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Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291

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DANTE SFRATTATO DALLA SUA CASA IN ROMA

Dante, chi riesce a professarlo
Domenico Petarlini, «Dante in esilio», 1860
 Domenico Petarlini " Dante in esilio " 1860
«Lasciate ogni speranza, voi ch'entrate». Osserva opportunamente Gian Luigi Beccaria nella sua lezione Mia lingua italiana (appena pubblicata da Einaudi) che Dante non è solo artefice di mondi eterni, ma anche responsabile delle nostre immagini ed espressioni più quotidiane, come se noi ci rifugiassimo nella Commedia per dar linfa ai nostri giudizi: così «il natio loco, le dolenti note, il discendere per li rami, perdere il ben dell'intelletto, senza infamia e senza lode, ma guarda e passa, mi fa tremare le vene e i polsi».

A questi, altri «detti memorabili» potrebbero essere aggiunti, che punteggiano il nostro dire, enfatico o dolente, malinconico o fervido: «Per me si va ne la città dolente», «e caddi come corpo morto cade», «Era già l'ora che volge il disio / ai navicanti e 'ntenerisce il core», «Siena mi fe', disfecemi Maremma», «trattando l'ombre come cosa salda», «L'aiuola che ci fa tanto feroci», «A l'alta fantasia qui mancò possa», e così camminando e con lui il mondo misurando.

Questa familiarità con Dante, più che dai critici ci è stata restituita negli ultimi anni da Roberto Benigni: le sue letture in piazza Santa Croce (2006), la sua recente interpretazione del canto VI del Purgatorio, lo scorso 13 aprile, a Torino al Pala Olimpico, per la «Biennale Democrazia 2011», davanti a novemila giovani attenti e come contratti in un silenzio vivido, hanno fatto di Dante veramente il nostro «maggiore»; severo sì, titanico talvolta, ma anche – nella lettura piana e sofferta di Benigni – un giusto al quale si può affidare il dolore per l'Italia presente, per la corruzione sguaiata che la domina. È bastato che Benigni lasciasse il registro dell'ironia sul "qui e ora", e sùbito un'altra realtà, di passione altrettanto, ma di dignità antica e nuova, si imponeva dalla scena a tutte le gradinate, col gesto, con la voce, con i silenzi e le pause: «Ella non ci dicea alcuna cosa; / ma lasciavane gir, solo sguardando / a guisa di leon quando si posa» (Purgatorio, VI, 64-66).

La Commedia, è commedia: è il poema più dialogico di tutta la nostra letteratura; sfilano comparse, protagonisti, papi e liutai, parlano dal basso, rasoterra, infitti in ghiaccio e pece, oppure a petto erto d'orgoglio («"Vedi là Farinata che s'è dritto: / da la cintola in su tutto 'l vedrai". / I' avea già il mio viso nel suo fitto; / ed el s'ergea col petto e con la fronte / com'avesse l'inferno in gran dispitto»; Inferno, X, 31-36); o dall'alto, «regalmente ne l'atto ancor proterva», tale Beatrice al suo apparire (Purgatorio, XXX, 70). Come a teatro, ci sono dialoghi e monologhi, duetti serrati, ma anche straordinari "a parte": così Beatrice stessa che, discosta, finge sorridendo un colpo di tosse per metter fine al troppo caldo autoelogio di Dante e Cacciaguida, e della lor famiglia: «onde Beatrice, ch'era un poco scevra, / ridendo parve quella che tossio / al primo fallo scritto di Ginevra» (Paradiso, XVI, 13-15); e pensare che la fonte è niente meno che il Lancelot, ma Dante tutto curva e fa convergere al proprio spazio! Giustamente Sanguineti, Luzi, Giudici, fecero della Commedia un'azione scenica, e Benigni ora la prosegue.

Dante è teatro, e anche danza, che salta i versi e divide le parole: «Così quelle carole, differente-/ mente danzando, de la sua ricchezza / mi facieno stimar, veloci e lente» (Paradiso, XXIV, 16-18). E la «teodia» del Paradiso, lungi dall'essere squadrato sillogismo, è luce, lume e folgore, abbacinante incendio e cristallo; vorrebbe coreografi-teologi, capaci di star dietro a quelle terzine. 

