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Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291

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GIOVANGUALBERTO CERI, DANTE, PADRE GINO BURRESI E LA DIDACHE'

Nell'articolo precedente riporto la lettera,  scritta  questa  mattina  all'alba,  da Giovangualberto  Ceri a  Padre  Gino  Burresi. Vi  prego  di gustarvela, perché  ha  uno  squisito  sapore  fatto  di  genuinità  e  di  richiamo  nostalgico   agli  albori  del  cristianesimo,  da  cui  ci  siamo  tanto  allontanati.
Quando  ho  visto il video dell'intervista,  rilasciata da Giovangualberto Ceri  a Canale 10, non ho avuto dubbi, è stato amore a  prima  vista  per  il  Signor Ceri, che, però,  per  guadagnarsi  la mia più  piena fiducia,  avrebbe  ancora dovuto  rispondere  alle  mie  pressanti istanze  di  chiarimenti  sul  nesso esistente  fra lui, Dante e P. Gino. Lo ha finalmente  fatto e c'è stata la fiammata, che mi ha acceso di entusiasmo e di passione. Ho   però  ancora  una  riserva :  spero  che   il  Signor  Ceri si  dimostri  con  noi  più affidabile  di  quanto non  lo  sia stato  con  Monsignor  Bartoletti, sennò Padre  Gino  Burresi cadrebbe  dalla padella nella  brace.
Riccardo     
Didaché
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

La Didaché o Dottrina dei dodici apostoli è un testo cristiano di autore sconosciuto, rinvenuto nel 1873 in un manoscritto gerosolimitano, il Codex Hierosolymitanus. Probabilmente scritto in Siria nel I secolo, il testo sarebbe contemporaneo ai libri del Nuovo Testamento.

Testo didascalico, la Didaché contiene una catechesi della "via della morte" e della "via della vita", con indicazioni di morale per la comunità, inclusa una lista di vizi e virtù, e testi liturgici sul battesimo e sull'eucaristia.

È divisa in tre sezioni principali: una che riguarda dottrine Cristiane, una riguardante riti come il battesimo e l'eucarestia, e l'organizzazione della Chiesa. Venne persino considerata come parte del Nuovo Testamento da alcuni Padri della Chiesa anche se la maggioranza lo considerò apocrifo; per questo non fu accettato nel canone del Nuovo Testamento eccetto che dalla Chiesa ortodossa etiope. La Chiesa cattolica lo inserisce nella letteratura subapostolica.

Gli studiosi erano a conoscenza della Didaché grazie a riferimenti ad essa di altri scritti, ma il testo si considerava perduto. Venne riscoperto nel 1873.[1]

Indice

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[modifica] Scoperta

Considerata perduta, la Didaché venne riscoperta da Philotheos Bryennios, il vescovo greco-ortodosso di Nicomedia della Chiesa Ortodossa d'Oriente, nel 1873 dal Codice Gerosolimitano greco scritto nel 1053. Bryennios la pubblicò dieci anni dopo. Dallo stesso manoscritto aveva pubblicato nel 1875 le Lettere di Clemente nella loro interezza.

Poco dopo la pubblicazione iniziale di Bryennios, lo studioso Otto von Gebhardt identifico in un manoscritto nella Abbazia di Melk in Austria una traduzione in latino della prima parte della Didaché; Gli studiosi posteriori la considerano una testimonianza indipendente alla tradizione della sezione delle Due Vie (vedi sotto). Il Dr. J. Schlecht ritrovo nel 1900 un'altra traduzione in latino dei primi cinque capitoli con il titolo più lungo, anche se con l'omissione di "dodici", e con l'aggiunta De doctrina Apostolorum. Sono state rinvenute anche traduzioni in copto ed etiope dopo la pubblicazione originale di Bryennios.

[modifica] Data della compilazione

Diversi studiosi datano la Didaché alla prima metà del II secolo. Nel 1886, poco dopo che la Didaché era stata pubblicata, e una sessantina di anni prima della scoperta dei Rotoli del Mar Morto e dei Codici di Nag Hammadi, il professore scozzese M. D. Riddle commentò "Bryennios e Harnack datano la stesura tra il 120 e il 160, Hilgenfeld tra il 160 e il 190, altri studiosi inglesi e americani variano il periodo tra l'80 e il 120.[2] Negli anni '40 e nei '70 diversi critici proposero una data di stesura originale, prima di modifiche successive, verso l'anno 70 o poco dopo,[3] e altri nel tardo II secolo[4] o anche nel III secolo.[5] Non ci sono dubbi che la Didaché fosse già nota nel III secolo.

