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Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291

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L' EDEN DI ADRIANA ZARRI

di Franco Marcoaldi, la Repubblica, 12/02/2011
L'eremita non è un misantropo. Parola di Adriana Zarri.
In un libro postumo, la sua personale ricerca del divino.


Nel novembre scorso, in ricordo della teologa e scrittrice Adriana Zarri, appena scomparsa, la trasmissione di RadioTre Uomini e profeti ha mandato nuovamente in onda un'intervista che Gabriella Caramore le aveva fatto tempo addietro. Ascoltandola, mi sono tornati alla mente alcuni interventi televisivi (a Samarcanda) o sui giornali (il manifesto) di questa donna esile e ferrigna, che prendeva posizioni spigolose e sovente impopolari su questioni religiose (e non solo) di forte rilevanza pubblica. Ma di quella conversazione radiofonica ricordo soprattutto la lieta fermezza con cui rivendicava una scelta eremitica che nulla aveva da spartire con un ritiro solipsistico dal mondo. E ancora, un amore tanto esplicito quanto ragionato verso animali e piante, oltre alla grana cristallina di una voce che intonava antichi inni sacri.

Per tutte queste ragioni mi sono tuffato con passione nella lettura della sua particolare autobiografia in tre tempi - anticipata da una lucida e toccante prefazione di Rossana Rossanda - che vede la riproposizione del suo Erba della mia erba (del 1981), a cui si aggiungono Altri resoconti di vita e infine Il marzo delle primule, pagine scritte nella nuova abitazione di Cà Sàssino nell'anno della morte.

La cosa che più mi ha colpito, leggendo il libro, è un'introiezione talmente salda e radicata della fede, da lasciare Dio, di fatto, in sottofondo. Come se si trattasse di un incontro amoroso talmente intimo e profondo, che le parole potrebbero "sciupare". Certo, la scelta di vita della Zarri è tutta religiosa. Ogni suo gesto quotidiano parte da lì: i suoi giorni e le sue notti sono scanditi dalla preghiera e dalla comunione con il Signore. Ma, ripeto, la discrezione ha il sopravvento. E questo crea immediatamente un ponte con il lettore agnostico, interessato quanto lei a interrogarsi sul destino di ciascuno. Perché la vera questione messa a tema è proprio questa: non sarà che trascinati dal rotolare insensato dei nostri giorni, ci dimentichiamo che il compito principale è "vivere" e non "fare"? Non sarà che tutti presi dai valori dell'efficienza, del successo, dell'arricchimento, ci scordiamo l'assoluta gratuità di ciò che è bello e in quanto bello, vero? Infine, dove sta scritto che la solitudine produce isolamento? E se fosse, esattamente al contrario, che chi è incapace di stare solo difficilmente potrà avere un rapporto fecondo con il prossimo?

Questo ci rammenta la Zarri in pagine animate da una scrittura assieme aspra e carezzevole, che prende avvio dalla descrizione della sua prima casa solitaria, a Molinasso, sulle colline sopra Ivrea, casa che cresce anno dopo anno grazie alle sue attivissime mani. Il giardino si fa sempre più bello e rigoglioso, le tante bestie (gatto, cane, conigli, polli, uccelli) compongono un coro animato e festoso della quotidianità, l'interno della vecchia cascina si popola di oggetti semplici e eleganti. Sì, perché la Zarri non rifugge affatto dalla bellezza. Anzi, le va incontro ardente, come se fosse un regalo del Signore. Per lei è importante preparare con cura la tavola o addobbare le stanze con mazzi di rose antiche, scelte con la competenza di un botanico provetto.

Vivere in povertà non vuol dire essere sciatti, indifferenti al gusto e all'armonia. E la povertà per lei è una scelta. A lungo le mancheranno luce elettrica e riscaldamento, ma affronta il buio e il gelo con tenacia, ripagata da un contatto costante e totale con gli umori della terra, con il succedersi delle stagioni.