E invece Dante non è qui. Mentre nel mondo anglosassone più che il Rinascimento, è proprio l'autore della Commedia il focus degli studi universitari di italianistica e crescono dipartimenti e riviste, scemano, invece, nelle università italiane le cattedre dedicate a Dante: non solo esse rimangono sparute eccezioni, ma mancano addirittura in sedi che sono state culla degli studi danteschi. Sebbene non sia agevole sapere esattamente quante siano oggi le cattedre di Filologia dantesca, poiché con Dm 4/10/2000, tutto il settore è stato "accorpato" nella categoria Filologia della letteratura italiana che comprende Letteratura medievale, umanistica, rinascimentale e altre discipline filologiche; non è tuttavia difficile constatare che con la scomparsa di studiosi come Francesco Mazzoni, di Guglielmo Gorni e il collocamento a riposo di Anna Maria Chiavacci Leonardi, gli insegnamenti specifici dedicati a Dante si sono contratti. A fronte di questo impoverimento, trovano vivo successo iniziative che partono da benemeriti docenti liceali come le «Settimane di studi danteschi» di Palermo, animate da un decennio da Giuseppe Lo Manto, che hanno riunito negli anni studiosi indimenticati quali Edoardo Sanguineti, e gli «Esperimenti danteschi», una fervida lectura Dantis proposta dai giovani dell'Università statale di Milano. Dante dunque vive – più che nelle aule accademiche – nella diaspora e nel partage delle vie della speranza. È anche questo il suo inesauribile fascino.

Certo va letta come incoraggiante la serie di edizioni e commenti che in Italia (si vedano in questa pagina alcuni dei più significativi apporti recenti) e in Francia sono dedicati al De vulgari eloquentia e alla Vita nova, che completano nei Meridiani il benemerito commento alla Commedia di Anna Maria Chiavacci Leonardi, e in Francia la bella traduzione di Jacqueline Risset (ora riedita con nuova ispirata introduzione). E quando si aggiunga il prezioso repertorio dei commenti on line del Dartmouth Dante Project (Ddp) e delle edizioni Salerno, non si può dire che manchino gli strumenti.

Ma ciò che manca è il professare Dante, nel senso forte del termine, quell'aderire alla sua parola che fa – e questo solo ci fa – professori. Quella sera di aprile, quando Benigni – con una parola che veniva dall'interno e dal sempre – esordì dicendo: «Stasera, per comprendere Dante, dobbiamo credere ciò ch'egli ha creduto» mi sono detto, questo è insegnare, tale è la poesia. In quell'«esser testimone contro il tempo» Dante, nel Novecento, è stato meglio interpretato e compreso dai poeti: Pound e Eliot, e Mandel'štam, poeta di esilio e di riscatto, di dignità e povertà, senz'altra patria che il cielo, in sé chiudendo e pregando «Il mio bel san Giovanni», come lo riscrive Anna Achmatova (1889- 1966): «Neanche dopo morto è tornato / Nella sua Firenze d'un tempo. / Era partito, lui, senza volgersi indietro, / Per lui canto questo poema. / Fiaccola, notte, ultimo abbraccio, / Il destino selvaggio urla varcata la soglia. / Dal fondo dell'inferno l'ha maledetta, / E nel paradiso non ha potuto scordarla. / Non lo si è visto, a piedi nudi / In camicia, con un cero acceso, / Traversare la sua Firenze desiderata / Infedele essa, e vile, e così a lungo attesa» (Dante, estate 1936). Ecco, è tornato il tempo di Dante: nella notte che incalza, mentre ciò che abbiamo amato è sfigurato e lacerato, a un tratto torna a mente una terzina (neanche un canto o una cantica), e questo basta, come giaculatoria o talismano, e intercessione: «Così la circulata melodia / si sigillava, e tutti li altri lumi / facean sonare il nome di Maria».
 
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youtube.com29 gen 2011 - 4 min - Caricato da vanyincantevole

