Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291
Esce domani «La mia generazione ha perso», primo album dopo 30 anni. All' ombra del teatro-canzone L' amarezza di Gaber anche sulla Chiesa Nel nuovo disco sconfitte e autocritica. Eseguirà il brano più duro da Celentano MILANO - Un mondo dove tutto decade, un Paese allo sfascio in cui l' individuo conta sempre meno, dove il cicaleccio dei media si interseca con quello delle mode, i bisogni hanno sostituito le ideologie e la politica ha fallito restando indifferente di fronte al disastro delle coscienze. Che culmina in versi durissimi perfino verso il Portone di Bronzo: «E vedo anche una Chiesa che incalza più che mai, io vorrei che sprofondasse con tutti i Papi e Giubilei» nella canzone «La razza in estinzione». Giorgio Gaber è deciso a cantarli nella prima puntata dello show di Celentano (26 aprile). Questo e altro racconta Gaber, l' outsider degli artisti italiani, l' iconoclasta ante litteram, in una summa del suo pensiero attuale che arriva con l' album «La mia generazione ha perso» (in vendita da domani), composto di canzoni tratte da spettacoli teatrali (aggiornate nel testo e ripensate sul piano dell' ambito musicale), e da brani inediti. La formula resta quella del «teatro-canzone», ironico-didascalica. La parola fa la parte del leone. Anche nei commenti di personaggi autorevoli alle singole canzoni. Si parte con «Si può», quasi una filastrocca tratta da «Libertà obbligatoria», un menù dei modi di ribadire la propria individualità (che si risolve sempre in una sorta di obbedienza al mercato). Poi una canzone introspettiva, «Verso il terzo millennio», che parte da un apocalittico affresco sul dolore e l' indifferenza per approdare a una sorta di hegeliana rassegnazione («tutto quel che accade fa parte della vita»). Quindi «Il conformista», spietato ritratto dell' apparente alternativo, una sorta di spugna dell' aria che tira, versione attuale del «Borghese piccolo piccolo» di Sordi. «Quando sarò capace di amare», una delle canzoni migliori del cd, cerca di arrivare all' essenza dell' amore attraverso una rifondazione dei rapporti interpersonali, soprattutto in famiglia, senza «alcun appuntamento col dovere, un amore senza sensi di colpa, senza alcun rimorso egoista e naturale come un fiume che fa il suo corso». Concetti che ritroviamo in forma più lirica in «Un uomo e una donna» e «Il desiderio», quello sano che per Gaber non è possedere, ma obbedire all' impulso di capire l' altro. La nuova «L' obeso», ispirata, come ammette Gaber, ai drammatici effetti dell' eccesso di proteine in Paesi ricchi come gli Stati Uniti, descrive un individuo-macchina che fa del consumo, non solo alimentare ma anche di spot, informazioni, cellulari, dibattiti, la ragione della sua vita («pachiderma nauseabondo è il simbolo del mondo»). L' inedita «La razza in estinzione» è la chiave di tutto l' album: è un' invettiva che comprende giornali, tv, cultura di massa, scuola, democrazia, popolo italiano, gay, intellettuali, mercato globale, multinazionali, Papa, chiesa e giubileo, nuovi partiti, Stato. Ma sulla rabbia, dominante nella celebre «Io se fossi Dio», qui prevale l' amarezza concentrata nel verso «la mia generazione ha perso». Segue «Canzone dell' appartenenza», dove si indaga su un sentimento assai complesso, che «si fa più forte alla presenza di un nemico, di un obiettivo o di uno scopo» e che porta magicamente l' individuo a superare il suo particolare e ad «avere gli altri dentro di sé». «Il potere dei più buoni» farà felici gli stessi che hanno applaudito al «Cuoco di Salò» di De Gregori. Si irride all' impegno buonista dilagante e indiscriminato che va dall' accoglienza senza limiti dello straniero agli eccessi di ecologisti, animalisti e professionisti della beneficenza a spese della