Perché la sua fede ha un bisogno spasmodico di impastarsi con quella realtà porosa e scabra capace di rovesciarsi in magnificenza del creato.

Il Dio della Zarri non è un Dio punitivo, ma luminoso, lieto. Che invita a scoprire lo straordinario nell'ordinario, il miracolo nella ferialità dell'esistenza.

L'eremita, ci rammenta chi, da laica, ha fatto professione monastica, non è un misantropo. E neppure una creatura eccezionale. Semmai è un individuo che ha riscoperto quella piena "normalità" di cui la maggior parte di noi sembra invece essersi scordata.

«Casalinga, scrittrice, contadina », così la Zarri si autodefinisce. E intanto prega: a modo suo, naturalmente. Perché se con regolarità trascorre alcune ore in orazione in un umidissimo spazio riattato a cappella, nondimeno si accorge che a volte avverte più profondamente "il senso del divino" sgranando fagioli o sarchiando l'orto. Ed è qui, di nuovo, che l'agnostico se la sente prossima, vicina; quasi avvertendo echi del "Deus sive natura" spinoziano.

In fondo, questa teologa eremita parla a tutti noi: cittatradini e campagnoli, credenti e non credenti. Ci invita a riaprire gli occhi su una realtà vibrante, troppo spesso seppellita sotto il velo dell'abitudine, dell'estraneità, della noia. Su una libertà interiore che va salvaguardata ad ogni costo. Sulla semplicità come meta finale dell'esistenza: superamento di una complessità che va sì attraversata, conosciuta e patita, ma da ultimo, per l'appunto, lasciata alle spalle.

Leggendo le sue pagine mi è tornato alla mente uno degli Shorts di W. H. Auden: «Bisognosi anzitutto/ di silenzio e calore, produciamo/ freddo e chiasso brutali». Adriana Zarri ben lo sapeva: per questo ha scelta un'altra strada.
Adriana Zarri decise nel 1975 di imprimere una svolta «radicale» alla sua vita monastica e di abbracciare l’eremitaggio. Intraprendendo una scelta di vita che privilegia la solitudine e il silenzio. Quello che con questo racconto di esperienze, ricordi e riflessioni di vita contemplativa, vuole offrirci è una particolare, concreta e umana idea di monachesimo. Una scelta di solitudine può essere infatti un luogo fecondo di incontro, il silenzio contemplativo può essere un modo di parlare più forte e meglio a tutti ed essere un luogo dove racconto e realtà convivono e si contaminano, dove «lo studio e la riflessione sono impastati di vita». Nel libro, Adriana Zarri illustra via via diversi aspetti della sua vita: dalle circostanze che l’hanno spinta verso questa decisione, all’organizzazione pratica della casa e delle sue giornate, al rapporto con la natura e il ritmo delle stagioni, alla relazione con il mondo secolare e i mezzi di comunicazione, alle paure e pericoli che nascono da una vita simile, agli animali che le fanno compagnia. Agli incontri con amici, scrittori e intellettuali, che vengono a trovarla e a discutere con lei. Ma ogni argomento, anche il più umile e quotidiano, è trattato con bonaria e umanissima ironia (e autoironia). E soprattutto diventa lo spunto per una riflessione sulla meditazione e sul silenzio necessario affinché ognuno possa trovare la sua voce: perché «occorre avere del silenzio un concetto vitale e non formale. Lo stormire degli alberi, il canto degli uccelli, lo scroscio dell’acqua non lo rompono. Neanche la musica lo rompe: lo rivela; perché il silenzio è come il bianco: non è un’assenza di colore, è la somma di tutti i colori, riassunti e unificati, quasi messi a tacere nella candidezza. Così il silenzio contiene ogni possibile parola». Adriana Zarri ci offre pagine lucide e poetiche che diventano universali, ci offre la storia di una storia che, come nel “Pane di ieri” di Enzo Bianchi, parla, ancora una volta, a tutti.
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