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Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291

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L'ORO DELLA BALBUZIE

L’oro della balbuzie

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".
 

 

La logica insegna che se nella balbuzie permane qualcosa di oscuro e d’incomprensibile, se nessuno può vantare il metodo efficace nella cura della balbuzie e se ogni ex-balbuziente vanta l’efficacia del suo metodo, allora tutti i metodi di cura delle balbuzie sono errati.
 

La balbuzie è una cosa?

L’inciampo è poetico o psicopatologico? La balbuzie è un inciampo della parola? Eppure, s’inciampa con i piedi: allora la balbuzie vale a parlare con i piedi? La balbuzie è un blocco della parola? Ma che cosa si blocca? Una macchina? Un flusso? Quale fisica descrive l’uomo con una meccanica dei fluidi? E si autorizzerebbero su questa metafisica gli idraulici della parola? La balbuzie è un disturbo del linguaggio? E il linguaggio che si lascerebbe disturbare che linguaggio è? È il linguaggio liquido, senza ostacoli, quello di tutti e non solo di Bachelard?

Chiedersi “che cos’è?” la balbuzie porta fuori strada, porta nel discorso della morte, che assunta quotidianamente in particelle, come auspica Hegel, si chiama mortificazione. Ma, non a caso, ogni risposta inesatta alla domanda sulla natura della balbuzie spalanca la via a un business della cura, e le cosiddette terapie risultano mortificanti, offensive e lesive per chi si trova a balbettare.

La gnosi, chiamata oggi teoria della conoscenza, pone l’oggetto dell’indagine come incognita, che in simbolo matematico è “x”. Poi, data l’incognita, non può analizzarla che come funzione di un’altra cosa, variabile, chiamata “y”. E la variabile può formularsi con infinite algebre. L’importante è che valga l’equazione: x = f (y), che implica anche l’uguaglianza a zero nel caso della sottrazione dei due elementi. Se questa ipotesi fosse vera, il mondo sarebbe dominato dalla genealogia, e chi nascerebbe rotondo non potrebbe che morire quadrato. E la balbuzie sarebbe ereditaria, anche nel caso che non lo fosse, ipotizzando un avo balbuziente di cui nessuno saprebbe nulla. Nel caso della balbuzie, la “y” è il marchio, la lettera, il simbolo, la cifra della balbuzie. Ogni cosa che sia trovata apparterrebbe alla balbuzie. E ogni terapeuta potrebbe dire che la sua formula della balbuzie, la sua f (y) ortofonicamente corretta comporta la modificazione di x, tale che anche la x balbuziente può diventare come ogni x correttamente funzione di y.

Peccato che la balbuzie sia la sentinella della questione intellettuale che dissipa la credenza nella gnosi, e implica l’esigenza della vita originaria, dove nessun uomo è una x: dove è impossibile dire la formula mortale “ogni uomo...”. Ovvero: “se x allora x, poiché x = f (y)”. Tale è la funzione di morte enunciata dal balbuziente Aristotele nella formula: tutti gli uomini sono mortali.

Nel caso di successo in cui la x diviene nota è solo perché la funzione di morte è certa. Come scrive ironicamente Kafka: la logica è sì incrollabile, ma... L’incognita è conosciuta come fantasma, ovvero secondo l’etimo: come copia. L’incomprensibilità, l’inconoscibilità, il qualcosa di oscuro che resta è della copia e del suo mondo infinito potenziale. Il mistero e il segreto sono quelli della creazione della copia di vita. La xerovita, piuttosto che vivere. Esattamente una copia della lettera y. Ogni x quando incontra la fine (ma si tratta di una linea retta che all’infinito è un cerchio) trova la morte.

La malattia è mortale. Malattia per la morte. E il rimedio contro la morte è assumerla in vita. Bere la cicuta con la certezza che il tempo del suo effetto è il tempo di vita (sopravvivenza) che resta: e nella sua finitezza è la caricatura del transfinito.

Chiaro? Ogni teoria della conoscenza della balbuzie trova quello che cerca. Ogni ricercatore ha sempre ragione. Ogni ricercatore è titolato, certificato e diplomato dalla sua esperienza. Quindi, non sfociando nella stessa teoria (a meno di sostenere che ci sono tanti tipi di balbuzie quanti sono i metodi di cura proposti, lasciando anche spazio alle miriadi di metodi che verranno): tutti hanno torto. Tutti barano con la vita originaria. Tutti si accontentano di sopravvivere. Ogni terapeuta è Giuda che si sazia con trenta denari. Ogni terapeuta, come Giuda, è un suicida vagante. In ogni istante il terapeuta è un balbuziente che non è mai guarito: ha la punta della questione e dispera di non avere i mezzi intellettuali (di vita) per affrontarla.

La balbuzie è un suicidio linguistico, ovvero mancato. È un atto mancato, sempre sospeso. Infatti, solo quando è dato per risolto, guarito, può intervenire il suicidio come lapsus. In tal senso, la balbuzie è un lapsus linguistico; e come l’anoressia mentale data per guarita comporta il suicidio.

Non a caso c’è chi ha parlato a proposito della balbuzie di anoressia linguistica. Che cosa non appetisce la balbuzie? Che cosa non manda giù la balbuzie? L’acqua. Le resta l’acqua in bocca. Non deglutisce l’acqua di Bachelard, il linguaggio continuo. Rifiuta il rospo di Jacques Lacan, che bisognerebbe ingoiare per introdursi nell’ordine simbolico, ossia nelle genealogie del potere. La balbuzie interrompe la continuità del linguaggio? Toglie la linearità del significato, tanto temuta da Jacques Derrida?

 

L’oscurità appartiene alla gnosi che vuole vederci chiaro

 

La logica insegna che se nella balbuzie permane qualcosa di oscuro e d’incomprensibile, se nessuno può vantare il metodo efficace nella cura della balbuzie e se ogni ex-balbuziente vanta l’efficacia del suo metodo, allora tutti i metodi di cura delle balbuzie sono errati. E quindi la sola validità è quella di racimolare soldi e potere per i promotori dei metodi. Così va il mondo tra mondanità e mondizia, e i loro contrari. Così fanno tutti, o quasi.

Il mio caso di balbuzie è quello dell’esperienza di chi non fa corpo con i “tutti”, in particolare con la nazione che ha creato le corporazioni, che gestiscono le incorporazioni, talora convenzionalmente legali e tra l’altra illegali.

Ogni metodo di cura delle balbuzie non ha niente a che vedere con la balbuzie. La balbuzie non è da curare convenzionalmente né anticonvenzionalmente. La balbuzie va affrontata come questione di vita.

Di balbuzie si soffre. Questo è un luogo comune. Vengono omessi i casi di balbuzie dove manca la sofferenza. Tra l’altro, la sofferenza sorge quando il caso è trattato come umano, oppure quando è semplicemente trattato: ovvero in tutti quei casi in cui è applicato un trattamento. Inoltre l’umanizzazione del caso si ha sempre quando viene affermata l’ex-balbuzie.

Ogni ex-balbuziente è solo il colmo di un caso di balbuzie. La definizione stessa di ex-balbuziente implica la persistenza del soggetto balbuziente. Si ha la balbuzie, come un possesso, come un abito? Tale è anche l’etimo di malattia: cattivo abito. La balbuzie che s’indossa come un male, si può anche dismettere? Tale è la balbuzie senza più soggetto.

Cercare la soluzione alla balbuzie vale a consacrarla come malattia mentale. Tra l’altro la nozione stessa di malattia organica è una variante della malattia mentale, che è una definizione pleonastica, implicita in quella di male habitus, da habere. Il male è mentale, nel senso che appartiene alla mentalizzazione. Per questo c’è chi cerca di debellare la balbuzie, come se si trattasse di liberare dal male. Ma l’albero sostanziale e mentale del bene e del male, mondato dal male, rimane sempre il ricordo di copertura dell’albero della vita. L’albero senza più rappresentazione. Albero inontologico, ingenealogico.

 

Il business del male a fin di bene

 

Ogni definizione della balbuzie vale a creare il business del male per alimentare i suoi funzionari, che si propongono come salvatori. C’è una definizione di balbuzie che non rientri nel discorso della morte e quindi non alimenti il business? Basta, forse, Mosè “incirconciso nelle labbra” per dissipare la cicuta di chi si propone di curarlo? Non esiste una definizione clinica comune e una terapia accettata da tutti gli specialisti del caso? Di fatto, non è richiesta dal filone di sfruttamento dell’oro della balbuzie. L’affermazione stessa che la balbuzie non è una malattia lascia inanalizzata la questione di vita che la balbuzie pone.

Il terapeuta che afferma che nessuno potrà accusarlo di aver presentato a cuor leggero un’ipotesi logoterapeutica senza basi manifesta di non essere mai guarito dalla balbuzie, che rimane consustanziale alla paura di essere accusato: di agire come i tutti che parlano fluentemente la lingua comune.

La rieducazione del linguaggio delle terapie delle balbuzie manca l’analisi del linguaggio, e al seguito di Noam Chomsky postula un naturalissimo parlante natio, aggiungendoci a fianco un barbaro natio. Ovvero postula il soggetto e comincia a vedere doppio.

Quello che si chiama balbuzie è il contrappasso di un controllo della parola: tale controllo è la balbuzie nella sua struttura. E non si può vincere un controllo con un supplemento di controllo: i guariti dalla balbuzie sono ammalati di robotizzazione. Nel loro parlare non c’è la canzone ma la cantilena, come in molti parlanti dati per normali, per non malati di balbuzie.

Quindi per un verso c’è da esplorare la balbuzie come discorso, come il discorso di un contrappasso di un’economia della parola; per l’altro verso, c’è da leggere il discorso sulla balbuzie, la gnosi che ha spiegato e spiega la balbuzie, che resta quindi qualcosa di oscuro e d’incomprensibile, di inanalizzabile per la gnosi, sebbene ogni spiegazione parziale crei business.

La balbuzie costituisce lo scacco della gnosi della balbuzie, dell’episteme e delle discipline che s’interrogano sul suo statuto: un non insolito ex-balbuziente oggi logoterapeuta scrive che nonostante l’abbondante materiale teorico-clinico prodotto dalla medicina, logopedia, foniatria, neurologia, neuropsichiatria, psicologia, psicoanalisi e psicopedagogia, qualcosa di oscuro e di incomprensibile rimane celato nei meandri della patologia. Lo smarrimento è già nel considerare la balbuzie una malattia: l’oscuro e l’incomprensibile appartengono ai maestri ebri, gnostici, pagani.

Occorre elaborare la fantasia di padronanza e l’ideologia per l’azione che costituiscono la balbuzie.

 

Conta la vita e non i suoi impossibili antidoti

 

La medicina scientifica sorge con Leonardo e non con Galeno, non con Ippocrate e si distingue sempre più dal discorso medico vanificando l’applicazione della filosofia greca alla sua ricerca. Il discorso medico rimane pagano, votato alla lotta contro la morte, giusto in tempo per evitare la vita. Ovvero già parlare di diagnosi della balbuzie è renderla ontologicamente una malattia. E la cosa accadrebbe, come è accaduto e accade ancora, parlando per esempio di diagnosi del crimine. La tesi degli uomini nati per uccidere, la tesi dell’uomo delinquente di Cesare Lombroso, appartiene a questa gnosi.

La dia-gnosi della balbuzie comporta d’interrogarsi sulla logica formale della morte data dalla balbuzie. Qual è la malattia di morte che caratterizza il balbuziente? La morte della parola? Si tratterebbe di togliere la parola per mandare giù il rospo che renderebbe il balbuziente uguale agli altri (implicitamente ingoiatori di rospi)? Mentre la questione di vita risiede nella questione che pone la balbuzie rispetto all’itinerario.

Le psicoterapie e le corpoterapie mancano la questione di vita. In altri termini, qualsiasi variante del discorso della morte non riesce a porsi la questione di vita. La terapia degli umani si accontenta di gestire la cicuta in dosi omeopatiche. E ognuno vanta il suo antidoto alla vita. E è proprio quello che non arriva a deglutire la balbuzie.

La balbuzie come un difetto, più o meno grave è postulata dai venditori dell’aggeggio che la renderebbe invisibile, lasciando il soggetto affetto e affezionato alla significazione del fallo, in altri termini: alle genealogie del potere.

La balbuzie cerca l’impossibile declinazione dell’odio come male della catena universale degli umani. Tutti inclusi, meno il presunto soggetto disfluente. L’eloquenza ripartita in normoloquenza e anormoloquenza manifesta il progetto normativo per l’alimentazione dei comitati normativi, per la corretta gestione dell’influenza sociale, per altro smentita da ogni dottrina sociale e praticata dai più.

L’ipotesi consiste nella naturalità del linguaggio, del parlare come il respirare e il nutrirsi. Ma respirare e nutrirsi non sono funzioni umane naturali. La semplice lettura della Bibbia non offre appigli naturalistici alla questione del mangiare.

È forse questione della voce come mezzo, strumento? Ridurre la balbuzie all’aspetto fonico vale solo a instaurare l’ortofonia da conseguire, sempre per il mantenimento dei suoi maestri. Ma non si tratta di usare la bocca come organo, verso l’alto e non verso il basso.

Oltre l’ipotesi della disfonia, la tesi multifattoriale confluisce sempre nella presunta patologia del linguaggio. La voce pone la questione del canto, non della cantilena. Nel canto, l’interlocutore non è più umanizzato. E così nella recitazione.

