Dal tiro alla fune al salto in lungo a cavallo, fino alla scultura e alla poesia: nel passato dei Giochi Olimpici ci sono tante sorprese
Se pensate che la disciplina più esotica fra tutte quelle presenti alle Olimpiadi sia il badminton, ricredetevi in fretta: negli albori dei Giochi ci sono sport ben più strani. Dal 1900 al 1920, per esempio, si è regolarmente assegnata la medaglia d’oro nel Tiro alla Fune, specialità in cui domina la Gran Bretagna con cinque podi.
Nell’edizione di Parigi del 1900 si organizzò invece il tiro ai piccioni. Vivi e volanti. Vinse il belga Leon de Lunden con ben 21 volatili abbattuti, prima che la competizione venisse cancellata definitivamente già dall’edizione successiva. Eppure, non si tratta di certo della peggiore barbarie delle Olimpiadi: nei Giochi di St. Louis del 1904 si tennero infatti le cosiddette Giornate Antropologiche, in cui gareggiavano atleti di razze considerate “inferiori” come Pigmei, Inuit e Indiani. Un abominio che si affiancava ad altre stravaganze di quell’edizione, come il torneo di pallanuoto svoltosi in un laghetto adibito anche ad abbeveratoio per il bestiame, col risultato che diversi giocatori si ammalarono di tifo.
Fino al 1924 si è assegnata una medaglia anche nell’inquietante “100m cervo colpo doppio”, in cui però fortunatamente il cervo era una semplice sagoma di cartone fatta scivolare come bersaglio per un centinaio di metri. Sempre nel 1900 si tennero invece i singolari eventi di salto in alto e in lungo… a cavallo. Che videro peraltro sugli scudi l’italiano Gian Giorgio Trissino, oro nell’alto (1,85 metri) e argento nel lungo (5,70 metri), in entrambi i casi in sella ad “Oreste”.
Tra gli sport che sono stati discipline olimpiche in passato c’è di tutto, da quelli più o meno noti come il cricket, il rugby e la pelota basca fino a quelli più improbabili come l’arrampicamento su corda, prova finale del programma di ginnastica, e un bizzarro antesignano del tennis, la pallacorda.
Il premio dell’assurdo lo vincono però a mani basse le competizione artistiche (!), parte del programma Olimpico fino al 1952. Le categorie erano architettura, letteratura, scultura, musica e pittura, con diverse medaglie assegnate in discipline speciali come la pianificazione urbanistica. Queste medaglie non sono tuttavia mai state calcolate ufficialmente dal CIO, il Comitato Olimpico Internazionale; peccato perché gli Italiani si sono sempre ben difesi. L’unico a vincere due ori in due edizioni diverse è stato il lussemburghese Jean Jacoby, nel 1924 e nel 1928 per la pittura: il disegno raffigurato in questa pagina è quello che gli valse l’Oro nel 1928. Anche il barone francese Pierre de Coubertin, il papà delle Olimpiadi moderne, ha vinto un oro, nella poesia. Lo ottenne nel 1912 con il sonetto “Ode allo sport”, ma fedele al suo motto sull’importanza del partecipare più che del vincere, non venne mai premiato: presentò infatti la composizione sotto pseudonimo.
Jacopo Prisco
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