Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291
La tradizione giudeo-cristiana è l’unica a denunciare l’illusione secondo cui il sacrificio è efficace perché viene effettuato nei confronti di un colpevole
CAPRO ESPIATORIO, VITTIMA INNOCENTE
Di René Girard
Credo che l'espressione “capro espiatorio” possa rivelare delle verità determinanti sulla natura del religioso arcaico e delle società umane. Essa ha tre significati distinti:
1) Indica in primo luogo la vittima di un rito antichissimo descritto nel capitolo XVI del «Levitico». In occasione dello Yom Kippur, il Sommo Sacerdote poneva le mani sulla testa di un caprone per trasferire su di lui tutte le trasgressioni dell’anno appena trascorso. Il caprone veniva poi cacciato nel deserto.
2) Ovunque si rintracciano dei riti di purificazione tramite l’espulsione, o il sacrificio, di una vittima umana, animale, o anche materiale, sulla quale le comunità si sforzavano di proiettare tutte le forze ostili, demoniache. Le città greche, per esempio, osservavano il rito atroce del pharmakos. Tutti gli anni si sceglievano dei miserabili, dei vagabondi per massacrarli o per espellerli in occasione delle feste di Dioniso. Nel suo saggio del 1890, “Il ramo d’oro”, il grande etnologo inglese James George Frazer ha descritto questi riti e ha dato a tutti il nome del più conosciuto, quello giudaico. Ecco perché ai nostri giorni si parla ancora dei “riti del capro espiatorio”. Si tratta di riti molto reali ma Frazer, per spiegarli, ricorre alla concezione che fa della pratica religiosa una semplice superstizione estranea a qualsiasi realtà, rapporti umani compresi. Dietro tutte le espulsioni, o sacrifici, immagina una confusione inverosimile tra il fardello presunto del peccato, puramente morale, e i fardelli fisici di cui ci si può scaricare su una terza persona.
3) La nostra società moderna ha soppresso questi riti ma noi tutti sappiamo che esiste, negli individui e nei gruppi in preda alla discordia, una tendenza a proiettare tensioni e conflitti su vittime sostitutive, grazie a un processo psico‑sociale di transfert collettivo. La fame di violenza può diventare così intensa da polarizzarsi pressoché su chiunque, in virtù di un contagio irresistibile. E la vittima innocente si trasforma in colpevole. Esiste dunque un fenomeno cosiddetto del “capro espiatorio”, facilmente manipolabile ma non di meno reale.
Questo terzo significato dell’espressione “capro espiatorio” è esclusivamente moderno. I dizionari lo definiscono come “derivato” o “metaforico”. Io vi vedo, al contrario, il senso fondamentale, il fenomeno reale dietro il rito e, di conseguenza, la sua spiegazione autentica.
Lungi dal respingere i fenomeni del capro espiatorio come disonorevoli e immorali, cosa che noi facciamo, almeno in linea di principio, i popoli antichi apprezzavano a tal punto la loro virtù riconciliatrice da ripeterli il più esattamente possibile sulle vittime sostitutive. I riti sono questa ripetizione interessata. Forniscono uno sfogo ben controllato alla violenza interna che rappresenta una minaccia permanente in tutte le comunità.
Questa è la spiegazione più semplice, ma Frazer non l’ha mai immaginata in ragione, mi sembra, di due pregiudizi tipici del suo tempo. Innanzitutto, ai suoi occhi, l’Inghilterra della regina Vittoria era fin troppo “civile” per reperire fenomeni analoghi a quelli dei riti arcaici. In secondo luogo vi è il suo disprezzo da dotto positivista nei confronti di tutte le religioni. Nel mondo giudeo‑cristiano, l’etnologo vedeva appunto dei capri espiatori, a cominciare da Gesù Cristo, crocifisso su richiesta di una folla che, senza un motivo valido, si mobilita contro di lui.