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Oggi ho scritto al SINDACO di Firenze sulle PRIMARIE di coalizione.<br /> Caro Matteo Renzi Sindaco di Firenze,<br /> scriveva CARTESIO: “Io, pur non disprezzando la gloria come fanno i Cinici, non tengo però in nessun conto di quella che soltanto con falsi titoli si può acquistare” (CARTESIO, Discorso sul metodo,<br /> Parte seconda – Con Introduzione di Eugenio Garin – Laterza, Bari, 1975, p.8). Se lei la pensasse così e si percepisse che in tale modo la pensa, ebbene per me sarebbe da porsi al vertice del PD,<br /> ed anzi, arriverebbe a porsi in cima a tale piramide, ovviamente nell’interesse degli Italiani. Ma potrà la CULTURA in Italia, ivi compresa quella distribuita dalla nostra Pubblica Amministrazione,<br /> dalle varie Fondazioni, e dalle nostre Università Statali, andar d’accordo con questo epitaffio cartesiano? Io ho i miei dubbi da quando il Professor CESARE VASOLI, dopo aver ripetutamente parlato,<br /> con estrema convinzione, delle mie scoperte dantesche all’Accademia Nazionale dei Lincei, ebbe poi a dirmi: “Ceri, io ne ho parlato all’Accademia ma, così facendo, si è fatto ancor più nemici di<br /> prima!”. Il Vasoli credo sia ancora vivo e lei potrà controllare di persona se quello che lo ho detto è vero.<br /> Caro Renzi,<br /> Lei è sindaco di Firenze e Dante era fiorentino. Si creerà dei nemici ma, politicamente in senso platonico, ed eticamente in senso cartesiano, se vuole avere successo deve mettere nella sua lista<br /> per la spesa anche di spendere qualcosa per le mie scoperte che, fra le altre cose, sono in grado anche di integrare l’idea che noi abbiamo di CALENDARIO STILE FIORENTINO. Ne esistono infatti due,<br /> come lascia chiaramente intendere anche Giovanni Boccaccio. Uno semplicemente “stile fiorentino”, e l’altro “stile antico fiorentino” che viene ignorato (GIOVANNI BOCCACCIO, Esposizioni sopra la<br /> Comedia di Dante, a cura di Giorgio Padoan, Milano, Mondadori, 1965, p. 150 in relazione al c. XXI, vv. 112- 114, dell’Inferno). Benigni è un genio! Ma non affatto un eroe. Vedrà che quando ad<br /> Agosto prossimo venturo, a Firenze, Roberto Benigni esporrà questo canto XXI dell’Inferno, mi auguro che anche lei sia presente!, ignorerà quello che dice il Boccaccio: e penserei al fine di<br /> risparmiarsi dei nemici. La buona politica non funziona però in maniera tale: ha più bisogno di eroi che di geni. Ci vuole coraggio. Sono a Sua disposizione per ogni ulteriore chiarimento. Enumero<br /> adesso le mie scoperte in grado di far tremare tutte le università del mondo. Non sono affatto matto! Ed ho già avuto dalla mia anche il Professor Giorgio Barberi Squarotti di Torino e il Professor<br /> Enzo Esposito de “La Sapienza” di Roma.<br /> SU DANTE e DINTORNI in omaggio a quella CULTURA che vuole essere autentica.<br /> Cfr. DVD TV CANALE 10 Google su YOUTUBE: http://www.youtube.com/watch?v=wV4vEG15yjA.<br /> <br /> DATE DA ME SCOPERTE.<br /> <br /> 1 - sabato 25/03/1301, giorno di inizio a Firenze del XIV secolo e inizio del viaggio della Commedia. Perché a Firenze il 25 marzo 1301 del nostro computo storico si apriva il XIV secolo e non<br /> l’anno prima? Per accertarlo basta prendere per buona l’informazione fornita in chiusura della QUAESTIO DE ACQUA ET DE TERRA secondo la quale Cristo, da un punto di vista culturale e calendariale,<br /> sarebbe nato di domenica come, sempre di domenica, è poi anche risorto. In tal caso il Suo giorno di Nascita simbolico e calendariale corrisponderebbe alla domenica 25 dicembre del 1° anno dopo<br /> Cristo del nostro computo storico; quello della Sua Incarnazione al venerdì 25 marzo del 1° dopo Cristo; il giorno di inizio dell’anno e quello della nostra èra volgare, o cristiana, in base al<br /> Calendario giuliano stile comune, cioè al Calendario giuliano vero e proprio che partiva dall’insediamento dei consoli romani, corrisponderebbe in questo caso al sabato 1° gennaio del 1° anno dopo<br /> Cristo. In