Ma la vita non è riducibile al canto e alla recitazione a loro volta ridotte a psicotecniche. Non solo non vi sono cure magiche per la balbuzie, che poi autorizzerebbero ogni pseudo cura, proprio per la sua assenza completa di efficacia, ma non vi sono cure. Non c’è cura della balbuzie che non la incrementi, che a breve o a lungo andare non mostri che il rimedio è un veleno. La balbuzie non è una malattia organica e non è una malattia psichica e non è nemmeno una malattia psicosomatica.

Il somatico e lo psichico sono due tentativi di togliere l’intellettualità della vita. La balbuzie non accetta la magia (le cure corporee) e non accetta l’ipnosi (le cure psichiche): più nessuna credenza sostanziale nelle parole “psichico” e “somatico”, che come l’”etere” non sono mai esistiti. Lo schema corporeo, come lo schema psichico, risponde all’idea di soggetto, che nella sua pretesa unicità comincia sempre per scoprirsi doppio.

La nozione di psicosomatica risponde al desiderio di quel giocatore di roulette che vuole vincere contemporaneamente con entrambi i colori, e ritiene la vita un gioco d’azzardo. Certamente la balbuzie è anche tutto ciò che si fa per non balbettare. È il tentativo di controllare la parola e quindi il fallimento stesso della padronanza. La balbuzie è anche una fuga anticipata, proprio per quel sapere che persino la definizione dell’OMS stigmatizza.

 

Disturbo o turbamento?

 

La balbuzie come un disturbo del linguaggio è l’altra faccia dell’ortoturbo linguismo dell’umanissima umanità che si mostra anche in ogni talk show. La balbuzie rovina lo show: lo spettacolo è disarmante, come sa la cosa militare che esclude dalla carriera i balbuzienti.

Per fortuna, la distrazione sospende la balbuzie, ovvero lo specchio risulta inspeculare. Nessuno spettacolo sociale al quale partecipare, se non come il sosia di Dostoevskij, per farsi buttare fuori.

La balbuzie è una fantasia genealogica, una figura retorica della paura, quella di essere uccisi se si dice il sapere che si sa. L’articolazione della paura la svuota di ogni presa su un soggetto che è solo presunto. Inoltre, nella balbuzie non c’è nessun deficit di controllo dell’attività fonetica (della quale il logoterapeuta vanta vergognosamente il controllo come performance), perché il fonema è impadroneggiabile e irraggiungibile persino dalla pulsione. La balbuzie è il fallimento di un controllo, ma nel senso che il controllo messo in atto dalla balbuzie è già il fallimento stesso.

Il controllo non riesce e ogni ulteriore controllo vale a porre l’ideale di guarire la balbuzie realizzando il suo sogno di controllo della parola. Inoltre, quello che i linguisti chiamano fonema, per un aspetto è l’oggetto come voce e per un altro aspetto è il nome. La balbuzie cerca il padroneggiamento dei nomi e dei significanti per erigere un lingua significata dal suo essere contro la lingua di tutti. E la cosa interessante è che non riesce. La balbuzie corrisponde a porre un dubbio su di sé per una certezza di sapere sull’Altro.

La balbuzie tradisce il sapere sull’Altro che presume di avere e ne teme la ritorsione in ogni altro che accetti lo stesso sapere, senza porlo, sintomaticamente, in questione. Il dubbio sull’eloquio, il dubbio sulla fluenza sono aspetti del dubbio ontologico, quello di appartenere a una serie minore. Non a caso, c’è chi ha scritto a proposito dei balbuzienti: figli di un dio minore. E il gigante in catene appartiene a questa serie minore, e la sua altra faccia è quella del nano scatenato. Lasciando intendere che i dotati di fluenza sono figli di un dio maggiore. Mentre risulta incoglibile la questione che entrambi questi dèi, maggiore e minore, sono pagani e implicano la delega a Dio, ovvero l’assenza di fede e la credenza negli alti e bassi della vita, senza il fare. I figli del dio maggiore come i figli del dio minore passano la vita in catene di nobili o vili metalli. Inoltre, l’euforia della logoterapia è l’altra faccia della disforia della balbuzie.

La balbuzie è proprio una logoterapia, e come tale impossibile. E ogni altra logoterapia fallisce per la sua stessa struttura. La balbuzie è un’obiezione al tipo di relazioni che le circostanze impongono. Non cerca la buona genealogia linguistica e invece pone proprio in questione ogni credenza naturalistica del linguaggio come funzione umana.

Peraltro, la presunta eliminazione del difetto istituisce la balbuzie appunto come difetto per non affrontare la questione di vita e spacciare il metodo di cura della bestia trionfante, sino a normalizzarsi nella zoosfera. E nella gabbia, dorata o meno, della normalizzazione ognuno mostra la padronanza del linguaggio e la sicurezza della parola, che sono idealità dello schiavo, così terra a terra che non può più cadere. Ma a nulla vale rendersi schiavo, decadere per evitare il punto di caduta, lasciando ideale la risalita.

La riabilitazione considerando la balbuzie un’inabilità aggira la questione di vita accontentandosi di una vita seconda. Modello di riabilitazione e di questa vita è l’homo metronomicus.

 

Come la balbuzie si strappa le vesti

 

È diventato così un ritornello che la balbuzie non è una malattia, spronato dalla legione di psicosomatoterapeuti, che è il caso di riaffermarla ironicamente: la balbuzie è una malattia singolarissima e specialissima, che illustra la punta della questione che sfiora anche le malattie corporali e spirituali, quelle convenzionalmente curate dalla medicina e dalle sue branche psy. La balbuzie si strappa le vesti, si copre il capo di cenere, si veste di sacco per l’impossibilità di adirarsi con la funzione di nome. È così che introduce lo zero, con l’abito cattivo del buco di linguaggio.

Ovvero la balbuzie come malattia è il modo di porsi una questione di vita e proprio nell’affrontarla vanifica e dissipa la rappresentazione del sintomo chiamata “balbuzie”. Mentre, superare il problema della balbuzie vale a rendere la balbuzie e il problema ontologici, ovvero naturalissimi, senza intellettualità, invisibili. Infatti, prima, il problema può superarsi con il metronomo e poi addirittura senza, ossia incorporandolo e diventando cyborg parlante.

Certamente era la prima lettera del cognome a restare in gola e a non voler uscire, poiché l’obiezione riguarda addirittura il pseudosillogismo (già il sillogismo è la fregatura degli umani): se A allora B. Se sono il figlio della genealogia inferiore (alla quale appartiene l’orfanologia) allora non posso dirlo, perché tradisco la genealogia che mi ha fatto nascere e vado contro la genealogia superiore, che tiene in stato d’inferiorità la mia genealogia, e che quindi mi ucciderebbe per insurrezione, per sovversione, per tumulto, per spasmo, appunto per balbuzie!

Chi è in guerra con la balbuzie l’ha già persa, la guerra intellettuale. La lotta contro la balbuzie? Quasi fosse un crimine... Invece la guerra è intellettuale, senza più discorso della guerra, in direzione della cifra e non della decifrazione della menzogna dell’Altro.

L’istanza della vittoria è tolta quando si tratta di vincere la balbuzie.

Guarire la balbuzie non riesce perché l’aggiramento della questione di vita aggiunge un giro in più, ma non toglie la vita. L’homo metronomicus fa la caricatura della vita, ma potrebbe sempre leggere il copione di vita che applica, trovarlo una chimera e scommettere sulla vita originaria. La lotta contro la balbuzie e la resa alla balbuzie sono aspetti del discorso della guerra che appartiene alla pseudo vita, alla sopravvivenza, alla copia che nemmeno all’infinito raggiunge l’originario.

Nessuna soluzione della balbuzie, ma analisi, ovvero dissoluzione della rappresentazione del sintomo. Mentre il sintomo è metodo: pretesto del testo. La balbuzie come metodo, e non più metodi per guarire dalla balbuzie, che altruisticamente sopprimono il pretesto per un testo invisibile, amministrato da una casta di cervellotici acefali visibili e in lotta per una sempre maggiore visibilità.

Allora, la mia balbuzie? La propria balbuzie? In tal modo la balbuzie è già evitata come questione di vita, poiché definirla come proprietà, come “avere”, elude la rimozione e l’autorità per consegnarsi ai tribunali delle varie fasce sociali.

È molto di più di un dialogo alla pari che richiede la balbuzie. È proprio un’obiezione al dialogo alla pari, poiché s’accorge e per l’appunto s’impappina nel dirlo che alcuni sono più pari di altri! E che la parificazione toglie il parricidio e l’autorità per affidarsi ai pseudo dispositivi dell’autorevolezza.

Questa fantasia è da elaborare, ma non scatena la balbuzie. Fa parte della balbuzie. La balbuzie è una figura retorica inceppata, in un poema non facile a dire, a leggere, a analizzare. Di una tempesta in un bicchier d’acqua, dopo l’analisi, forse non resta che il bicchier d’acqua, e non la tempesta. E poi svanisce anche l’acqua del bicchiere con l’omertà dell’acqua in bocca.

La balbuzie non teme il giudizio dell’Altro, per il proprio poema di vita mancato, perché tale giudizio è già dato come scontato e di condanna. Teme la condanna della menzogna sociale degli altri. La sua esecuzione. La morte. L’evitamento, la fuga, la delega intervengono per eludere il tono della verità. E il sapere della balbuzie è una pseudo verità. Anche nel senso che non c’è il sapere come causa. Solo nella psicotizzazione, che comprende anche la struttura del terrorismo, il sapere è presunto causa. Ovvero la società che è “data” nella balbuzie non lo è. La società è dispositivo, che vanifica la credenza nella realtà come ipostasi. C’è il pragma. E non è il praticonismo dell’antropoiatria.

L’albero della balbuzie

La scienza del discorso, legale e illegale, non conosce la genesi della balbuzie, e legge lo stesso libro della Genesi con la gnosi dell’albero del bene e del male. Cura il male per giungere al bene, mentre si tratta dell’albero della vita, senza più totem né tabù. La balbuzie, biblicamente, come ciascun tratto dell’esperienza è inconoscibile, ininscrivibile in un sistema di bene e di male.

Impossibile soffrire di balbuzie se non come variante dell’assunzione impossibile di un godimento dal volto umano, ovvero che abbia tolto il parricidio e la sessualità per un corretto erotismo genitale procreativo o per uno scorretto erotismo pregenitale ricreativo, quello che parrebbe richiedere il controllo.

Controllare la balbuzie è come risolvere l’alcoolismo bevendoci sopra. L’assurdo non frena il business, come ognuno sa. E quindi eliminare la balbuzie è la forma standard per convivere con il sintomo, secondo l’auspicio dell’orto e dell’etero terapia linguistica degli umani.

La semplice frase che “la balbuzie colpisce un bambino su cento” è già, direbbe il presidente Schreber, un “assassinio dell’anima”: è già ridurre la balbuzie come un carico malefico di un soggetto malato che per tutta la vita sarà un paziente cliente del business impiantato appunto sulla balbuzie.

La balbuzie è una questione di vita e come tale va affrontata. Non c’è metodo di vita da proporre a chi balbetta e nemmeno a chi si propone di curare la balbuzie. Anche i metodi di vita forgiati in millenni di storia, da oriente a occidente, non reggono alla più semplice analisi logica e linguistica, come se n’era accorto Charles Sanders Peirce, e come se ne accorge ognuno che abbia la sensazione del maremoto in terra ferma.

In tal senso, il dispositivo maestro allievo è sempre da inventare, e non è uno statuto genealogico, naturalistico. Non c’è il maestro nato e nemmeno l’allievo nato. La maestria richiede la scienza della parola, non il discorso del controllo e della padronanza del discorso. In tal senso, la balbuzie quale fallimento del controllo sulla parola toglie la terra sotto i piedi e indica come sia impossibile sottrarsi a camminare nel cielo.

La balbuzie più che una risposta errata appresa dall’ambiente è una domanda errata, che dirla appresa o innata resta sempre da leggere e da restituire come questione intellettuale di vita, altroché come nuovo adattamento sociale. Del resto, l’homo metronomicus, riappacificato con la “sua” balbuzie, fa la caricatura dell’adattamento sociale, tale e quale la balbuzie.

Perché leggendo in solitudine la balbuzie non emerge? Sia chiaro: non emerge mantenendo intatta la struttura della balbuzie. Quindi, si tratta di lettura convenzionale e di isolamento come consustanziale alla compagnia. E per questo la balbuzie è un ciclone sociale in un bicchiere d’acqua. Senso di insicurezza, senso d’inferiorità, bassa autostima, scarse relazioni sociali, rendimento scolastico insoddisfacente, carriera professionale compromessa...?

Poiché la balbuzie non ha la risposta alla credenza nel legame sociale e nemmeno nel rapporto sessuale, fa come Jacques Lacan: supplisce alla loro assenza immaginando di slegare il sociale, di decostruirlo, di tagliarlo. Per altro, già Freud aveva affermato l’inesistenza della pulsione gregaria. E non è certo Jung che ci ha capito qualcosa con il suo inconscio collettivo.

La balbuzie è un disturbo della vita, non del linguaggio. Ma la vita è incurabile. Solo i regimi totalitari, che vanno dalla dittatura alla repubblica, pretendono di curare la vita. Ovvero applicano la tangente sulla vita. Mentre la libertà della parola ha un suo indice nella non applicazione della lottizzazione della vita. Ma il successo delle lotterie segnala che per millenni ancora si riderà di chi balbetta.