L’osservazione è esatta, ma Frazer aveva torto a concludere, come continuiamo a fare anche noi, che allora niente può distinguere il cristianesimo dalle religioni arcaiche. Ecco dove manca l’aspetto essenziale che la concezione moderna dei capri espiatori, giustamente, ci invita a individuare. Nei miti e nei riti arcaici, la vittima ‑ Edipo per esempio ‑ assume sempre il ruolo del colpevole. I Vangeli e la Bibbia, al contrario, proclamano l’innocenza dei capri espiatori, non soltanto Gesù, ma il “servo sofferente” Giobbe, Giuseppe... I colpevoli non sono più i perseguitati ma i persecutori.
La riabilitazione biblica dei capri espiatori comincia con il primo omicidio della storia dell’uomo, quello di Abele. Se confrontiamo questo racconto con il mito fondatore di Roma, constatiamo che la differenza giudeo‑cristiana è già presente.
Nel mito romano, il capro espiatorio ‑ Remo ‑ è colpevole nei riguardi del fratello gemello e avversario Romolo. Il quale, in qualità di fondatore ufficiale della città, ha per forza ragione di uccidere il suo rivale. Ciò che fa di Romolo un fondatore ineccepibile, tuttavia, è il fatto che sia riuscito a uccidere suo fratello per primo, prima che fosse suo fratello a uccidere lui.
Nella storia di Caino e Abele i fatti sono quasi identici e i risultati anche, perché l’omicidio commesso da Caino ne fa il fondatore della prima cultura umana. Tutto è simile tranne il giudizio di Dio, che condanna l’omicida in quanto tale. La Bibbia riconosce che la violenza trionfante fonda la comunità ma, allo stesso tempo, scredita questa violenza, cosa che i miti non fanno mai. Nessun mito ha mai posto agli omicidi trionfanti la domanda che il Dio della Bibbia fece a Caino: “Cos’hai fatto di tuo fratello?”.
I miti riflettono le illusioni della violenza collettiva e ci invitano a condividerle. Il giudeo e il cristiano rivelano le stesse illusioni e ci sollecitano a ripudiarle. Il giudeo‑cristiano è l’unico a individuare e a denunciare l’illusione di cui sono preda le religioni arcaiche, l’illusione del capro espiatorio efficace in quanto colpevole. Il Cristo è, al contrario, l’Agnello di Dio. Ovvero è un capro espiatorio in senso moderno, demistificatore, e l’esistenza stessa di questo significato evidenzia che, nonostante le apparenze, la rivelazione giudeo‑cristiana si propaga. La preoccupazione che suscitano in noi le vittime innocenti è indicativa di questa espansione.
La Bibbia e i Vangeli difendono e riabilitano le vittime collettive che le società arcaiche abbandonano alla violenza. E’ ciò che Friedrich Nietzsche fu il primo a scoprire. Bisogna riconoscergli il merito di una scoperta che i cristiani avrebbero dovuto fare molto tempo prima di lui. Ma Nietzsche attribuisce la riabilitazione cristiana delle vittime unicamente al risentimento dei primi cristiani, al fatto che appartenessero alle classi inferiori. E’ quella che definisce la “morale degli schiavi”. Quel che Nietzsche non vede è che tutte le vittime religiose sono dei capri espiatori. Il giudeo‑cristiano ripudia e demistifica i fenomeni di violenza collettiva che Nietzsche non può individuare. Non ha mai scoperto il meccanismo del capro espiatorio.
Le similitudini tra violenze mitiche e violenze giudeo‑cristiane sono dovute al fatto che, in entrambi i casi, trionfa lo stesso contagio violento. La differenza consiste nel fatto che, nei miti, essa trionfa per sempre, mentre nel mondo giudeo‑cristiano una minoranza dissidente finisce per emergere e rivelare la verità.