collettività. E un provocatorio richiamo al buon senso e una ribellione, prima ancora estetica che etica a un carnevale nel quale l' artista individua nuove forme di speculazione e conformismo. Il viaggio si conclude con due canzoni che fotografano alla perfezione il disagio e la confusione dei nostri tempi e il crollo dei grandi progetti e delle ideologie: «Destra-sinistra», ironica ballata sulle sempre più esili differenze estetiche e sostanziali fra i due schieramenti e, dal vivo, «Qualcuno era comunista», costruita con lo schema aperto alla «Quelli che» di Jannacci per uno struggente affresco su coloro che, per le più svariate ragioni, anche non politiche, sognarono un mondo migliore nel segno della falce e martello. Provocatorio e intenso, rigoroso e anarcoide, questo album di Gaber è il punto d' arrivo d' un sognatore lucido che piega la formula canzone alla sua personale inquietudine, che è poi quella di una generazione per la quale è giunto l' amaro tempo dei bilanci. Mario Luzzatto Fegiz Il personaggio Giorgio Gaberscik è nato il 25 gennaio 1939 da padre triestino e mamma veneziana. E' diplomato in ragioneria IL DEBUTTO Nel 1958 inizia ad esibirsi al Santa Tecla di Milano. Compone «Ciao ti dirò». Seguiranno «Non arrossire» (' 60) «La ballata del Cerutti» (' 61), «Porta Romana» (' 63), «Torpedo blu» (' 67), «Barbera e Champagne»(' 69) LA TELEVISIONE Inizia con «Canzoni di mezza sera», nel 1962, l' attività di conduttore televisivo che continuerà con crescente successo fino al 1970. In gara a Sanremo molte volte. IL MATRIMONIO Nel 1965 sposa Ombretta Colli, avranno una figlia, Dalia IL TEATRO Tournée teatrale con Mina e debutto al Piccolo Teatro di Milano con «Il Signor G.». E' il 1970. Abbandona definitivamente la tv e il mercato discografico e imbocca la strada del «teatro-canzone». Nel 1988 va in scena «Il Grigio», il suo primo e unico spettacolo di teatro parlato. GLI OMAGGI Bertinotti: canta il tempo della pena. Ricci: costringe a pensare Mai, nelle note di copertina d' un disco italiano, si era visto più lucente schieramento di firme autorevoli. In calce alle canzoni di Gaber commenti di Fausto Bertinotti, Miriam Mafai, Ferruccio de Bortoli, Curzio Maltese, Gad Lerner, Gabriele Albertini, Mina, Don Luigi Giussani, Sergio Castellitto, Simona e Ricky Tognazzi, Ivano Fossati, Antonio Ricci, Francesco Alberoni. Mina tenta di definire le ragioni che fanno del signor G. un uomo e un artista unico: «La sottile gentilezza d' animo, la voglia di ridere comunque, la consapevolezza di essere un uomo superiore senza mai fartelo pesare». Per Alberoni «Gaber è sempre riuscito a interpretare lo spirito dei tempi», mentre per Ricci «non è politicamente corretto. Ti urta, ti fa arrabbiare, ma ti costringe a pensare. Il politicamente corretto è l' ipocrisia del buonismo conformista. Gaber invece è veramente buono e tollerante». Fossati su «Quando sarò capace d' amare» commenta: «Ritrovo in questa grande canzone alcune delle mie personali incapacità, inadeguatezze e speranze». Don Giussani sulla «Canzone dell' appartenenza», dà una lettura mistica. Al verso «Sarei certo di cambiare la mia vita se potessi cominciare a dire noi» risponde: «E' l' amicizia con Lui a rendere l' uomo capace di realizzarsi nel profondo di una comunione». A de Bortoli il difficile commento della canzone «antibuonista»: «In un salotto, in una villa, su una bella auto, la forza di gravità del sociale è molto, molto più sopportabile». «Grazie Giorgio del tuo saggio vivere appartato» scrive Lerner. L' ultima parola è di Bertinotti che commenta «Qualcuno era comunista»: «(...) tanto grande è il rimpianto(...) E ora? Ora è il tempo della pena. Ma domani...». (m.l.f.)
Luzzatto Fegiz Mario
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(12 aprile 2001) - Corriere della Sera