La balbuzie è una variante del dubbio di sé: teme che parlare bene come l’altro corrisponda all’accettazione dei suoi valori, del suo modo di vita. E allora non parla come l’altro. Non inventa la lingua della sua poesia e taglia il linguaggio presunto comune. La posta in gioco è altissima, la vita autentica, e non interessa ai masticatori e ai rimasticatori della lingua comune. Un caso di guarigione della balbuzie all’altezza della questione? Dante. Non Mosè. Non Demostene.

 

Non c’è più vittima del linguaggio

 

La balbuzie è il tentativo impossibile di porsi come vittima del linguaggio. Da qui la sua sensibilità per gli impossibili padroni della parola. Ma è da intendere che porsi come vittima della parola è per un estremo atto di padronanza. Solo in tal senso fantasmatico, la balbuzie è un disturbo della relazione tra maestri e schiavi della parola, entrambi sempre postulati, postulanti e posticci.

La balbuzie nella sua radicalità è un’obiezione alla credenza nella patologia psichica e somatica del linguaggio, oltre che alla credenza nella predisposizione ereditaria dei logoterapisti a sbarcare il lunario con la tentata vendita di metodi che una volta venivano definiti “da baraccone”. Mentre oggi la baracca è proposta al balbuziente per abitare il linguaggio. Da qui le sue obiezioni, la sua disfonia disfunzionale agli interessi sociali, anche dei logoterapisti.

Balbus ergo sum? Sarebbe ancora una fregatura. Varrebbe a togliere la questione intellettuale per fondarsi come soggetto sull’ontologia. Soggetto del difetto; e questo è un pleonasmo.

La balbuzie non è una scarsa cura di sé. Associata alla barbarie, quale eterofonia, incuria, pone una questione all’omofonia e alla cura di sé. Semmai è la caricatura della cura di sé, che comporta lo spasmo, la contrazione involontaria, il blocco.

Certamente la balbuzie ha una logica e questa è deduttiva. Manca il pragma. La balbuzie è “come” se avesse commesso un crimine e uno stupro. Questa è la deduzione, la prolessi del sapere. E quindi non è il caso che la balbuzie sia associata a sentimenti di superiorità e di autostima. E l’ansia sociale o da prestazione è la sentinella dell’impossibile “come”.

Sicuramente la balbuzie è un’anomalia, un’ipotesi deduttiva che è quasi un’obiezione intellettuale alla parlata fluente di tutti, ma come ciascun sintomo è una risorsa che conserva la traccia della diritta via. Togliere il sintomo vale a smarrirsi, anche nei meandri della patologia: dall’idiozia greca alla post-idiozia psichiatrica.

Nel 1950 c’era chi rubricava circa 8.000 lavori sulla balbuzie, che comportavano e ancora comportano trattamenti differenti della balbuzie. Ora la nozione di trattamento è già da porre in questione, e non solo quella di balbuzie. La balbuzie è intrattabile. La psiche è intrattabile. Ciascun aspetto della psiche non è trattabile. Ma più che di psiche si tratta d’intellettualità. Solo togliendo il tratto (fantasticato come tratto unario dell’identificazione) ci sarebbe la trattabilità delle cose.

E gli effetti secondari degli psicofarmaci sono i loro unici effetti, suicidio compreso. Non c’è iatria della psiche, non c’è psichiatria, malgrado l’accorpamento nelle corporazioni: se esistesse la psichiatria sarebbe la definizione stessa di malattia mentale, proposta come normalità per i portatori di anormalità. Definizioni che sono etichette sociali. E il realismo non garantisce nulla: il rogo non garantiva l’esistenza delle streghe e gli alienisti non garantiscono che l’alienazione sia mentale. Il mentalismo è il tentativo di curare la psiche, la vita.

L’isteria, la nevrosi ossessiva, la paranoia, la schizofrenia sono tentativi di padroneggiare la logica e la struttura della parola. Curare lo scacco del padroneggiamento è il proseguimento stesso del tentativo di controllare la vita. Ma non era per questo che Freud sosteneva di essere riuscito là dove la paranoia fallisce. Tra l’altro, nessun presunto malato mentale guarisce e invece si trasforma in un paziente a vita, a meno di considerare guarigione l’indigestione continua di psicofarmaci robotizzanti.

 

L’impossibile controllo del controllo

 

La balbuzie è caratterizzata da una momentanea incapacità d’iniziare l’eloquio o dall’interruzione della parola, anche nel suo aspetto di canzonetta sociale di tutti? Il momento d’incapacità è la sospensione dell’istante e della sua eternità. Per un “momento” la balbuzie s’installa di colpo: come macchina da guerra contro la rimozione e come macchina da difesa contro la resistenza. E sono entrambe macchine del tempo. L’incapacità presuppone il soggetto capace: in effetti il personaggio balbuziente è molto capace, al punto che la sua incapacità di parlare è il colmo della sua astuzia.

L’incapacità o la capacità d’iniziare sono il ricordo di copertura del cominciamento. Ovvero, è solo togliendo il cominciamento - l’instaurazione dello zero - che si pongono le questioni sostitutive di “come iniziare”, con quali capacità e competenze linguistiche...

La parola non si rompe, non s’interrompe, non si corrompe. L’interruzione delle parole nella balbuzie è il modo in cui la parola conserva, per assurdo, per il sordo (com’è noto il balbuziente non ascolta e non si ascolta), la sua logica e la sua struttura. È il controllo che s’interrompe, non la parola.

La balbuzie interrompe la comunicazione di tutto con tutto, altrimenti si può venire a sapere il segreto di Pulcinella, che tutti gli uomini e tutte le donne... Ovvero, si chiama balbuzie un florilegio di fantasie di controllo della vita e dei loro contraccolpi e contrappassi.

L’ipotesi normativa di un controllo del controllo c’è anche nella definizione di balbuzie dell’OMS: “La balbuzie è un disordine nel ritmo della parola, nel quale il paziente sa con precisione ciò che vorrebbe dire, ma nello stesso tempo non è in grado di dirlo a causa di involontari arresti, ripetizioni o prolungamenti di un suono”.

La prima definizione è normativa: la balbuzie è un disordine, quindi è speculare a un buon ordine, suo malgrado. Ma l’ordine delle serie (dei nomi e dei significanti) procede dal bene-male come ossimoro. Non c’è l’ordinalità fatta di presenza e assenza di ordine e disordine.

La balbuzie è un disordine nel ritmo della parola? È aritmia rispetto all’aritmetica. È algebra del ritmo, prendendolo per naturale o sociale, il che è lo stesso per la balbuzie: la società è presunta naturale. È naturale che i tutori di Demostene gli rubino l’eredità paterna, non sarebbero umani, mortalmente naturali se non lo fregassero. E Demostene è umanissismo nella sua vendetta oratoria, eroico nel fare tutto da solo. La balbuzie pare credere nella metamatematica, nel metalinguaggio e nella metapsicanalisi.

Nella definizione dell’OMS c’è il ritmo della parola e si riferisce a una funzione umana. È un ritmo che non richiede la logica singolare né l’industria poetica delle cose. Sarebbe un ritmo che l’uomo ha come una sua facoltà. In tal senso la balbuzie sarebbe un’anoressia mentale della parola: non appetisce la parola di tutti, il normale fluire del discorso, e finisce paradossalmente per mangiarsi le parole, perché sono parole d’uomo mortale. Parole di morte, sostanziali, che non vuole mandare giù. La parola è sostanza per la balbuzie. Per questo la balbuzie è coatta come una tossicomania, la sua droga è invisibile, e pure il suo vino. Il balbuziente è drogato senza droga, alcolista senza alcool... Il rovescio della medaglia risiede nel fare senza l’essere: scrivere senza essere scrittore, fotografare senza essere fotografo, cucinare senza essere cuoco...

 

La balbuzie che cosa sa?

 

La balbuzie compie il circolo vizioso dell’autore senza opera e delle opere senza autore. Questione di autorità, questione di nome. E anche questione di come il nome e l’operatore appartengono a due logiche differenti: logica funzionale e logica delle operazioni o del fantasma. Il paziente, ossia il personaggio, sa che cosa vorrebbe dire? Nel caso che lo sappia, o nel caso che non lo sappia, interviene la credenza che il dire sia sottomesso alle facoltà umane: potere, volere, dovere. Il volere dire (anche il potere e il dovere dire) è quel detto che lascia inesplorato il dire dietro quello che si dice.

Il balbuziente sa: ha il monopolio del sapere, che nel suo discorso coincide con quello della verità. Che cosa sa? Senza nessun itinerario artistico, culturale e scientifico: sa già tutto. Sa come va il mondo: è venuto alla luce che aveva già risolto l’enigma fatale per Edipo. Sa che dietro la cosmesi sociale, gli uomini (maschi e femmine) sono tutti animali animati senza anima, con il corpo telecomandato dall’assassinio e dallo stupro, sino a credere, come i positivisti, il matrimonio uno stupro legale. Bestiario fantastico che è lungi dall’animale anfibologico.

Ma non può dirlo l’orribile segreto, come l’Enrico IV di Pirandello. Deve tacere l’innominabile. Non può parlare: “nello stesso tempo non è in grado di dirlo”, afferma la definizione data dall’OMS. La parola non risponde ai comandi della balbuzie, l’intenzionalità incontra lo scacco. E se anche la balbuzie scrive quello che non può dire: è nei termini della mezza verità. La parola non risponde a nessun comando, a nessun controllo, a nessuna padronanza. L’assassinio e lo stupro, con o senza pagamento, sono tentativi di padronanza sulla vita, anche l’inclusione e l’esclusione.

Il conflitto e l’aggressività di cui parlano i dottori in balbuzie è da iscrivere nell’elaborazione degli animali razionali, mentre l’erotismo (la sessualizzazione dei processi di pensiero e della parola) è da inscrivere nell’elaborazione degli animali irrazionali. L’esplorazione della balbuzie richiede quella del bestiario fantastico, in particolare quella della società naturale. Squali, lupi, rinoceronti, falchi, porci? Pantere, colombe, aquile, gatte, troie? Quindi nessuna analisi della balbuzie senza analisi della politica, della società artificiale.

Il business della balbuzie può disturbare al massimo i guaritori tra di loro, mentre l’analisi della balbuzie è scomoda, non incrementa il business, non facilita l’apertura di scuole, istituti, centri, ville: luoghi di segregazione linguistica. L’analisi della balbuzie porta un contributo al business della parola, alla sua scrittura intellettuale.

La difficoltà di pronunziare il proprio nome e cognome rileva dell’improprietà del nome. Nome improprio: anonimo e innominabile. Il nome e il cognome non significano nulla, non hanno nessun senso e non implicano nessun sapere. Per la balbuzie, invece, ogni fonema significa. La significazione conduce al postulato familiare, all’equazione di base, al sillogismo fatale e letale: se papa e mamma sono così, allora io...

La balbuzie taglia grosso, corte e veloce. Tartaglia, s’impappina, si blocca, incespica e non fa altro che tradire il sapere che sa. Tradisce la banda dei fratelli, quelli che fanno la festa al padre, alla madre e ai loro epigoni. Rispetto ai fratelli, la balbuzie teme la morte per uccisione: tutti gli uomini sono possibili assassini, talvolta impossibilitati, ma sempre tali. Rispetto alle donne, la balbuzie teme la morte per incesto: tutte le donne sono possibili prostitute, talvolta impossibilitate, ma sempre tali. Sullo sfondo, il pasto d’amore (il cadavere del padre) e il pasto d’odio (il cadavere della madre).

Per l’ideologia anglo-americana in materia di psiche, nella balbuzie il suono frammentato diventa l’espressione di un io che tenta di riorganizzarsi dinanzi alle continue irruenze dell’emozione violenta. Quindi la voce, che viene d’altrove e che si fa suono, si frammenta come specchio e espressione del personaggio del balbuziente, sfuggente all’organizzazione nella sembianza, alla teoria, e dedito alla riorganizzazione, al punto dal dovere perennemente riorganizzarsi la vita, secondo una morale protestante senza più etica. Ovvero, non si tratta d’una prerogativa della balbuzie, ma di blocchi erratici di dottrine sociali. Guarire dal sapere che si presume di sapere implica l’implosione o l’esplosione nel robot.

Se “la balbuzie è determinata dalla risultanza di tante variabili inconsce, culturali, sociali, foniche, motorie, genetiche, educative, ecc.,” non si tratta altro che della vita. È un modo di sopravvivere, di arrangiarsi, come tanti altri. Ma nella subvita, e rare volte nella survita, la “vita assoluta”, ci sono gli elementi della vita. Non si può curarla, gettarla via, sceglierne un’altra... Nessuna variabile è in causa nella balbuzie, che si mantiene sull’elusione della variante, della terapia e dell’arte.

Occorre precisare il progetto e il programma di vita. Allora può anche articolarsi e dissolversi il sintomo della balbuzie, senza più credere nella guarigione. È sicuro: credere nella guarigione comporta le ripresa della balbuzie. Al cominciamento, non alla conclusione, si smette di balbettare come si smette di bere vino o di fumare. Occorre la decisione assoluta di vivere senza titubanze: condizione della comunicazione efficace.

Allora, la balbuzie sarebbe un disturbo della comunicazione? In effetti, tutto comunica con tutto e complotta contro il balbuziente. Ogni cosa è diretta a lui e contro di lui. Come mettere mano a questa mirabile struttura: in altre parole, come manometterla? Ogni manomissione, ossia ogni missione della mano è un turbamento - masturbazione vuol dire questo. A questo si riduce il miglior trattamento della balbuzie. E quando il sintomo è presunto sottendere nuclei psicotici, è sconsigliabile effettuare un lavoro fonico, dato che l’elemento balbuzie rappresenta un punto centrale che tiene unita la struttura mentale della persona? A parte che la struttura mentale della persona è l’automaticismo ipnotico e magico del personaggio, il modo di sconfessare la vita: la questione è posta. La balbuzie è il punto centrale che tiene. È il nome del nome, il nome del crimine e il nome dell’incesto: è la presunzione di nominare il parricidio e la sessualità, di mangiare il frutto dell’albero della conoscenza.