Bisogna arrendersi all’evidenza: il giudaismo e il cristianesimo sono unici e incomparabili come pretendono di essere e ciò che li rende tali è che sono gli unici a rettificare la menzogna collettiva di ogni mitologia. Se i cristiani non lo hanno scoperto, è perché hanno sempre eluso il problema delle similitudini tra il mitico e l’evangelico. Non hanno visto che, per evidenziare la superiorità antropologica della loro religione, bisogna esaminare senza timore le sue similitudini con i miti. Eludendo questo passo, i cristiani hanno rafforzato il relativismo che si sforzavano di esorcizzare.
A realizzare la vera demistificazione del paganesimo è la religione giudeo‑cristiana. Questo Nietzsche non l’ha visto. Non ha visto nemmeno che lo spirito delle folle che egli esecra trionfa nei miti. Solo nel mondo giudeo‑cristiano questo spirito è violato da piccole minoranze recalcitranti, le quali si oppongono alla maggioranza che le perseguita.
Perché esiste una tradizione religiosa, e una sola, che, facendo il contrario delle folle compatte contro i loro capri espiatori, difende l’innocenza delle vittime dalla violenza cieca delle folle? I Vangeli attribuiscono a questo argomento una grande forza drammatica sottolineando come tutti i discepoli, e in particolare Pietro, soccombano in un primo tempo al contagio violento con la folla della Passione. Ma, tre giorni dopo questa sconfitta deplorevole, gli stessi discepoli danno prova di un coraggio strenuo nella difesa di Gesù e nella denuncia dei suoi persecutori.
C'è un’impossibilità umana in questo cambio di atteggiamento. Anche i migliori di noi sono incapaci di trionfare con le proprie forze sul contagio violento delle folle. Il significato più antico della parola Satana è, senza dubbio, quella di “accusatore menzognero”, di calunniatore dei capri espiatori. La potenza umana, da sola, non è in grado di confutare le menzogne di Satana, le accuse mitiche. Gli uomini finiscono sempre con il cedere al contagio collettivo.
Per resistere fino in fondo, ci vuole l’obbedienza di Gesù al Padre, il suo rifiuto di sottrarsi alla Croce con mezzi che l’avrebbero reso tributario di Satana nel senso in cui noi tutti lo siamo. La prova che i Vangeli hanno coscienza di ciò è il ricorso di Gesù, nel Vangelo secondo Giovanni, a una sola parola per definire se stesso e l’invio ai discepoli di colui che li renderà capaci di resistere al contagio violento, lo Spirito Santo. Questa parola è paraclet, parakleitos, molto comune e banale in greco ma così inaspettata di primo acchito, che San Gerolamo ha rinunciato a tradurla, limitandosi semplicemente a trasporre il termine greco in latino. Ecco il motivo per cui lo Spirito Santo ha questo secondo nome insolito, Paraclito.
Quanto rivelatore è il significato di questo termine nel nostro contesto. In un tribunale greco, infatti, il Paraclito è molto semplicemente l’avvocato della difesa, il difensore delle vittime. Non bisogna concludere, con ciò, che la trascendenza propriamente religiosa del giudaismo e del cristianesimo sia dimostrabile. Nondimeno, l’analisi antropologica sconvolge un paesaggio religioso caratterizzato da tre secoli dal miscuglio con il razionalismo occidentale. Quest’analisi facilita la fede, restituendo al cristianesimo una potenza intellettuale che le idee moderne non ritrovano.
Non è per etnocentrismo che il giudaismo e il cristianesimo pretendono di essere le uniche vere religioni rispetto alla mitologia. Queste pretese sono giustificate. L’assimilazione del giudeo‑cristiano al religioso arcaico, colonna vertebrale del nichilismo contemporaneo, sta per crollare.
Quella che sta maturando nella nostra concezione del religioso è, a mio parere, una rivoluzione a tutti gli effetti, un avvenimento veramente degno di segnare il passaggio dal secondo al terzo millennio dopo la nascita di Gesù Cristo.
Tratto da “Duemila” inserto de Il Sole24ore