Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291
TRATTO DA :
" IL MONDO QUASI NUOVO "
DI SIMONE MARIA NAVARRA http://www.simonenavarra.net/
LO STUDIO QUASI NUOVO
I predatori del posto (a sedere) perduto.
La dura lotta per la conquista del posto a sedere all'interno di un'aula universitaria non
appartiene al mio attuale presente di sfigato aspirante futuro medico, ma al mio presente
passato di ancor più sfigato studente d'Ingegneria.
A Medicina, infatti, non c'è bisogno di prendere i posti: grazie al numero chiuso le aule
sono quasi vuote, e se anche arrivi con mezz'ora di ritardo trovi ancora tutte le sedie
libere che ti pare. Ci si potrebbe quasi chiedere perché questo benedetto numero chiuso
non l'allarghino, visto che lo spazio in effetti ci sarebbe... ma per l'appunto ho detto quasi,
per cui lasciamo stare.
A dirla tutta, dal secondo anno in poi anche a Ingegneria potevi sederti dove capitava,
visto che eravamo una frazione del numero iniziale. Ma durante il primo anno no. Al
primo anno d'Ingegneria, se non prendevi i posti dovevi sederti per terra tra lo sporco, la
polvere, i bacarozzi, i topi, i ragni e – cosa più orribile ancora – in mezzo agli altri
studenti che si facevano la doccia una volta a settimana, perché tanto sai chissene fregava
di apparire curati. In fin dei conti, a Ingegneria nemmeno ci sono le donne.
Ed eccovi il breve resonconto di una tipica giornata di quelle in cui prendere i posti
toccava a me:
Tra le quattro e mezza e le 5 suona la sveglia, in tempo in tempo per prendere il
primissimo autobus della mattina (o l'ultimo della notte precedente, visto l'orario). Verso
le 5 e mezza di mattina, di fronte al cancello della facoltà c'è già un bel po' di gente. Alle
6 c'è una folla. Alle 6 e mezza, un tremito attraversa le giovani promesse dell'italico
ingegno (per non ripetere sempre sfigati): la guardia giurata ha lasciato la sua guardiola
all'interno dell'edificio, e viene ad aprire.
Aprire, però, non rende l'idea: immaginatevi questo poveretto, bianco come uno straccio,
che si avvicina al cancello, mentre 100 studenti brutti e sudati iniziano ad avanzare in
massa come in un film con gli zombie. La gente spinge così forte che mi sento sollevare,
i miei piedi non toccano più terra.
La guardia giurata infila la chiave, fa scattare la serratura e poi salta dietro al muretto
della recinzione come un marine in mezzo a una sparatoria, per evitare di essere travolto.
Una volta il cancello ha ceduto un attimo prima che girasse la chiave, e nessuno sa bene
che cosa sia successo. In ogni caso, il giorno dopo c'era una guardia nuova.
A quel punto, si parte: subito dopo il cancello c'è una curva a destra di 90° che porta a
delle scalette in marmo pericolosissime, mentre l'ingresso dell'edificio è una porta a vetri
rinforzata con barre d'acciaio. Una volta uno c'è andato a sbattere contro e c'è passato
attraverso. E adesso credo che ci sia una targa col suo nome.
Un attimo prima di entrare nell'edificio, sento qualcuno che mi pesta il tallone da dietro e
mi aggancia la scarpa, sfilandomela. Ora mi fermo a raccoglierla – mi dico – non posso
mica andarmene in giro scalzo! Ma c'è troppa gente che mi spinge da dietro, e fermarsi è
praticamente un suicidio. Insomma continuo a correre con una scarpa sola, conscio che
tutti quanti mi avrebbero preso per il sedere a vita... ma che almeno un sedere per il quale
farmi prendere mi sarebbe rimasto.
Subito dopo l'ingresso c'è un corridoio bello lungo in cui si prende velocità, poi una curva
a 180° attraverso le porte antincendio. Qualcuno fa scattare l'autochiusura, così chi stava
indietro è fregato. Ci precipitiamo giù per le scale che danno verso le aule con la gente
che si spintona, inciampa e cade di sotto. Per tutto il palazzo si sentono grida, urla, pianti
e invocazioni.
Sono davanti alla porta dell'aula, è l'ultimo sforzo! Salto sulla prima fila libera che trovo,
e mi ci sdraio sopra allungandomi più che posso, così da conquistare fino all'ultimo
centimetro utile di banco. Sono sei posti, proprio quelli che dovevo prendere. Ce l'ho
fatta! Adesso potrò seguire la lezione di Analisi I, e riuscendo a udire la voce del
professore – forse – ci capirò anche qualcosa.
Piano piano arrivano anche gli ultimi. Qualcuno piagnucola, qualcun altro barcolla, e in
mezzo ai banchi rimane qualche inquietante posto vuoto. Ma alla fine l'aula si riempie, e
torna la calma. Lascio quaderni, fogli e oggetti vari a tenere i posti duramente conquistati,
poi torno fuori a cercare la scarpa famosa che m'ero perso correndo.
La trovo ancora lì per terra, giusto un po' acciaccata. Me l'infilo e inizio ad allacciarla,
mentre accanto a me un ragazzo a cui hanno calpestato gli occhiali raccoglie le lenti
ridotte in frantumi. Dal marciapiede, al di là del cancello, una persona che ha assistito a
tutto mi guarda con aria sconvolta.
Ma voi siete matti – commenta, dal suo meraviglioso mondo reale in cui l'Analisi
Matematica non esiste – voi siete completamente matti.
| youtube.com3 apr 2008 - 3 min - Caricato da VulgarHurricane |