In tal senso, non c’è balbuzie nevrotica. Ogni balbuzie è psicotica, è un modo d’essere travolti dalla materia e dall’aritmetica della parola. Infatti, come reggere l’urto della rimozione? Come difendersi dalla resistenza? Come svuotare la funzione vuota. Espungendo la parola, il balbuziente diviene il suo schiavo. Non si ammette alla sua ricchezza e non fa altro che la rappresentazione della miseria verbale. Nulla conta, al punto che, come nota un fenomenologo, “quando parla non si ascolta, in quanto è tutto proteso a controllare rigidamente la prestazione verbale richiesta. Il suo linguaggio lo sente degradato, svilito e inutile”, come Hegel avvertiva quello poetico. E anche qualora non balbetti ne risulta l’apoteosi della balbuzie: la realizzazione della prostituzione, dell’incesto. Adempie alle prestazioni, per sentirsi ancora più schiavo, sino alla rivolta, al tradimento, anche di Dio, che non è quello del monoteismo. La prestazione verbale è prostituzione verbale: così sarebbe il parlare come tutti.

La lezione di Sant’Agostino

Le parole, come dice Sant’Agostino, sono vasi scelti e preziosi, non perché ripropongano la dialettica del contenitore e del contenuto, ma perché sono elementi che entrano nell’arca della parola, indistruttibili, incorruttibili - gioielli, perle, pietre preziose. Il capitale dei poeti, e non solo.

Ecco, parrebbe al balbuziente, che le parole siano vasi comunicanti, nient’altro che vasi comuni, dove troverebbe giusta collocazione la sostanza sociale, la materia di tutti: la morte. Parole comuni, parole di morte. Parole morte. Non può dirle e si morde la lingua, vacilla e cade. Non che debba “permettersi” la lingua della poesia. L’esige.

Invece, che cosa non permette la balbuzie? Di parlare nella propria lingua, nella lingua del sapere personale, che non richiede e non ha mai richiesto altra scienza della parola: dalla prolessi della scrittura alla prolessi di vita, alla prolessi dell’esperienza, alla vita dei sopravvissuti. La balbuzie non permette di parlare la lingua perfetta, la lingua prescritta, ossia il codice degli umani. E risulta un antimetacodice di lettura e di scrittura, e di vita. Una patalinguistica che volge l’anonimato del nome in anonimia, in principio dell’anonimato, nel nome di sé. La balbuzie volge l’innominabile del nome in paronimia, in principio dell’innominabile, nel nome dell’Altro, Flechsig. Il nome improprio è presunto proprio dell’uno o dell’altro.

La balbuzie cerca di non parlare come mangia, ossia conferma che gli umani parlano come mangiano, come se parlare fosse naturale come mangiare. Eppure anche mangiare è secondo il dispositivo e non secondo il volere, dovere, sapere, potere. Senza il dispositivo gli umani sono tutti invasati e s’abbeverebbero allo stesso vaso comune e comunicante, dove circoli la stessa sostanza e la stessa mentalità.

Il fantasma di padronanza della parola diviene l’oscura malattia del padrone per la gnosi dei possessori e dei posseduti dell’albero che non è mai esistito, sebbene ognuno paghi a caro prezzo il vaso per coltivarlo nel proprio orticello. La balbuzie è anche la credenza di non sapere o di non potere (per non dovere e per non volere) parlare la lingua dei figli di un dio maggiore. Dio maggiore o minore è sempre vitello, d’oro o d’oro placcato, che implica le parole come patacche. La balbuzie come pretesto per l’itinerario intellettuale e per l’ingegno è quasi rivoluzionaria, si rivolge alla rivoluzione della parola, ai suoi vasi scelti e preziosi.

 

Balbuziente non è un soggetto

 

Dire la “persona balbuziente” può essere interessante se del termine “persona” si tiene conto dell’etimo di “maschera”. Ma solitamente è implicita la nozione di “soggetto”, che risulta la nozione di “schiavo” in filosofia.

Il balbuziente non balbetta quando canta? Ma cantando invece di parlare si rende ridicolo, ossia si conferma soggetto balbuziente, com’è sognato dalla logoterapia. Infatti, quando accetta la cantilena non è lontano dalla posizione di quelli che pagano per avere i numeri vincenti da giocare al lotto.

Il balbuziente non balbetta quando parla da solo, ma la pausa delle prestazioni è l’altra faccia della vita in prestito, sotto cauzione sociale. Si può guarire recitando a teatro o nella vita. E l’automatismo mentale avvicina asintodicamente il pappagallo all’uomo. E nello iato tra i due, talvolta trionfa la balbuzie convenzionale.

Il balbuziente a cui è permesso di acquisire scioltezza e padronanza della parola e del linguaggio lo è in quanto soggetto e per questo rimane schiavo. Avrebbe con l’acquisizione del metodo la libertà dello schiavo. Chi balbetta è quasi sempre un gigante in catene e poche volte un nano scatenato? Nemmeno Jacques Lacan è riuscito a elaborare le credenza nella catena. Ma la partita sarebbe già persa credendo nei giganti e nei nani, come se n’è accorto Swift e Pirandello.

La letteratura sulla balbuzie menziona anche il caso di balbuzienti che non presentano disfluenze. Sono i balbuzienti a riposo, così definiti da Giovanni Albanese, il regista del film A.A.A. Achille, che ha fatto una favola con qualche spunto interessante per la ricerca?

Il balbuziente teme di non essere in sintonia con l’interlocutore? Nessuno è in sintonia con il sembiante, perché il tono è un accento della verità e non moneta circolante tra gli umani, che peraltro hanno orrore dell’oggetto e per questo cercano di farsi soggetti. La balbuzie non teme l’imperfezione rispetto al contenuto comunicato, ma la perfezione che trae con sé la ritorsione dell’altro smascherato dal sapere della balbuzie, se parlasse. Non che ci sia questo sapere, ma è dato come se ci fosse.

Dire “il balbuziente” vale a creare il soggetto di una cura sociale che dalla “carota” al “sassolino” propone la genealogia del fallo come vita di riferimento. Agli irreali balbuzienti viene proposto un piano di realtà a pagamento dai doganieri terapeuti della vita, che sempre possono scivolare nel tritatutto che maneggiano. Addirittura un terapeuta ex balbuziente afferma di essere scampato dallo schiacciaumani e che tutto sommato, anche la somatica, è infine diventato una buona pasta d’uomo. E così la ricetta di macelleria umana si fa sempre più umana, smarrendo il rinoceronte che secondo un ex macellato sta sempre non visto tra il balbuziente e il suo interlocutore.

Il tentativo di uscire dal labirinto della balbuzie procede dalla credenza nella prigione universale. Il prigioniero è solo un altro nome del soggetto. Nel grande caos del business della cura, ognuno si autoproclama terapeuta? La frase è detta dal terapeuta bianco, innocente, quello che non lavora per il business ma per la gloria?

In questo frangente della storia e della geografia della balbuzie sono quel balbuziente che potrebbe dirsi talora guarito e che non propone nessun metodo di terapia della balbuzie, e che quindi non ha fatto della balbuzie nessun business. E la radicalità della mia posizione intellettuale, senza pretese di unicità, non mi ha mai fornito nessun comfort.

Mentre chi denuncia i meschini saccheggi emotivi e economici del qualunquismo terapico creato da ex-balbuzienti lo fa per realizzare titolati saccheggi dell’oro della balbuzie, dopo aver saccheggiato i magazzini del sapere di Freud, per altro edificati senza nemmeno l’ombra del suo testo.

Dico con ironia “balbuziente”, anche nel mio caso. Non c’è nessun soggetto della balbuzie, perché l’albero della vita dalla quale ciascuno procede è senza portatori: l’albero è la porta. E la porta è sempre aperta. È l’apertura stessa. La balbuzie è una paralogica di vita, un sillogismo infantile, una filosofia matura. Una credenza nella chiusa poesia della chiusa porta.

Se il balbuziente riconosce le proprie difficoltà e prende cura di sé stesso, allora soccombe, si fa soggetto. La conoscenza non ha risparmiato dalla balbuzie Aristotele. La gnosi è una forma di balbuzie. La balbuzie è la prolessi della scrittura gnostica. Tale è anche quella della filosofia. E vivere il presente comporta che la balbuzie lanciata nell’avvenire radioso ritorna dal passato con qualche ricordo (il “sapere”) sempre in tempo a balbettare nel presente.

Non solo il balbuziente non è soggetto, non è nemmeno una definizione normativa, come indica l’etimologia. Il barbaro era il non-greco. Barbaros, che parla in maniera incomprensibile: ba-ba-ba. Balbus, balbuziente. Sanscrito: barbarah, balbuziente. Sempre la ripetizione di una sillaba assurta prima a aggettivo e poi a nome.

Credendo nel soggetto, il balbuziente guarito rimane balbuziente, come il grasso che raggiunto il peso forma sa che prima o poi lo perderà e ingrasserà nuovamente. E sa come guarire proprio in quanto balbuziente postumo.

Il balbuziente, preso come soggetto, procede da uno, anche da quell’uno che da solo parla senza balbettare, e si divide in due, si fa in quattro per tacere quello che sa: quello che vorrebbe dire non può dirlo. L’altra faccia di questa presunzione di sapere è la completa presunzione di assenza di sapere dell’Altro. La presunzione di completa stupidità dell’Altro.

Sono questi i termini che approdano anche alla definizione della balbuzie data dall’Organizzazione mondiale della sanità. La controvolontà come effetto del voler dire è già analizzata da Freud. Contraccolpi. Contrappassi e contropiedi. Contro il ritmo delle cose. Aritmia. La balbuzie è aritmica, per sacralizzare la parlata ritmica, quella che sostiene la ballata del cannibalismo bianco. Più bianca del bianco, la balbuzie si presume innocente, su una ancora più antica presunzione di colpevolezza dell’Altro. Tale è anche il caso Demostene.

I normoloquenti sono eloquenti muti? Ciarlieri muti? Vanno blaterando e sono muti? Allora, sarebbe meglio la disfluenza? Il tal senso il balbuziente è un angelo ribelle e teme l’ira di Dio, la sua influenza. Si pone fuori dai suoi raggi, direbbe Schreber. Eppure, l’ira si scarica puntualmente su di lui, poiché sta sotto, sub jectum.

Il balbuziente non solo è in conflitto con la sfera del divino, ma è in conflitto con il papà, con la mamma, con la famiglia, con gli uomini, con le donne, con la società, ma anche con le piante, con i sassi. Dall’orrore che prova per la voce, per la pietra dello scandalo, si accontenta di un sassolino in bocca, altroché sollevare le montagne e gettarle in mare.

Avendo troppi nemici - tutti gli uomini - talvolta il balbuziente si fa soggetto e si nasconde nel sociale, fa il normale in un modo conformissimo. È l’unico agente segreto della repubblica prigioniera di se stessa, che altro non è che l’insieme vuoto. L’agente che ha perso l’agenzia. Il mandato che ha perso il mandatario. L’agito che ha perso l’agitore. Il silenzio di Dio e l’isolamento o la compagnia del figlio. Il soggetto al colmo della soggezione.

Soggetto alla fobia? Fobia verbale? Il balbuziente ha paura della parola? È il soggetto della paura. Diviene paura. Soggetto alla morte: è la morte diventata soggetto. Ma è anche qualcosa di più della credenza nel discorso occidentale, che è il discorso della morte: presume d’essere la coscienza della morte data e da dare. Pura idealità.

Il soggetto, l’uomo genealogico, è ridicolo, a turno, provoca la risata sociale, il miglior modo di eludere il riso per l’impero dei bari. Ridere di se stesso quale via d’uscita proposta da qualche ex-balbuziente promosso logoterapeuta equivale a barare sull’essenziale della questione, non medica, non farmacologica, posta dalla balbuzie. L’ex-balbuziente, ovvero sempre il soggetto che si situa nella posterità della balbuzie, rimane un balbuziente a riposo.

Per riuscire a parlare in pubblico un non balbuziente propone a un balbuziente di considerare tutti degli imbecilli, ossia senza bastone, appartenenti al lato minore della fallonomia. Paradosso per la balbuzie che trova gli uomini imbecilli e le donne fesse. Non pare che Wiston Churchill abbia accolto il suggerimento.

 

Il fiasco delle teorie della balbuzie

 

La psicosomatomacchina e la psicosomatotecnica si declinano con gli inviti alla calma, a controllarsi meglio, a inspirare bene prima di parlare, e perché no? come suggerisce Totò: contare fino a dieci prima di parlare. Ma a parte Totò, gli inviti degli altri sono senza umorismo, dalla benevola comprensione alla malevole presa in giro, dalla pietà alla risatina.

La balbuzie è ereditaria? Nel discorso medico la domanda è legittima e nessuno ride. Ma corrisponde a chiedersi se la corruzione politica sia ereditaria, o se sia ereditario il gusto del gelato al melone candito con la cannella. E perché non proporre un rimedio farmacologico contro la corruzione? Arriverà. Oggi, ai bambini detti iperattivi si dà il ritalin e ai bambini detti ipoattivi si dà il prozac.