[modifica] Primi riferimenti

La Didaché è menzionata da Eusebio di Cesarea (324 circa) come Insegnamenti degli apostoli dopo i libri riconosciuti come canonici (Storia ecclesiastica III, 25):

  « Tra gli apocrifi, vengono anche collocati il libro degli Atti di Paolo, l’opera intitolata Il Pastore, l’Apocalisse di Pietro e dopo questi la lettera attribuita a Barnaba, i cosiddetti Insegnamenti degli Apostoli, poi, come s’è già detto, l’Apocalisse di Giovanni, se si vuole. Qualcuno, come ho già detto, la rifiuta, ma altri la uniscono ai libri universalmente accettati. »
   

Atanasio (367) e Tirannio Rufino (380 circa) inseriscono la Didaché tra i libri deuterocanonici. (Rufino gli da un curioso titolo alternativo: Judicium Petri, "Giudizio di Pietro".) Viene rigettata da Niceforo (810 circa), Pseudo-Anastasio, e Pseudo-Atanasio nella Sinossi e nel canone dei 60 Libri. Viene accettata dal Canone delle Costituzioni Apostoliche 85, da Giovanni di Damasco e dalla Chiesa ortodossa etiope. Le Adversus Aleatores scritte da un imitatore di Cipriano, la cita per nome. Le citazioni non riconosciute sono molto comuni, anche se meno sicure. La sezione Due Vie condivide lo stesso linguaggio con la Lettera di Barnaba, capitoli da 18 a 20, a volte parola per parola, a volte con aggiunte, spostamenti e riduzioni, e Barnaba 4, 9 sembra derivare dalla Didaché 16, 2-3 o viceversa. Sembra anche ripercuotersi sul Pastore di Erma, e Ireneo, Clemente di Alessandria,[6] e Origene sembrano anche utilizzare il testo del libro, e cosi faceva a Occidente Optato e il Gesta apud Zenophilum. La Didascalia apostolorum viene costruita sulla Didaché. Le Ordinanze ecclesiastiche apostoliche usano una parte del testo, e le Costituzioni apostoliche hanno accorpato la Didascalia. Sembra inoltre riecheggiare anche nei testi di Giustino di Nablus, Taziano, Teofilo di Antiochia, Cipriano, e Lattanzio.

[modifica] Contenuto

Il testo può essere suddiviso in quattro parti, che molti studiosi convengono essere state unite da fonti separate da un successivo redattore: la prima si può definire le Due Vie, la Via della Vita e la Via della Morte (capitoli 1-6); la seconda parte è una spiegazione del comportamento rituale nel battesimo, nel digiuno e nella Comunione (capitoli 7-10); la terza parla del ministero e di come comportarsi coi profeti viaggianti (capitoli 11-15) e la parte finale (capitolo 16) è una breve rivelazione.

[modifica] Titolo

Mentre ci si riferisce al manoscritto generalmente come la Didaché, generalmente il titolo usato nei documenti e scritti dei Padri della Chiesa era "L'insegnamento dei Dodici Apostoli" (Διδαχὴ τῶν δώδεκα ἀποστόλων, Didachē tōn dōdeka apostolōn). Un titolo ancora più completo, o forse un sottotitolo si può trovare più avanti nello stesso manoscritto "L'Insegnamento del Signore ai Gentili[7] tramite i Dodici Apostoli" (Διδαχὴ κυρίου διὰ τῶν δώδεκα ἀποστόλων τοῖς ἔθνεσιν, Didachē kyriou dia tōn dōdeka apostolōn tois ethnesin).

[modifica] Le Due Vie

La prima sezione (Capitoli 1-6) inizia così: "Ci sono due vie, una della vita e una della morte, è c'è una grande differenza tra queste due vie."[8] Molti studiosi ritengono che l'introduzione sia presa da un trattato ebreo dallo stesso titolo, ma con notevoli alterazioni, come fa notare la Jewish Encyclopedia, 1906:

La teoria più accettabile che molti propongono sull'indole e sulla composizione della Didaché è quella proposta da Charles Taylor nel 1886, e accettata nel 1895 anche da A. Harnack (che nel 1884 aveva dichiarato vigorosamente le proprie origini cristiane) - che la prima parte della Didaché, l'insegnamento riguardante le 'Due Vie era originalmente un manuale di istruzioni usato per l'iniziazione dei proseliti nella Sinagoga, e venne solo più tardi convertito come un manuale cristiano e attribuito a Gesù e agli Apostoli.[9]

La Catholic Encyclopedia, 1913, conferma quest'idea, e presenta la visione di altri studiosi:

È idea di molti critici che la parte delle Due Vie sia più vecchia del resto della Didaché, e sia stata in origine un testo ebraico, usato per l'istruzione dei proseliti. L'uso degli Oracoli sibillini e di altre fonti ebraiche è probabile, e la concordanza del secondo capitolo col Talmud e certificabile; D'altra parte Funk ha mostrato che (a parte le ammesse interpolazioni del primo capitolo, versetti 3-6, e le occasionali citazioni del N.T.) il V.T. generalmente non viene citato direttamente, ma dai cori. Bartlet suggerisce una catechesi ebraica orale alla base. Ma l'uso di simile materiale dovrebbe sorprenderci se fatto da chi considerava ipocriti i giudei, e ancora di più vedendo i testi veementi contro gli ebrei. L'intera base della teoria viene infatti distrutta dal fatto che il resto del libro, completamente Cristiano nel suo soggetto, ha un altrettanto notevole concordanza col Talmud nei capitoli 9 e 10. Inoltre dovremmo ricordade che lo scrittore visse in un periodo iniziale dove l'influenza giudaica era ancora molto sentita nella chiesa. Raccomandava ai Cristiani di non digiunare coi Giudei o pregare con loro, anche se i due digiuni e i tre periodi di preghiera venivano modellati sull'esempio giudaico. Similmente i profeti stavano al posto del Sommo Sacerdote.[10]
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