Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291
Doveva proprio essere così importante il rapporto esistente fra la mente ed il corpo.
Perché, fin da quando Italo fu in grado di percepire questa relazione, ( Italo non ricorda l'età, ma spera di rientrare nella media, perché non si sa mai), deve aver sempre molto invidiato i suoi compagni di scuola, che attribuivano alle facoltà mentali un'importanza maggiore rispetto alla limitatezza del corpo. Il suo corpo ha invece pesato sempre di più della sua mente, l'ha, per così dire, schiacciata, non permettendole di librarsi in aria. Seguendo il suo pensiero, Italo avrebbe potuto eguagliare un suo simile, solo nella misura in cui fosse riuscito a dimostrare a se stesso, che i corpi degli altri avevano le stesse caratteristiche del suo corpo, gli stessi bisogni fisiologici, gli stessi buoni o cattivi odori, in realtà più cattivi che buoni. E averlo dimostrato una volta, non bastava. La prova non era per sempre inconfutabile, doveva essere nuovamente dimostrata, non appena fossero mutati dei parametri, come ad esempio la lingua parlata, il colore dei capelli, quello degli occhi, l'altezza. Probabilmente Italo soffriva di un complesso di inferiorità, più fisico che mentale, quasi il suo corpo e la sua mente fossero distinti l'uno dall'altra, dissociati. Solo attraverso l'esercizio del canto e parlando una lingua diversa dalla sua, nel suo caso la lingua tedesca, si ricomponeva l'unità perduta, come se il suo corpo e la sua mente prendessero dimora in un'altra identità, calandovisi dentro, mettendosi a proprio agio. Italo si meravigliava di non riscontrare negli altri, nel suo prossimo, gli stessi suoi interrogativi, anzi notava che le altre persone cercavano di nascondere i lati poco nobili del proprio corpo, i loro cattivi odori ad esempio ed allora il suo atteggiamento era provocatorio. L'uguaglianza della mente, della materia grigia, doveva per forza passare attraverso l'eguaglianza del corpo. Perché allora questo nascondersi della gente, coprendosi dalla testa ai piedi? Italo doveva esibire il proprio corpo, mostrarlo agli altri, per notare la loro reazione, cioè nessuna, perché il suo era, in fondo, un corpo come quello degli altri, sì certo, con altre caratteristiche, ma sempre identico a quello degli altri. Ma allora la diversità era mentale? Non poteva essere così, perché i suoi pensieri erano atletici, veri campioni di salto in alto, in lungo, onnipotenti in un corpo limitato. Ecco, forse Italo non voleva sentire il proprio corpo finito, avrebbe preferito vederlo fatto di ferro e lo voleva bello, ma a quanto pare di bello aveva solo i capelli e gli occhi, verdi, con meravigliosi riflessi grigi.
Italo doveva recitare, nel teatro della vita, assieme agli altri attori. Avesse almeno potuto fare a meno di quella fastidiosa balbuzie, che gli fermava i pensieri a metà nella mente. La mente di Italo era come un arco, pronto a scoccare la freccia, ma improvvisamente questa s'ingarbugliava e partiva male, tornando indietro come un boomerang.
Italo avrebbe voluto tornare piccino, ma non nel grembo della sua madre biologica, no, per carità, bensì in quella della mamma tedesca di un suo compagno di scuola. Ella gli aveva insegnato la vera lingua madre. Era quella, che doveva parlare. Tutti i suoi guai erano nati dal fatto che egli era nato nel luogo sbagliato e nella famiglia sbagliata.
Italo voleva essere adottato, adattandosi alla nuova situazione, non voleva più essere italiano, per di più l'Italia veniva pure disprezzata dalle persone non italiane, dicevano che era un miracolo che in Italia tutto andasse bene, viste le premesse.
Già allora se ne parlava così male della sua povera Italia, l'avessero vista nello stato in cui versa ora.
Italo ora può confrontare il proprio corpo con quello degli altri, la società è diventata pornografica, mostra il nudo, il suo vero volto, davanti e di dietro, nessuno più si nasconde. Italo si domanda, se l'Italia si sia ridotta così, perché questo Paese sta vivendo una dissociazione fra la mente ed il corpo, la mente ed il corpo del Premier, dei politici, della cultura, dei mass-media, della Chiesa, della società.
Italo nota con ribrezzo, dopo tanti anni dalla sua prima e seconda infanzia, quanto sia così sgraziata la sua Italia e quanto siano dolenti e dolose le note, che ne celebreranno l'Unità.
Italo corre in giro, per le srtade, lo grida sulle piazze, che non c'è unità, c'è dissociazione fra mente e corpo dell'Italia. Rivive l'angoscia della separazione fra il suo corpo e la sua mente, quand'era piccolo.
L'Italia deve ancora crescere, guarire dalla balbuzie, che le ferma a metà i suoi pensieri. Quante frecce velenose si dipartono dagli archi di Roma e colpiscono a casaccio.
Italo ha rivisto nello specchio della sua infanzia i primi passi ancora incerti della sua Italia, che ancora barcolla, brancola nel buio, la vorrebbe aiutare; ma ormai stanno per iniziare i festeggiamenti dei centocinquant'anni. Troppo tardi, verrebbe travolto dalla furia delirante di un nano che si spaccia per gigante.
Aspettiamo l'indomani, quando la festa sarà terminata e si faranno i bilanci. Si sarà forse frantumato lo specchio della mente e del corpo ed Italo non sa se varrà la pena ricomporre lo specchio o se non sia forse meglio procurarsene uno nuovo, magari di ferro.
Riccardo Fontana