Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291
www.liceogalvani.it/lavori-multimediali/.../fuga.htm
IL VIAGGIO COME FUGA DALLA REALTA'
Nella seconda metà dell’800, mentre si afferma l’industrializzazione e molti sono i progressi
tecnici e scientifici, gli intellettuali colgono gli aspetti negativi di una società materialista e
spietata ed esprimono il senso di angosciosa alienazione e di oppressione che provano.
Il tema del viaggio è frequente nelle poesie dei simbolisti e rappresenta il desiderio
della fuga da una realtà ostile e insopportabile per trovare rifugio in un mondo di piena
libertà e autenticità.
Nelle poesie di Charles Baudelaire appare spesso il tema del viaggio verso mari tropicali
e foreste esotiche dove potersi abbandonare al sogno, cosa impossibile nelle fredde e corrotte
città industriali dove domina la noia, lo "spleen" e dove
"il cielo basso e greve pesa come un coperchio
sullo spirito che geme in preda a lunghi affanni"
Il sogno di fuga di Baudelaire è, però un sogno letterario, un mito; il vero viaggio è puro
desiderio di vagare verso mete senza forma e senza nome e alla parola è affidata, ancora una
volta, la funzione di trasporto e di evasione per "viaggiare senza vele e senza vapore".
Baudelaire dedica al tema del viaggio il poemetto "Le voyage", in cui le immagini di astri,
sabbie e onde sono presentate come simboli di sogni, perché, anche andando lontano,
il poeta proverà la stessa noia di sempre.
La famosa lirica "Albatros" è costruita su immagini di viaggio; l’albatros è allegoria del poeta e
della sua diversità, del suo "volare alto", principe delle nubi, che lo rende però esule e impedito
al suolo fra gli uomini. Il viaggio è rappresentato da questo "volare alto", dal desiderio del poeta di
spingersi lontano da una realtà da cui si sente rifiutato, lontano da quegli "amari abissi" su cui scivola
la nave.
Anche Stephane Mallarmé esprime nella sua "Brezza marina" il desiderio di rompere per sempre
con la realtà quotidiana, triste e meschina e di assaporare la libertà.
"La carne è triste, ahimè! E ho letto tutti i libri
Fuggire! Laggiù fuggire! Io sento uccelli ebbri
d’essere tra l’ignota schiuma e i cieli!
Niente, nè antichi giardini riflessi dagli occhi
terrà questo cuore che già si bagna del mare"
Arthur Rimbaud nei versi del "Bateau ivre" (1871) esprime questo puro desiderio di partire
e di vagare senza meta, verso luoghi privi di forma, cangianti, senza nome; la lirica termina
con l’invocazione al naufragio del battello, che rappresenta il poeta, unico esito possibile di
questo errare sfrenato dell’io.
Anche Giovanni Pascoli dà al viaggio un chiaro valore simbolico: non si può raggiungere la felicità
neppure andando lontano e spingendosi sempre oltre.
Nei "Poemi Conviviali", nella lirica "Alexandros", il protagonista, nella sua vittoriosa avventura, è
ormai giunto al limite della terra conosciuta, ed esprime la stanchezza e il senso di limite del destino
dell’uomo, per il quale la felicità non è mai assoluta.
"Oh, più felice quanto più cammino
mi era dinnanzi, quanto più cimenti,
quanto più dubbi, quanto più destino!"
Anche la fuga, l’andar lontano non porta al raggiungimento della felicità e della pace interiore.
Pascoli, diversamente dai simbolisti francesi che cercavano la felicità nella fuga dalla realtà e
nei sogni surreali, pensa che solo negli affetti familiari, nel "nido" l’uomo possa raggiungere
un po’ di serenità.
Nella lirica "Le rane" che fa parte del poemetto "Il ritorno a S. Mauro", Pascoli esprime la tensione
dell’uomo verso la ricerca della felicità, una felicità che è negata nel momento presente e che si
accompagna a un senso di rassegnazione e delusione.
"E sento nel lume sereno
lo strepere nero del treno
che non s’allontanta e che va
cercando, cercando mai sempre
ciò che non è mai, ciò che sempre
sarà……"
Il treno è il simbolo del cammino dell’uomo che insegue vanamente la felicità; la realtà
è espressa dal "treno che non s’allontana", in cui si cerca una felicità che è impossibile.