Mio padre è molto più fragile di me. Mio padre si è ammalato tre anni fa. Mio padre si chiama Dino ed è conosciuto come Dinetto. È stato un operario, un uomo che ha lavorato tutta la vita dalle dodici alle quattordici ore, un uomo che, quando smetteva di svolgere le sue mansioni da operario, faceva l’operatore cinematografico la sera. Grazie a lui ho visto cinque milioni di film e gratis. L’unico lusso della mia famiglia. Mio padre si è ammalato una domenica a pranzo. Quel giorno io e mia madre stavamo litigando, come sempre, come tutta la vita, un litigio rituale. Durante quell’abituale litigio mio padre fece un gesto che non aveva mai fatto, un gesto di violenza: prese il piatto su cui stava mangiando, lo sbatte con forza sul tavolo e se ne andò. Mia madre, dopo un po’, mi chiese di controllare che cosa avesse mio padre. Io lo trovai seduto sulla sponda del letto che piangeva. Non sapendo cosa fare gli accarezzai i capelli con la mano, feci un gesto che solitamente fa il padre con il figlio. Il gesto contenuto dell’amore paterno. In quel giorno, in quel momento, io sono diventato padre di mio padre. Chiesi a mio padre cosa c’era che non andava e lui, alzando la testa, mi disse: “Non ce la faccio, non ce la faccio”.
E ogni volta che il bufardello mi viene a trovare e mi fa i dispetti, so che quello che vuole fare è rompere quella cosa che si chiama “sognare per l’utopia”. Non so come andrà a finire ma so che la storia della bellissima ragazza e del principe Apua passa per le sue conclusioni attraverso quello che io so imparare della fragilità e della bellezza, perché non è giusto che una storia d’amore finisca solo e semplicemente con un grande spettacolo allegorico, ci vuole di più, ci vuole la vita.
19 aprile 2010
| ||||||||