La balbuzie è l’interruzione della credenza nell’ereditarietà, nella genealogia, ossia un suo modo di consacrazione, di mantenere la stessa credenza alla quale fa obiezione. Per dir così, la balbuzie è una credenza nell’ereditarietà, nella famiglia di origine; e sa che ogni famiglia si basa sul crimine e sulla prostituzione. Nella migliore delle ipotesi si tratta del minimo assassinio e della minima vendita degli umani. La normalità sarebbe questa. Non ha completamente torto la balbuzie, anzi ha quasi ragione. La normalità è questa messinscena: per un verso messa a morte e per l’altro messa a nudo. Dove ha torto la balbuzie? Credendosi fuori da questa fantasmatica, non cogliendo l’isolamento come l’altra faccia della compagnia.

La posizione normativa del discorso sulla balbuzie: dominare la velocità d’elocuzione e i suoi inceppi, poggiando su un modello linguistico parentale da imitare. La balbuzie è il modo più confuso di tacere sul nome che arriva come nome del nome, nome del padre, nome della famiglia di origine, nome del male, nome del peccato, nome del negativo. Genealogia della miseria. Genealogia della lingua normale e normativa da fare a pezzi.

La disfluenza del figlio dev

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iante dalla confluenza familiare e sociale: questo figlio non può accettare la normale fluenza perché è quella della fila dei soggetti del crimine e della violenza. Sapendo tutto e non capendo nulla del mito della verginità di Maria. E prima di ammettersi all’altra vita deve, vuole e può cancellare dalla faccia della terra l’ultimo uomo e l’ultima donna. Uomini e donne per necessità. L’ultimo Caino e l’ultima Lilith. E intanto Abele, morto vivente, diventa Caino, vivente morto.

Quando la guerra contro tutti (datori di morte & latrici di vita) è data per persa: allora il balbuziente diviene il più conforme dei conformisti. L’estremo conformismo è la guarigione. Il balbuziente guarisce, si divide in due imitando se stesso da guarito. Il pappagallo di quella persona normale che sarebbe stato se non fosse nato balbuziente. E poi si fa in quattro per guarire altri balbuzienti, sino a quando non ci sarà più nessuno da guarire. E l’homo metronomicus governerà sul peso e sulla misura del mondo.

Qual è la famiglia del balbuziente? E l’ipotesi dell’ereditarietà che famiglia implica? Solo quella di un certo conformismo linguistico, quindi sociale.

La balbuzie tende a configurarsi come un codice inconscio e come tale richiede la decodificazione? Solo il sapere come causa toglierebbe la verità come effetto dell’itinerario del fare a vantaggio non della sua cifra ma della decifrazione di un’ipostasi del sapere messo al posto della qualità.

Tra gli psicologi che seguono il canone del freudismo c’è chi ha insistito sulla conversione pregenitale, sulla sessualizzazione, sui desideri genitali primitivi. È sull’erotismo che si appunta l’attenzione. In altri termini: l’erotismo coincide con la detronizzazione del controllo dell’io, essendolo anche del suo contrario, l’intronizzazione. L’erotismo orale, anale, uretrale e l’aggressività sono semplicemente erotismo magico e ipnotico: negazioni dell’oggetto e del tempo della parola, e come tali non riguardano esclusivamente la balbuzie.

Gli studi psicolinguistici sfiorano la questione della nominazione, trovando che la balbuzie è sottesa da determinate leggi psicolinguistiche. È data come ipotesi di lavoro: la balbuzie sarebbe un codice che emerge in determinate situazioni, con determinate persone e in associazione a determinati fonemi e parole. Il codice è il senso del senso che la balbuzie attribuisce a ogni termine. Un elemento arriva e non è ammesso se non con i panni del codice di lettura della famiglia d’origine. Lettura secondo il ricordo. Il codice, se esistesse, sarebbe la semantizzazione dell’incodificabile, del non dell’avere, aspetti della funzione di nome. Il codice sarebbe la sistematica del ricordo del senso, sbalzerebbe il controsenso sessuale per una sensazione d’assassinio e di stupro. Quello che resta del nome non va giù al cannibale bianco. E quello che resta del tempo non si lascia lavare dallo stupratore bianco.

Lo studio psicolinguistico è tuttavia una briciola di fenomenologia. L’analisi delle lettere, consonanti o vocali non permette di proseguire nell’analisi di quale difficoltà si celi nella lettera. La lettera significherebbe la genealogia, il nome del padre, la sua prima lettera. Quindi l’isomorfismo tra suono e significato non è un dato strutturale: viene dall’espunzione della voce con l’emergenza dei vocalismi e dei vo-vo-vocalismi.

La balbuzie si configurerebbe come un codice o meglio una sorta di meta-linguaggio? Lacan ha fornito l’elaborazione della pretesa del metalinguaggio. La teorematica negativa lacaniana è giunta alla constatazione della sua inesistenza strutturale: non c’è metalinguaggio. Come si dissolve la balbuzie? Quando il “non c’è” diviene un “non c’è più”, con l’instaurazione del nome. Cominciando. Facendo. E l’analisi si svolge sulle due facce del transfert, come articolazione della gnosi dell’omicidio e della gnosi del suicidio, ossia dell’incesto. Il balbuziente è un criminologo e un sessuologo senza pari. Infatti è un dispari, simmetrico ai pari. Eccetera.

La fenomenologia, una volta trovato il codice, propone la decodificazione, la decostruzione, l’archeologia del codice per giungere alle fantasie inconsce sottostanti. Ma la balbuzie è già questo sapere sottostante, sostanziale e mentale. Certamente cerca di evitare che si sappia, ma non si tratta di sventolarglielo davanti, il suo presunto sapere, perché non esiste. Si tratta di articolare questa credenza in un sapere sul parricidio e sulla sessualità. Occorre giungere al teorema: non c’è più gnosi dell’inconscio. E non ostante la gnosi ebraica, questa è la lezione di Sigismund Schlomo Freud.

Alcune tecniche psicologiche, prima d’oltreoceano, da traghettatori delle anime dei defunti deambulanti, hanno come obiettivo di rafforzare l’io nel controllo. E l’«io» è scritto con la maiuscola. La balbuzie è proprio lì a fare da sentinella all’incontrollabile, all’impadroneggiabile della parola, al punto che viene somministrato come antidoto alla balbuzie la stessa balbuzie. Il clown continua a credersi padrone del circo?

E la psicoanalisi? A partire da Fenichel, non da Freud, che non se n’è occupato, la psicanalisi analizza i contenuti inconsci repressi che sono alla base del sintomo. Prende il ricordo di copertura della scena della balbuzie come oro colato. Prende la fiaba di Demostene non come pretesto dell’elaborazione ma come fatto. Trauma d’oro zecchino. E l’articolazione? E la nominazione? Effettivamente, la psicanalisi si è ridotta sempre più a psicoterapia, che è una creazione del Terzo Reich.

Ogni tecnica psicoterapeutica produce la sua malattia specifica. Ridurre l’angoscia comporta di vivere angosciati. Ridurre il sovraccarico emotivo spinge a sopravvivere come caricatori delle parole di granito, tragici sembianti di Sisifo. Ridurre il senso di solitudine vale a precipitare in un isolamento senza scampo. Ridurre l’egocentrimo non è altro che il modo di creare il mausoleo di se stesso prendendolo per il proprio castello. Ridurre le idee di persecuzione può anche arrivare alla conversione nella religione ebraica, credendo di sposare la genealogia della persecuzione per antonomasia. Ridurre la logofobia implica di attendere la parola dell’altro come la sentenza di vita e di morte, come nella Condanna di Kafka. E non ho posto la questione con chiarezza e distinzione di “quale psicanalisi”.

La credenza nella genealogia negativa arriva sino al disturbo relazionale. Briciole dell’albero genealogico? Il senso di inferiorità e quello di inadeguatezza. Anche l’idea d’essere figli di un dio minore. O la percezione negativa di sé. L’ansia sociale, la paura degli altri e del loro giudizio è da situare nella fantasmatica di ritorsione dei fratelli per il tradimento del segreto di Pulcinella.

Non è poi che sia una credenza avulsa dall’esperienza quella del balbuziente che sa con precisione ciò che vuole dire, ma si scontra con il tabù della parola. Risulta impossibile dire la verità, fondandola come causa. In ogni caso non pare pacifico quel sapere che la balbuzie non arriva a dire fluentemente.

Non solo la balbuzie divenuta sistema di atti per prevenire o superare un blocco o una specifica parola è un controllo fallito di un controllo fallito, ma anche le psicosomatoterapie della balbuzie sono un controllo fallito. L’ex-balbuziente guarito che parla anche con un’impercettibile cantilena è un fallimento. In questo modo la questione di vita posta dalla balbuzie è aggirata e si ritroverà in un altro giro: per esempio, la persistenza della balbuzie anche parlando fluentemente, come narrano certuni ex-balbuzienti che parlano di “balbuzie a riposo”. Verrebbe mantenuto il timore di balbettare, seppure non balbettando. E come negli ospedali psichiatrici dell’ex-Unione Sovietica la schizofrenia dei dissidenti era patente proprio per la sua latenza: etichettare una forma latente di balbuzie, covert stuttering, spalanca il business dei riparatori della parola. La loro bocca non si sazia mai.

 

Non proprio a caso

 

Andrebbero questionati i casi più noti di balbuzie: Mosè, Demostene, Cicerone, Esopo, Virgilio, Giulio Cesare, Claudio, Isaac Newton, San Carlo Borromeo, Giorgio VI, Winston Churchill, Charles Darwin, W. Domerset Maugham, Lewis Carrol, Marilyn Monroe, Papa Pio XII, Malherbe, Niccolò Cavallaro detto Tartaglia, Alessandro Manzoni, Michele II, imperatore di Costantinopoli, Luigi II, re di Francia, Enrico XI, re di Svezia, Luigi XIII, re di Francia, René Descartes, Gerolamo Cardano, matematico, Woody Allen, Italo Calvino...

Forse Aristotele è il più noto caso d’indagine fuori pista. Al colmo del primato del sapere nella filosofia in ogni settore dell’esperienza, non aveva alcun sapere sulla balbuzie, o meglio la balbuzie era la spia che il sistema che stava edificando faceva acqua da tutte le parti, anche in bocca.

E che cosa avrebbe taciuto Mosè? Qual è l’omissione che interviene nel passaggio da Mosè al fratello Aronne che parla in pubblico al suo posto? Con chi parlava Mosè, allora? Forse con Colui che ora non parla più con nessuno, salvo destinarlo come cavia ai comitati di salute pubblica, mentale e sostanziale? Dio? E se il Dio che parla agli uomini nella loro lingua non fosse Dio, ma ancora un dio pagano? La balbuzie di Mosè è forse il resto non analizzato del paganesimo ebraico? La gnosi ebraica è questo resto? Il Dio di Mosè era forse, ancora, fatto a immagine e somiglianza di Mosè? Era questo quello che non poteva dire se non balbettando? E la fluenza di Salomone è forse l’altra faccia dell’impaccio di Mosè?

Quale parola è quella di Mosè che parla per interposta persona, per bocca del fratello Aronne? Mosè sa dell’idiozia dell’adorazione del vitello d’oro? Qual è la tentazione del vitello d’oro per la stessa vita di Mosè? E qual è l’obiezione che non arriva a porre San Carlo Borromeo, il tagliatore di lingue dei blasfemi?

E Alessandro Manzoni, oscillante tra la lingua francese e la lingua italiana, quale obiezione non ha posto? Su che cosa presumeva di dover tacere? È l’acqua in bocca, che Cesare Lombroso, generatore dell’antropologia criminale, chiama fobia verbale, a permettergli di rubricare Manzoni tra i degenerati, al pari dei delinquenti nati. Certamente, nel fantasma, Cesare Lombroso, non ha torto: il balbuziente ritiene a portata di mano il parricidio e la sessualità, ovvero il crimine universale e l’incesto universale. Solo che il balbuziente è l’unico a saperlo che tutti gli umani sono fatti così e in tal guisa agiscono. Ma gli umani non sanno quello che fanno... La balbuzie, sì. E non ci tiene a dirlo al parlamento di coloro che fanno quello che non sanno, sapendolo benissimo di fare.

Eraclito di Licia balbetta di fronte all’imperatore Settimo Severo? Luigi XIII, re di Francia dal 1610 al 1643, balbettava specialmente davanti al suo ministro Richelieu. E qual è l’obiezione non detta di Luigi XIII a Richelieu? Affrontare la difficoltà è stato il modo di Clara Barton, fondatrice della Croce Rossa Americana, chiamata per il suo impegno civile: “l’angelo dei campi di battaglia”. Non a caso la croce è il modo dell’apertura che sospende la credenza nel discorso della guerra. Questione incomprensibile per chi si attiene alla religiosità, che è la negazione della religione.

Marilyn Monroe evita il nome e si ritrova bambola sociale? Marilyn Monroe, la Norma dai quattro cognomi, utilizza quello della madre nel suo lavoro di attrice. Comincia a balbettare quando la madre si porta in casa la serie degli amici. E superava la balbuzie facendo l’oca. Sopravvivendo come animale fantastico, con alcool e psicofarmaci. Desideratissima come oca automatica, gadget erotico, anche dei presidenti, che si promuovono come standard della normofluenza, e che inciampano solo quando ritengono il loro regno troppo piccolo o di facciata.