questo caso calendariale Cristo, il lunedì 26 dicembre del 1° dopo Cristo, avrebbe avuto solo un giorno di età e non un anno ed un giorno come risulta dal nostro computo storico. Io<br /> credo che sia venuto il momento in cui anche il Manuale di ADRIANO CAPPELLI, “Cronologia, Cronografia e Calendario perpetuo”, arrivi ad indicare questo Calendario stile antico fiorentino adottato<br /> da Dante e di cui riferiscono, sia Giovanni Boccaccio come ho già detto, sia Andrea Lancia (1290 [?] – 1360 [?]), detto l’ OTTIMO, notaio al servizio del Comune di Firenze. La presa d’atto di<br /> questa verità calendariale, poiché qui non c’è nulla da accertare ma solo da prendere atto, porrebbe fine a tante questioni filologiche e di datazioni storiche di Filologia dantesca in cui esiste<br /> una differenza di un solo intero anno. Anzi bisognerebbe prendere per norma, che nei secoli fino alla metà del XIV secolo, quando i dati non tornano e la differenza è di un solo anno, non si tratta<br /> di un errore, come fino ad oggi si è ingenuamente pensato, poiché siamo di fronte ad un computo calendariale caduto da secoli nell’ombra. Ammessa questa verità si potrà calcolare e capire perché il<br /> XIV secolo a Firenze iniziava nel nostro 1301 e più precisamente il sabato 25 marzo 1301: perché per loro corrispondeva al sabato 25 marzo 1300. Ed è in questo giorno liturgico, dopo calato il Sole<br /> sul venerdì 24 marzo 1301 del nostro computo storico, che può solennemente e liturgicamente iniziare il viaggio della Commedia: primo giorno dell’anno a Firenze ma anche, qui, primo giorno del<br /> nuovo secolo, il XIV.<br /> <br /> 2 - venerdì santo 31/03/1301 fine del viaggio della Commedia;<br /> <br /> 3 - martedì 2/6/1265, giorno di nascita di Dante personaggio (Par., XXII, 110 – 117);<br /> 4 - venerdì 2/10/1265, giorno nascita di Beatrice personaggio (Vita Nuova, II, 1-2);<br /> 5 - venerdì 2/02/1274, Beatrice appare a Dante per la prima (Vita Nuova, II, 1-2);<br /> 6 - venerdì 26/12/1264, giorno di concepimento di Beatrice (Vita Nuova, XXIX, 2);<br /> 7 - venerdì 9/06/1290, giorno liturgico di morte di Beatrice (Vita Nuova, XXIX, 1);<br /> 8 - martedì 2/02/1283, Dante fu salutato per la prima volta da Beatrice (Vita Nuova, III, 1-2);<br /> 9 -martedì 14/09/1322 (1321, e va bene, però stile antico fiorentino!), giorno per me esclusivamente simbolico-liturgico, di morte di Dante personaggio, e quindi non reale (GIOVANNI BOCCACCIO, Vite<br /> di Dante, Prima redazione, 86; oscar Mondadori, Milano, 2002, p. 24 e nota n. 379 a p. 134);<br /> 10 - sabato-domenica 15-16/08/1293, giorno in cui Dante vide, e fu visto, appunto e come ho già riferito, dalla “gentile donna giovane e bella molto” (Vita Nuova, XXXV, 2) corrispondente alla<br /> scienza della “MORALE FILOSOFIA” e anche della “FILOSOFIA DI PITTAGORA” (Convivio, II, XV, 12), la quale è “figlia de lo Imperadore de lo universo”, Gesù Cristo (Convivio, II, XV, 12; II, II,<br /> 1).<br /> <br /> Tutte le feste liturgiche celebrate in questi giorni sono inoltre in relazione, tanto alla Commedia, che alla Vita Nuova, che al Convivio, come, appunto, la data del 15-16 agosto 1293. Da notare<br /> che i giorni che riguardano Beatrice cadono tutti di VENERDÌ e quelli di Dante di MARTEDÌ per l’analogia simbolica fra Venere (Lei- BEATRICE) e Marte (Lui - DANTE): un’analogia che ricorda il<br /> quadro di Sandro Botticelli “Venere e Marte”. Ma ci vogliamo dare una mossa… Intuitivamente, lo capirà anche Lei, la verità è chiarissima. C’è solo da prendere in considerazione come io sono<br /> arrivato scientificamente, oggettivamente, a raggiungerla. E’ scomoda? Ma tutto ciò che riguarda il nostro futuro, con le sue novità, è scomodo, però è quello che noi saremo. Puerile, sciocco<br /> chiudere gli occhi. Meraviglioso aprirli se si ambisce ad un nuovo modo di fare politica, specialmente per Firenze, 14 giugno 2012<br /> Con un saluto.<br /> GIOVANGUALBERTO CERI
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