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Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291

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CAMBIO DI STAGIONE, OGNI ABITO UN'EMOZIONE

 

 

 

 

http://www.poetipoesia.info/racconti/il-cambio-stagione/

 

 

 

 

 

IL CAMBIO DI STAGIONE

 

di MARA GRYTTER

 

 

“Basta, adesso finisco. “Laura scese dalla scaletta vicina all’armadio e diede un’occhiata a quanto aveva fatto: maglioni colorati erano appoggiati sulle sedie, sulle poltrone insieme a gonne lunghe e sciarpe .Scialli di seta pendevano dalle ante come festoni e la luce autunnale che filtrava attraverso le tende dava a tutta la stanza un’aria surreale e quasi magica.. La gran parte delle magliette estive era stata riposta e Laura aveva l’impressione di avere chiuso nei cassetti anche un po’ del sole e del vento dell’estate per fare spazio all’autunno che iniziava portando i suoi colori e profumi.
La finestra dava su un piccolo parco cittadino che con i suoi tigli dorati e i suoi cespugli di alloro mandava l’odore di muschi e foglie bagnate.
Laura adorava quella stagione, la trovava piena di promesse e attese, non era l’autunno del letargo o della quiete, ma anzi, ricominciavano i corsi all’università e l’idea di rivedere i colleghi e gli studenti, in fondo la sua famiglia, la riempiva di contentezza e di curiosità.
Incrociò lo specchio dell’armadio mentre finiva di sistemare le sciarpe e si vide riflessa, con i lunghi capelli castani tenuti legati da una matita e i pantaloni attillati ma comodi con sopra uno dei suoi maglioni:, sembrava ancora una ragazzina più che una docente, pensò contenta. A volte sentiva il peso dei suoi trentasei anni, ma quando da dietro la cattedra scorgeva lo sguardo ammirato di qualche studente più giovane arrossiva e cercava di nascondere il compiacimento mettendosi gli occhiali che portava da qualche tempo ma solo per leggere .
Sorseggiando la solita tisana cercò con gli occhi l’indumento che ogni anno tirava fuori dall’armadio, che regolarmente non indossava per tutto l’inverno, ma che non voleva dare via a nessun costo. Eccolo là: il poncho boliviano era piegato per bene sul fondo dell’armadio ma sarebbe bastata una notte fuori sul terrazzo per ridare volume e luce alla lana di alpaca di cui era fatto. Rivederlo era sempre un’emozione come pure indossarlo. I colori marrone e bianco spiccavano nel contrasto e le due sagome dei lama erano disegnate sul davanti con le lunghe frange che si poggiavano lievemente sulle braccia.
Immediatamente si ritrovava a La Paz, nel mercatino indio vicino all’Università San Andrès dove lui insegnava . Le aveva detto”Prendilo, è utile: qui è sempre la stessa temperatura ma quando sei all’ombra senti tutto il fresco dei tremila metri “.
In effetti erano diventati inseparabili lei e il poncho: lo portava appoggiato su una spalla quando camminava al mattino o indossato sul maglione la sera come cappotto locale.
Durante il viaggio che fecero sull’altopiano poi, era diventato parte del suo abbigliamento abituale insieme al cappuccio di lana colorata. La scambiavano per una peruviana, i bambini la chiamavano”mamita” e sentiva che la metamorfosi poi era completa quando bevendo una tazza di mais caldo, l’apì, le chiedevano da quale parte dell’altipiano venisse. Se chiudeva gli occhi sentiva ancora i toni acuti delle musiche andine, del charango, i soffiati delle zampogne e rivedeva l’Illimani, la grande montagna innevata che faceva da sfondo a La Paz.

Pensava sempre che qualcuno li aveva protetti durante quel viaggio in “gondola”, il lento e grande autobus colorato che li trasportava. Ogni tanto la gondola si fermava in modo che i passeggeri potessero guardare in basso un bus caduto nell’abisso e dopo concitati segni di Croce e preghiere in spagnolo, riprendevano il cammino.
Quando uscirono indenni dall’ennesima retromarcia sull’orlo del baratro per far passare un’altra gondola proveniente dalla parte opposta, giurarono che al ritorno avrebbero preso il treno.
Attraversare il lago Poopo, vicino al più grande Titicaca fu un’emozione grandissima : vedevano acqua da entrambe i lati del treno e potevano quasi toccare le totore, le barche di canna intrecciata che si usano per navigare sul lago. Il grande cruccio della Bolivia: non avere più lo sbocco al mare ma solo sul lago! Si vedeva al centro del Lago Titicaca un grande Transatlantico ormeggiato, avanzo di flotta regalato dall’Argentina, come augurio per tempi migliori.
Affittavano una casetta con il cortile vicina all’università, la cui proprietaria, “la duena”, sapendo che venivano da Roma chiedeva sempre come mai “ visto che c’era il Papa in Italia ci fossero anche i comunisti!”
Laura continuava a ricordare, si era seduta sul letto con il suo poncho addosso, e pensava che la “duena” nella sua semplicità aveva dato una spiegazione a quel loro stare insieme senza essere sposati, lo chiamava come il locale “sirvinaco” una specie di prova di nozze. E diceva che Laura le sembrava adatta, pronta, sapeva cucinare ed era adattabile, tutte qualità che aggiunte alla bellezza, le avrebbero fatto superare la prova.
Lui taceva e abbassava gli occhi. Glielo aveva detto subito fin dall’arrivo: era troppo bello averla lì per quel mese ma poi lei sarebbe tornata indietro e a lui sarebbero rimasti mesi, tanti, troppi mesi da vivere da solo laggiù.
La sera, quando guardava le costellazioni capovolte nel cielo, si sentiva veramente tanto lontano e solo e neanche lo scintillare maestoso della croce del Sud riusciva a consolarlo. Preferiva prepararsi da subito a perderla, per non soffrire al momento del distacco.
Laura, no, non lo capiva, lei non era così. Sarebbe anche rimasta da subito se glielo avesse chiesto, ma forse era vero, erano troppo giovani e troppo lontana quella Bolivia, selvaggia e diversa per lasciare spazio a un rapporto così nuovo. Aveva ragione la “duena”, quello sarebbe stato il loro “sirvinaco”, unicamente la prova.
Solo che la prova durava ancora, a quasi due anni da quel viaggio.
Lui era rientrato e aveva viaggiato in Italia per reinserirsi nell’insegnamento, si erano sentiti e visti ma non si erano promessi nulla. Dovevano prima trovarsi, anzi “realizzarsi “ quella era la parola magica, poi pensarsi come coppia.

Forse era questa la speranza o la consapevolezza di ogni autunno. Appese il poncho alla stampella e lo mise in terrazza: era di nuovo a Roma, nella sua stanza piena ancora di abiti da sistemare. Il cambio di stagione in fondo non era ancora finito.

 

Mara Grytter  

06/lug/2011 - Caricato da dolcemente2009
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