 

Paradigma dell’ex-balbuziente

 

Plutarco diffonde la leggenda dei sassolini di Demostene, che dovevano curare la pronuncia della “erre” più che la balbuzie. Demostene fu curato da Satiro, professore di oratoria, con esercizi di respirazione e di dizione. Il fiasco di Demostene accadde la prima volta che si presentò in pubblico. Entrare in guerra contro tutti (che lo subissarono di fischi per la sua ostinazione nel voler parlare) ha come altra faccia il fiasco della balbuzie. Era guarito l’orfano Demostene vincendo la battaglia contro i tutori che avevano sperperato la sua eredità? Demostene s’impappina al cospetto di Filippo. Non arriva a formulare la sua obiezione intellettuale a Filippo.

Il caso Demostene: rimane orfano all’età di sette anni, viene derubato dell’eredità paterna dai suoi stessi tutori. Da giovane, spinto dalla vendetta, studia oratoria presso la scuola di Iseo, e successivamente ha modo di rifarsi contro i suoi stessi truffatori grazie all’uso della parola.

La morte del padre e della madre fondano la famiglia d’origine. E non c’è bisogno che la morte sia reale: basta la fantasia inconscia di morte. Demostene sa. Che cosa sa? Della morte della famiglia e dell’andazzo del mondo, dell’ordine presupposto sociale e linguistico: viene derubato anche di quello che resta. L’eredità paterna. Demostene non lascerà impunito il crimine e nemmeno la truffa. Studia l’oratoria e quindi utilizza la parola come arma e se ne avvale contro i suoi stessi truffatori. Questo uso della parola comporta per Demostene la balbuzie, la posizione di soggetto della parola, di schiavo.

La rivolta dello schiavo, la sua vendetta, è il modo di partecipare alla società del crimine, dal basso verso l’alto (anticonformismo) e non dall’alto verso il basso (conformismo). Per parlare come i titani, come i giganti della montagna, a Demostene basta un sassolino in bocca. Questa psicotecnica giunse come in svariati altri casi sino alla chirurgia: s’idearono mezzi meccanici per mobilitare la lingua e i procuste della lingua consigliarono di reciderla alla base.

Nei primi dell’Ottocento, questa parentesi di mnemotecnica e di mnemomacchina per curare la balbuzie (che è una mnemotecnica, una mnemomacchina e una mnemo-industria della parola) prosegue oggi con altri mezzi. Tali sono le tecniche per ricoordinare le dette funzioni: fonatoria, articolatoria e respiratoria. Funzioni umane, dell’uomo come animale, nemmeno poi tanto razionale.

Il sassolino in bocca di Demostene è già psicofarmaco per parlare bene. E così, un pappapompo propone di rilassare i muscoli dell’apparato pneumofonico e di cadenzare l’eloquio. Un altro traghettatore di galletti che fanno pa-pa-pa intende ristabilire il tempo e come mezzo per facilitare la ricoordinazione ritmica impiega il metronomo. Altri, in pompa più o meno magna, fa pronunciare delle parole cantate e si occupa dell’elaborazione del pensiero del balbuziente, sempre al passo ritmico del metronomo. Il metronomo, prima di diventare lo strumento per marcare il ritmo musicale, era un magistrato controllore di pesi e di misure a Atene. Non avendola ben capita, la questione di vita, nonostante sappia tutto, la balbuzie troverebbe nel metronomo la legge della misura. Infatti, quando guarisce si realizza come homo metronomicus. Uomo di parola di una regolarità assoluta, ovvero caricaturale. Il carico è costituito dal metronomo, il pacemaker della bocca.

Demostene reintroduce la pietra dello scandalo con i sassolini in bocca. Arriva all’oratoria, all’eloquenza, al conformismo sociale in materia di parola. Il superconformismo. Il parlare bene? Il bene/male non sta nell’esperienza. Non c’é più il parlare bene o male, quando l’anomalia è pretesto dell’ingegno, dell’itinerario intellettuale.

La balbuzie ostacola e interrompe il normale fluire del discorso? La balbuzie prende il discorso come causa, lo normalizza per rappresentarsi come anormale. Crea il discorso fluido, nel quale crede Gaston Bachelard, il discorso sociale, la lingua del conformismo, per interromperlo, per ostacolarlo. Quindi il balbuziente si fa anticonformista linguistico, si fa ruttore contro i corruttori linguistici, si fa ostacolo, provocatore, si prende per il sembiante.

Non ha torto il balbuziente nel leggere la normalizzazione, come quella dei tutori di Demostene: si sbaglia nel rendere il caso universale: con il sillogismo “se vale in un caso, vale in ogni caso”. Il suo caso è il caso di tutti, e il caso di ognuno (tra i tutti) è il suo caso. Il pappagallo personale e universale. Senza nessun distacco. E senza questa proprietà dell’oggetto, i bordi e i sentieri delle funzioni linguistiche si sommano in un monofunzionalismo. La funzione di morte. Morte della materia, morte del cervello, morte del padre. Monofunzionalismo all’emblema del teschio.

Il balbuziente ha già mangiato il cervello altrui, impegnato nella via della santificazione del sangue comune, bianchissimo. La bocca solleva dal fiero pasto, con qualche esitazione. E il più grande sapere sul cervello dell’Altro, sulla sua idiozia, frana contro una consonante, una lettera, l’alfiere del nome del nome.

La balbuzie è un modo d’esprimere le fantasie inconsce? Si tratta di un ricordo di copertura. Esprimerle è la rovina stessa che si chiama balbuzie: la vendetta di Demostene appartiene alla balbuzie.

 

Dell’impossibile amore della cantilena e del ritmo

 

La cantilena, sulla quale si basa ogni presunta teoria riabilitativa della balbuzie, toglie il sembiante, l’interlocutore, per apparecchiare la vivenza tra specularità sociale, punto di vista e vox populi. Proporre la cantilena è un omicidio. Accettarla è un suicidio. Il soggetto della guarigione è il morto affaccendato di Piranello. E i maestri di cantilena non esploreranno mai il caso di Giuda, che integra quello di Caino. Sono stati i maestri di cantilena a divorare l’eredità di Demostene. Il suo sassolino è ciò che ne resta.

L’aritmia elude l’aritmetica e non solo. Molto prima elude l’innumerazione: toglie lo zero e ottiene l’inceppo, toglie l’uno e ottiene la cantilena. L’arresto e il prolungamento sono i due aspetti del realismo pragmatico della balbuzie. La sintassi della cantilena è data dall’inciampo. Nessuna genealogia della balbuzie che garantisca il metodo perfetto per la sua cura. Se lo garantisse il fatto d’essere stati balbuzienti, il metodo dovrebbe essere unico. E in effetti lo è quasi. La cantilena andando di lena.

Che il discorso sulla balbuzie sia motivato dal business e che quindi senza quest’ultimo il discorso sulla balbuzie potrebbe essere maggiormente vero non significa nulla. Non garantisce nulla. Perché? Perché la balbuzie richiede un’altra analisi, e solo dopo si potrà valutare l’aspetto di terapia di un nuovo itinerario.

È valido il criterio di affidarsi a un ex-balbuziente per guarire? Non è più semplice che andare da uno psicanalista grasso con la fantasia di dovere dimagrire. Perché il metodo dell’ex-balbuziente sarebbe quello buono? Perché è guarito, quando basta un solo caso di balbuzie intellettuale per affermare che non essendoci nessuna malattia non potrà mai esserci una guarigione. Il criterio è quello di non balbettare più? E perché le aritmie forzate e blindate degli ex-balbuzienti non sarebbero da considerare una questione intellettuale degna d’analisi? La distinzione tra balbuzienti da curare e balbuzienti che curano è convenzionale, gnostica, puramente fantasmatica, circolare.

 

Il ritmo della libertà della parola

 

Le terapie della balbuzie non possono che fornire a pagamento un ritmo di riferimento su cui far collimare il proprio linguaggio parlato, ovvero il linguaggio diverrebbe improprio ma fluente. Questo corrisponde a togliere l’interrogazione intellettuale della balbuzie sul ritmo e sulla credenza in una velocità dell’eloquio. Ritmo di riferimento che risulta poi sempre quello del metronomo, che regola la voce per renderla impropria, ovvero proprietà comune. Un’ipotesi della balbuzie è quella sull’esistenza dei maestri dell’eloquio. Chi avrebbe il ritmo di riferimento da offrire alla balbuzie che l’avrebbe smarrito? In effetti la terapia della balbuzie accentua come irrisolte le questioni intellettuali poste dalla stessa balbuzie. In altri termini, i terapeuti della balbuzie propongono i loro metodi garantiti dal ritmo di riferimento del dio maggiore, che ovviamente reggerebbe le società del pianeta.

La musicalità delle cose, ricercata e promossa dalla logoterapia, esclude la musica della vita. Propone il pappagallo come animale di fantasia quale uomo riuscito, normofluente, eufemico, metronomico. Tutti i metodi musicali di cura della balbuzie propongono di farsi topo per seguire il pifferaio magico e ipnotico. Ogni animale disfluente dovrebbe regolarizzare il proprio linguaggio con un ritmo verbale lento e modulato, improntato alla metrica di riferimento della musicalità del pifferaio, che vanta i pregi del suo fallo, sempre rivaleggiando con gli altri minchioni, che sarebbero meno dotati di attributi per la vita naturale. E quando il topo diventa pifferaio, sente l’influenza della musicalità naturale: le onde del mare, il respiro, il battito cardiaco, i suoni di uccelli...

Insomma, la musicalità fallica indica a ognuno il suo posto naturale nella società, che risulta però così inarmonica da richiedere il metronomo come riferimento. L’oscillazione del fallo o batacchio è la stessa che provoca il successo planetario di uno pseudo autore e la sua successiva istantanea scomparsa. E stupito è sempre e solo il volgo, che dirlo in cerca d’autore vale a fargli un complimento. Può sembrare di avere in mano il metodo per guarire come uno strumento finalmente padroneggiabile e invece si tratta di falloforia, dove il presunto soggetto (uomo o donna) si farebbe portatore dello strumento sociale. C’è qui anche l’idea del linguaggio come strumento sociale. E sarebbe il manganello in luogo dell’analisi.

L’assassinio e l’incesto sono due modi di abbracciare la morte. Allora curare la balbuzie rieducando il ritmo verbale e respiratorio, sollecitando la funzione ideo-motoria con esercizi verbo-grammaticali, non corrisponde altro che a creare il killer perfetto: uccisore d’uomini e tombeur de femmes.

La violenza emozionale è tale da tagliare il suono; così, e non altrimenti, il personaggio tartaglia, corto e grosso, con la sua bocca-ano. Non può che praticare la coprolalia. E tutto ciò che tocca diventa campo della coprofilia. Basta un rovesciamento istantaneo, che si applica d’un colpo, come la genealogia negativa, per trasformare qualsiasi cosa che tocca in oro finissimo, purissimo. Genealogia positiva pronta alla coprofagia.

La violenza è quella del crimine e dell’incesto: il balbuziente cerca di salvarsi come può. Ovvero, non può, e rappresenta questa impossibilità con la sua farsa tragica. Del resto, l’irruenza e la corruenza, anche nel loro diventare irruzione e corruzione, indicano la rottura, l’assenza di tenuta psichica, così temuta negli altri. Non solo il balbuziente è personaggio, una sfaccettatura del soggetto: in quanto portatore del peso del mondo e caricatore. Tutti gli uomini come criminali e tutte le donne come prostitute: il ritornello della balbuzie. Il postulato di base. Caricatore del carico, in altri termini di quello che un corpus non minore della dottrina delle balbuzie chiama il surplus emotivo-affettivo.

Caricatore caricato a salve, ecco il balbuziente, incaricato di una missione negativa. Ucciderà tutti, lui incluso. La genealogia del male si fermerà. Non è inutile aggiungere che si tratta in ciascun caso di balbuzie di fantasie che possono articolarsi e dissiparsi in quanto rappresentazioni impossibili del sintomo.

 

Come l’acefalia è cervellotica

 

Analizzare i discorsi sulla balbuzie richiede anche l’analisi del business della balbuzie. Non grande come quello della droga, delle armi, della prostituzione, degli psicofarmaci, ma si tratta della stessa modalità di affrontare una questione di vita come se fosse un problema sostanziale e mentale, tra prescrittivismo e proibizionismo, e non come una questione intellettuale. Ognuno si consegna a categorie più o meno professionali per sottoporsi a terapie sostanziali assumendo farmaci prescritti o droghe proibite o per sottoporsi a terapie mentali patentate e prescritte o selvagge e proibite. Tra magia bianca e magia nera. Tra ipnosi benefica e ipnosi malefica, ovvero sempre bianca o nera. Senza colore. Senza sembiante. In preda alla somiglianza e alla dissomiglianza, agli apposti e agli opposti. Nell’inferno del cannibalismo nero o bianco, dove il balbuziente è l’ultimo, ma sarebbe un meraviglioso primo se si lanciasse nel massacro.

Gli ex-balbuzienti patentati, spesso laureati, o a maggior ragione patentati in quanto balbuzienti guariti, mettono in guardia contro i non patentati che promettono loro le stesse cose. Ovvero perseguono entrambi quel controllo della parola di cui la balbuzie è il fallimento. Ogni terapia delle balbuzie propugna la guarigione, l’eliminazione più o meno completa del sintomo, la realizzazione del perfetto robot parlante, fluente, socialmente integrato. In realtà viene disintegrata l’esperienza autentica di vita, per una sopravvivenza da pappagallo riuscito degli umani, qui intesi come animali razionali e irrazionali, comunque mortali, che danno la morte per assassinio e per schiavitù.

Qual è lo statuto dello psicosomatopompo? Sempre quello del soggetto, portatore della mortificazione a fin di bene? Negato l’itinerario, ognuno circola, ossia si divide in due e più: padrone e schiavo. E sono fatti della stessa sostanza e mentalità.

Ogni causa della balbuzie è stata smontata e vanificata da coloro che poggiano il loro metodo su un’altra presunta causa, e quindi ogni trattamento è valido, proprio per la sua inefficacia: dopo una breve luna di miele cantilenante, e un po’ di soldi di meno in tasca, tornano, inciampi, blocchi, spasmi... contrappuntati da rapidissime e taglianti fluenze, per esempio contro il business della balbuzie, come nel film A.A.A. Achille.

Già il metodo di Cartesio è ortofonico e prima ancora lo era quello di Aristotele. Curiosamente, entrambi erano balbuzienti. Entrambi erano supercervelli pagani e invece teologicamente acefali. E il Dio di Cartesio è solo una variante del Dio della filosofia, che è “maggiore” e non assoluto, senza trinità: un Dio talora umano e più spesso animale.

La non medicalizzazione della balbuzie la lascia in mano all’oscurantismo illegale, oltre che all’illuminismo legale. La comunità degli ortofonici si fa pagare per distribuire patenti di normofluenza e ogni balbuziente accettando la morte, come Socrate e compagnia, ovvero attenendosi al metronomo, può scimmiottare la guarigione. Affermare che la balbuzie è condizionata da variabili di natura socioculturale, psicologica, fisiologica e genetica, vale a allargare il dominio delle terapie accalappia soldi, poiché come male minore vengono proposti metodi socioculturali, psicologici, fisiologici, genetici, e non solo.

Trincerarsi dietro le cause complesse della balbuzie vale solo a spacciare la propria pseudo mercanzia. E l’estensione delle cause della balbuzie corrisponde sempre a un ampliamento del mercato.

Anche proporsi come terapeuta è un modo di porsi una questione di vita, che affrontata vanifica e dissipa la credenza nella psicosomatoterapia degli umani. Ovvero, il psicosomatopompo si pone come “capetto” (appartenente a una vecchia nomenclatura o fondante una nuova nomenclatura: è la stessa logica) aggirando la funzione di capo, la funzione di cominciamento, la funzione di autorità, la funzione di titolo. Si propone come autorevole e per questo fa incetta di titoli. Se la questione di vita posta dal tentativo di porsi come antropoterapeuta non è affrontata, lo è solo per sopravvivere del soddisfacimento secondario, poiché affrontare la questione di vita comporta d’inventarsi un altro mestiere, e di correre il rischio d’imbattersi nel soddisfacimento originario, che non si misura con macchine, ville e piscine...

Non si tratta nemmeno di occuparsi in modo serio di balbuzie, modalità che sempre sull’assenza di serietà dell’Altro propina appunto il proprio metodo come seriamente (convenzionalmente) certificato, ossia titolato. Il titolo è un aspetto della funzione di rimozione, il certificato è un aspetto della funzione di resistenza e il diploma è un aspetto della funzione temporale. Quindi, i terapeuti della vita fanno incetta di titoli, certificati e diplomi perché evitano la logica della funzioni di vita per realizzare il discorso della morte e la sua umanissima funzione. Gli psicosomatopompi si distinguono in professionisti e in funzionari della morte, tra pratica privata e pratica pubblica.

Quando poi la pseudo-analisi della metateoria standard della balbuzie arriva allo “scompenso emotivo da ansia sociale” quale elemento scatenante la balbuzie, scompenso che potrebbe essere imputato a chiunque gironzoli sulla terra in età compresa tra gli anni zero e i centotrenta, risulta chiaro che il business della malattia dalla nascita alla tomba è l’unico movente dello iatropsicosomatologismo. Inoltre, la paura della balbuzie non è ansia sociale, ma paura della ritorsione collettiva per una verità scomoda a dirsi. Il balbuziente è come se spifferasse tutto sulla mafia alla quale appartiene, fantasmaticamente, non per scelta, ma per nascita.

I logoterapeuti sono rimasticatori di ricerche aperte date come concluse e ridotte a stock di sapere. Non sanno nulla della ricerca, ma del sapere compensato e multistrato che dicono fluentemente. La loro langue de bois è impastata dalla sostantificazione e dalla mentalizzazione delle acquisizioni di alcuni ricercatori. Ovvero, la logoterapia mette il turbo al linguaggio: è un turbo multifattoriale della mascheralità personale e sociale con rilevante componente psicologica e ambientologica, caratterizzato da una turboiterazione del ritmo verbale psico-socio-antropo-bio-condiviso e da un vissuto emotivo condizionato dalla stessa turbo espressione verbale. In altri termini, si può dire che i primi della classe propongono a ciascun elemento della stessa classe di divenire primo, senza umorismo. L’affermazione della diffusione della balbuzie annuncia l’acquolina in bocca dei terapeuti del logobusiness e della comunicazione umana.

L’approccio terapeutico olistico fa d’ogni fascio un’erba medicinale, ora sacra ora profana, con l’etichetta adesiva del codice a barre.

La balbuzie come sintomo nevrotico o psicotico ingrassa lo specialista in nevrosi o psicosi, al riparo sociale di certificati, titoli, diplomi, corporazioni, albi e consorzi. Rispetto alla vita, la nevrosi consiste nello scherzare con l’acqua e la psicosi nello scherzare con il fuoco. E non sfugge all’analisi poetica come, per l’appunto, le discipline “psy”scherzino con il fuoco.

La psiche e il soma, l’anima eil corpo, sorgono procedendo dall’albero genealogico,quello della conoscenza del bene e del male. Scenadelmale e corpo mortale: tale è l’orizzontedeglipsicosomatopompi per il trattamento sostanziale e mentale della balbuzie, ottimo business contro le pastoie di una banale commercializzazione del sintomo.

È rarissimo, per chiunque, e non solo per la balbuzie, incontrare l’interlocutore, che resta ignoto, fuori portata della gnosi. Pertanto, l’aiuto intellettuale e non più altruista non è escluso, nemmeno per i terapeuti della balbuzie.

L’esigenza linguistica e di comunicazione della balbuzie non trova nessuno riscontro nei programmi terapeutici. Mentre si trova spesso il metronomo. Occorre intendere il metronomo come animale fantastico. Il pappagallo è metronomo, e vice versa. Occorre intendere la metronomia come quella pseudo scienza che propone all’algebrista della lingua di diventare geometra della parola. L’ homo metronomicus: se io fossi lei in quanto non balbuziente, non temerei più di balbettare. Infatti, i robot non balbettano, a meno di programmarli all’uopo.

 

Quando non c’è nemmeno la ricerca della guarigione

 

La difficoltà è di parola, non è del soggetto. Certamente, per la gnosi, il balbuziente è un soggetto difficile. In alcuni casi, come il mio, non c’è nemmeno la ricerca della guarigione.

L’affermazione che non ci sono cure magiche per la balbuzie vale a propinare le cure ipnotiche, basate sulla mentalizzazione delle cose e sull’influenza del soggetto, come se l’influenza non fosse del tempo.

Il fattore genetico nel caso della balbuzie dispiega la piena potenzialità dell’ipotesi fallica delle relazioni sociali, così chi nasce rotondo pagherà per diventare quadrato e, nel caso, cambiando le mode, per ridiventare rotondo.

Il medichese, lo psicanalese, lo psicologese, e i vari gerghi specialistici della psicosomatopompologia sono varianti della nobile menzogna del tiranno, che attribuisce a ognuno una casella come destino. Oggi non si fa più la guerra contro l’altro, ma per l’altro, per il suo bene, per liberarlo dal male. Ovvero per mettere il contatore al bene che gli si porta. E così, le cure della balbuzie lottano contro il disturbo, contro l’affezione, contro l’handicap, contro il disordine, contro l’aritmia, contro la disfluenza, contro il sintomo, per fregarsi l’oro della balbuzie e fondare (affondare) il balbuziente come soggetto.

Equipaggiare il balbuziente, che per l’appunto sarebbe nato senza l’equipaggiamento completo, indica la cura fallica, ovvero di adattamento genealogico, che il logopedista considera una sua prerogativa. La cura offrirebbe quel salto di classe che sbalzerebbe la balbuzie dalla classe degli svantaggiati lanciandola nella classe degli avvantaggiati, senza per altro evitare i paradossi della classe e i suoi contraccolpi.

Ogni intervento correttivo evita accuratamente d’affrontare la questione di vita posta dalla balbuzie, proprio perché la vita assoluta mina il sistema correttivo degli umani, che poggia sul principio della menzogna, che all’infinito dovrebbe riuscire a spacciarsi per la verità. Senza disporre di nessuno di questi elementi d’analisi, l’approccio terapeutico delle varie dottrine della balbuzie si risolve in un mantenimento del soggetto del crimine e dell’incesto. È richiesta l’accettazione del mondo tale e quale. La cicuta della morale sociale.

Non c’è da meravigliarsi che i guariti siano così robotizzati. È proposta una calma erotica e una calma assassina. Una tregua nella guerra contro tutti. Magari, quasi non si nota più la struttura della balbuzie diventata invisibile, quando il pappagallo imita perfettamente l’uomo, ma nei sogni si estraggono ricambi in metallo dal suo corpo di cyborg.

Il trattamento della balbuzie coincide con la balbuzie. La pretesa di rieducare il balbuziente a sentirsi padrone del proprio linguaggio appartiene alla stessa balbuzie, quale tentativo di fondare l’impero delle galassie a partire da quello della parola. La balbuzie è una padroneggiamento mancato, come ogni tentativo di controllare la vita. È quindi impossibile guarire padroneggiando la balbuzie, salvo in quella caricatura della guarigione che è il soggetto robot.

Il trattamento della balbuzie, sia esso tecnica foniatrica e logopedica oppure tecnica psicologica, erige il sintomo a sistema. Senza elaborazione e senza dissipazione della sua rappresentazione.

La ballata della fluenza

La parlata che diventa sciolta, fluente, il nodo della lingua che si scioglie corrispondono a una lingua che è già data come una fregatura. La lingua sociale. La lingua del legame comunitario, fondata sulla messa a morte del padre. Non la lingua della comunicazione efficace. Le turbe del flusso (aritmia, tachilalia, farfugliamento...) e le turbe della comunicazione (dislalia, dislessia, disgrafia...) magnificano l’eufluenza e l’eucomunicazione dei guaritori.

Certamente, ognuno può parlare fluentemente e essere un benemerito o malemerito cretino.

Il parlare disfluente è discontinuo rispetto alla continuità del parlato fluente. Conterebbero di più il discreto e la discrezione, che non sono appannaggio della confluenza generale. E non la bottiglia di Bachelard, solo apparentemente più semplice di quella di Klein. Acquisire un linguaggio fluente vale a robotizzarsi. L’invito a sincronizzare la respirazione al discorso è un aspetto di questa robotizzazione. La velocità e la lentezza di parola, al posto della fluenza, viatico del superfluo, appartengono alla zoo-antropo-logia. L’uomo come perfetta scimmia parlante rimane scimmia. La balbuzie è sempre nella necessità ontologica (animale, umana, divina), è quello che non cessa di scriversi ma in quanto già scritto, come teorizza Derrida al seguito di Platone.

La ricerca attorno ai fonemi e ai termini dove la parola s’inceppa appartengono nella migliore delle ipotesi alla fenomenologia, poi alla psicologia. Si tratta sempre del discorso e non della parola. Della fluenza del discorso e non del ritmo della parola. Altra cosa è l’influenza: violenza e rapina del tempo. L’eufluenza dei molti e la disfluenza dei pochi appartengono alla stessa meccanica dei fluidi, all’entropia sociale di cui è piena l’acqua di Bachelard.

Il balbuziente e i fluidi. L’acqua in bocca e l’acquolina in bocca. L’acqua in bocca è il contropiede della messa a morte. È l’omertà rispetto al parricidio, spacciato come uccisione del padre. La balbuzie tace la morte data, la messa a morte del padre. L’acquolina in bocca è il contrappasso della messa a nudo. È l’omertà rispetto alla sessualità, spacciata come erotismo. La balbuzie tace la morte presa, lo stupro, l’incesto.

Quando il balbuziente parla con un uomo sa che uomo è. E così, quando parla con una donna sa che donna è. La balbuzie è espertissima su “chi uccide” e su “chi violenta”, su chi vende gli umani e su chi si svende. Non ha bisogno del tribunale per emettere la sentenza, ma per l’appunto non può dirla.

Il normoloquente e l’anormoloquente. L’ortoloquente e l’eteroloquente. In effetti il trattamento ortofonico è per eterofonici, e si realizza nella tavola anatomica della lingua, che è doppia: tavola dei rimedi e tavola dei veleni. Anticonformista rispetto alla fluenza dei conformisti, la balbuzie è un conformismo estremo per il balbuziente, sebbene in quanto idealità irraggiungibile. Come intendere che il 90% dei balbuzienti incespica maggiormente nelle attività competitive e quando è loro richiesta una prestazione? Nella competizione si tratta dell’assassinio del rivale. Nella prestazione si tratta dell’erotismo del rivale, proprio nel senso di prestazione sessuale. Quando viene richiesta la stessa petizione e la stessa corsa il balbuziente non compete e non concorre. Avverte, senza elaborarla, l’ideologia della concorrenza e della competizione. La lingua a cui aspira la balbuzie è inconcorrenziale e incompetibile.

Se la produzione frastica si riducesse alla produzione di frasi come se si trattasse di una competenza linguistica, allora la velocità o la lentezza di questa fabbrica di parole dipenderebbe dalla genealogia, dalla predestinazione. Ci sarebbe chi nasce fluente, chi iperfluente e chi disfluente. Sarebbero “tutti” blateranti muti, direbbe Sant’Agostino: i morti affaccendati della parola. Non c’è proprio nulla da curare. La parola è incurabile, a costo di rappresentarsi nel contrappasso: nel cancro o nell’aids o nella balbuzie, senza cercare impossibili paragoni tra questi.

L’ostacolo e la facilitazione alla fluenza sottendono la parola naturale. Naturalmente fluente, come un fiume. Tolto l’ostacolo, il sembiante, i simili sono affluenti della stessa parola madre, e i diversi sognano di giungere nello stesso delta. L’accettazione della balbuzie come diversità partecipa all’incestagogia, che comprende anche di parlare come insegna la mamma. E tale maternizzazione esclude il mito della madre, lasciando la balbuzie nella mitologia di fratelli e di sorelle, senza autorità. Tutti gli uomini come Caino e tutte le donne come Lilith.

Nel canto, che non farebbe balbettare, non è preso in considerazione che si tratta di esecuzione e non di invenzione. L’uomo uccello non balbetta in quanto uccello. Dal pappagallo all’oca. Acqua in bocca! La fluenza è debitrice dell’acqua, del fluido per eccellenza, implica l’omertà sociale, che talvolta non s’intende senza il pretesto della caricatura della balbuzie antifonaria quale omertà asociale. Controcanto. L’acqua in bocca è umana, vorrebbe tramutare l’automazione delle cose in animazione.

 

L’enigma dell’autorità

 

I problemi che la balbuzie incontra con le persone considerate autorevoli confermano che l’autorevolezza nega l’autorità, che s’instaura con la funzione di nome. L’autorevolezza sarebbe appannaggio dei figli di un dio maggiore, che avrebbero il senso di superiorità, rispetto al senso d’inferiorità del gigante in catene. Dio maggiore che ricopre i suoi figli di certificati, di titoli e di diplomi. Ce ne sono per tutti, sebbene a ognuno non bastino mai.

Persone o situazioni autorevoli accentuano la balbuzie? L’autorevolezza non è l’autorità, sebbene il tentativo di negare la funzione di nome lasci come sentinella l’autorevolezza. Per questo aspetto, la balbuzie è un tentativo d’aggiramento dell’autorità, nel senso che si erige a legge contro la legge che la esclude dalla normalità. Demostene si fa avvocato per punire i precettori che hanno dilapidato l’eredità dei suoi genitori. Qual è l’obiezione della balbuzie all’autorità? È forse un’obiezione all’autoritarismo e all’autorevolezza, quali negazioni dell’autore che sta nella parola. La balbuzie indica che l’autore non è l’Altro.

Il colmo della balbuzie interviene in relazione a chi è presunto occupare una posizione d’autorità e a chi è presunto occupare una posizione sessuale. E l’annullamento della balbuzie si ha quando rispetto a queste posizioni la contrapposizione giunge all’imposizione del codice. Allora il balbuziente non balbetta, ovvero mantiene completamente la struttura del sintomo: è l’edificazione perfetta. L’inganno stesso di ogni guarigione. La balbuzie dinanzi all’autorità: Mosè con Dio, Demostene con Filippo, Eraclito con Settimo Severo, Cicerone con Pompeo, e non paradossale: Luigi XIII con Richelieu.

 

La prolessi è il sogno della balbuzie?

 

La paura è del non controllo della parola? Se la balbuzie non si ponesse come impedimento, il pianeta intero saprebbe la verità, l’incubo degli umani. Questo accade nel fantasma, ovvero non si scrive: non è scrittura dell’esperienza, ma prolessi dell’esperienza. La prolessi della scrittura, che è una prerogativa non esclusiva della balbuzie, non è semplicemente una figura della retorica, è la scrittura anticipata della vita, la scrittura del visionario - l’animale circolare con la testa rivolta all’indietro, quindi mai pronto per l’autentica battaglia di vita, la scrittura del logo come scrittura contro il logo degli altri, che è sempre una variante del discorso della morte.

La paratassi al posto della sintassi per costruire una metafrase di verità senza equivoco e senza menzogna: questa è la prolessi della scrittura. Armando Verdiglione nota come “soltanto la balbuzie tenta di anteporre la legge alla sintassi” e precisa che “nel discorso comune, la legge sta prima della parola” (Dell’indifferenza in materia di umanità, in “Secondo Rinascimento”, pp. 79-86, 2000). Quindi, la balbuzie appartiene al discorso comune e ne costituisce una variante.

La moltitudine è fatta di balbuzienti riusciti, avendo anteposto la legge alla parola senza inciampare parlando. Gli inciampi si mostrano altrove. Il balbuziente rifiuta il parlare comune, rifiuta il comune, fa banda da solo, e per mantenere l’idealità di una parola incomune, non rischia la reinvenzione della lingua e fa a pezzi la lingua comune e il soggetto che crede d’essere.

Davanti allo scempio della lingua comune, alla sua illegalità (per la balbuzie), alla sua finalità criminologica e incestologica (i genitori uccisi e l’eredità dissipata dai tutori di Demostene) la balbuzie è il tentativo di fondare la lingua legale, anteponendo per l’appunto la legge alla parola. La scrittura della balbuzie redige il verbale d’accusa contro la lingua di tutti.

Quindi la balbuzie ha nemici dappertutto. Occhio per occhio. Tolto lo sguardo è una guerra tra sosia. E se qualcuno pretende di porsi come uno, come originale, si pone nel luogo dello spaccio della bestia trionfante. Anche la bella differenza è presa come l’emergenza di un sosia.

Prendendo la vita come uno sbaglio colossale perpetrato ai propri danni, la balbuzie s’impedisce lo sbaglio originario. Si impedisce lo zero per realizzare l’uno ideale, il sosia che non è sosia di nessuno. Il sosia di se stesso con la sua vita parallela, analogica: sbagliata per un pelo. La vita parallela è la vita esatta per il pelo, la vita dell’animale uomo. Il replicante.

La balbuzie fa la contabilità terrestre, e la vita risulta contabile sino alla resa dei conti con ogni rivale. Il progetto fa acqua da tutte le parti, anche in bocca. Infatti accentua l’impossibilità di padroneggiare la parola, l’abilità d’istituire il nome del nome, l’impossibilità di anteporre la legge alla sintassi. La balbuzie è l’impossibilità stessa di praticare lo sbaglio legale, lo sbaglio morale, e lo sbaglio clinico. Il balbuziente è l’impossibile soggetto del crimine, l’impossibile soggetto dell’incesto, l’impossibile soggetto della psicopatologia.

Una prima constatazione è risultata dall’accorgersi che la balbuzie non è una malattia, ma un modo caricaturale di porsi la questione di vita e di morte. La caricatura consiste nel ricordo della famiglia e nel fondarsi sul passato per costruire la visione dell’avvenire. Visione rispetto alla quale ogni atto è uno sbaglio.

La balbuzie è un sogno d’amore senza odio, toglie il tempo, la sua aritmetica per una ritmetica, e risulta un’aritmia, un’anomalia. Tolto l’odio sorge la dicotomia amico-nemico, e per la balbuzie sono pressoché tutti nemici, perché sanno che il balbuziente sa, tutto il sapere sul crimine e sull’incesto.

La prolessi cercando di anticipare la presa della parola vive di passatismi, di presentismi e di futurismi, per evitare l’attuale. La prolessi della scrittura dell’esperienza operata dalla balbuzie risulta dall’estorsione di opere altrui per non imbattersi nell’estorsione linguistica, in nome di una lingua ideale e di una scrittura invisibile dei fatti, per la propria salvaguardia. Senza che nessun altro lo sappia: acqua in bocca. Un caso di erotismo.

La balbuzie segue il principio secondo cui tutto è impossibile, eliminando l’occorrenza, poiché ogni gesto o uccide o violenta, quindi cerca sempre di fare l’impossibile. La prolessi della scrittura non è appannaggio della balbuzie. La quasi totalità delle cose scritte è prolessi della scrittura dell’esperienza, in quanto scrittura di quello che si sa, quindi del già scritto. Infatti, la produzione mondiale della scrittura è fatta da pappagalli o da trombetti, come li chiamava Leonardo. In tal senso, la maggior parte degli scrittori sono balbuzienti guariti. Pappagalli di Flaubert. Piccoli Dante in cerca di autore, quell’autore che il pappagallo per quanto virtuoso manca sempre.

Il balbuziente e la propria lingua: parla di quello che sa, con precisione e non sa dirlo. La lingua degli umani che gli par di udire è naturale, evolutivamente giunta a noi da Adamo. Non lontana - per saggiarne lo statuto - dalle lingue inventate da Swift per I viaggi di Gulliver. Lingua di cavalli o di asini o di pappagalli. La credenza nella lingua conforme degli umani compie la metamorfosi nella lingua difforme della balbuzie. Le premesse della balbuzie sono il nutrimento della prolessi della scrittura.

La balbuzie sa cosa fare, previene la parola e la sua civiltà. Come prolessi della vita risulta una barbarie, e non solo per i simili che hanno coniato il termine in modo onomatopeico, come tartaro e barbaro. Quindi non c’è nessuna prevenzione della balbuzie (che resta uno dei sogni a occhi aperti del business della balbuzie). La prevenzione attende il male, lo produce e lo riproduce. E mantiene l’orrore della questione intellettuale.

La balbuzie è un difetto come prolessi del fare nel fatto e disfatto. L’aritmia, l’algebra del fare è proprio un disfare. Nulla di medicalizzabile. La balbuzie sbaglia irrimediabilmente tutto. Ogni sbaglio è morale e non di conto, e chiudere i conti con la balbuzie è proposto dai guaritori ex-balbuzienti per il loro tornaconto.

La circolarità perfetta tra paziente e terapeuta è proposta sostituendo alla prolessi della balbuzie la metessi della logoterapia, nel senso che quest’ultima aspetta di vivere e intanto sopravvive con l’economia e la finanza di trenta denari.

 

L’oro della balbuzie

 

L’oro della balbuzie sta nella questione intellettuale che pone alla vita come logica e come politica. L’oro della balbuzie è come l’oro di Peirce: nemmeno l’amico e eminente filosofo William James ci ha capito qualcosa, figurarsi gli altri. A un certo punto, Peirce ha la senzazione di essere letto unicamente dal correttore di bozze dei suoi articoli. E non aveva torto. Freud non è stato capito da Jung.

Einstein non capisce le obiezioni dell’amico Gödel. Miller, genero di Lacan, non ha capito nulla della lezione del suocero. E Lacan non ha capito che il suo analizzante Verdiglione stava inaugurando un’altra via regia dell’inconscio. Quindi occuparsi dei granellini di polvere teorici a proposito della balbuzie, non è un compito trascurabile e non l’ho trascurato, ma non si tratta di porre obiezioni a questi granellini, sarebbe come cercare di affrontare il testo di Lacan leggendo quello della legione di psicanalisti lacaniani.

Certamente, il sapere che la balbuzie presume è esagerato, com’è esagerata ogni ipotesi deduttiva della realtà. Occorre che la balbuzie giunga alla poesia, al fare, al pragma e quindi all’ipotesi abduttiva, l’unica che non tratta il sapere come causa per l’azione. Abduzione che trova i suoi teorizzatori in Peirce e Verdiglione. E in particolare: Peirce spinge l’abduzione alle soglie del pragma (tanto è bastato per inventare il pragmatismo negli Stati Uniti) e Verdiglione varca le colonne del realismo, anche psicanalitico (Lacan incluso) e teorizza il fare, senza attenersi alle genealogie del potere (tanto caro al destrese) e dell’impotenza (tanto cara al sinistrese).

La balbuzie posta dinanzi ai tentativi di cura ha la certezza assoluta di trovarsi di fronte a un rappresentante della pseudo vita, un agente della sopravvivenza, un testimone pagato per dire il falso, un delegato della nobile menzogna delle genealogie del potere. E la balbuzie cronica e inguaribile come la mia non si ferma davanti a certificati, titoli, diplomi e semplicemente legge ogni parola, ogni scritto, ogni testimonianza sulla balbuzie, e non solo. Da questa lettura non traggo certificati, titoli e diplomi per battermi contro i mulini a vento e le loro dogane della farina dell’Altro, eppure qualcosa acquisisco. Anche la lezione errata di Demostene. Non c’è bocca che possa contenere la pietra dello scandalo per fare di ogni sapere una verità da tribunale.

Non ho tempo per i tribunali della vita. E non ricerco il tempo perduto. Ciascun tempo è il mio tempo, anche quello dell’aritmia che non è ancora aritmetica di vita. Ho balbettato e balbetto molto di più del tempo che mi è occorso per scrivere questa breve nota.

La questione balbuzie procede dall’apertura. Per l’intellettuale non c’è più modo di chiudere i conti, che non tornano mai, neanche con la balbuzie. Per altro, d’accordo, occorre rimuovere le cause della balbuzie: cessare ogni crimine parricida e ogni violenza sessuale. Non più guerre e non più prostituzione. Il bel programma. Solo così la balbuzie non avrà da porre obiezioni al vivere civile. Poiché se il piccolo inizia a balbettare è perché c’è del marcio nei regni e nelle repubbliche del pianeta. Ciascuno si diriga verso la tavola della diplomazia. Nessuno escluso.

C’è un differenza insormontabile tra il parlare senza più inciampi (anche senza credere più nella balbuzie sostantivata e mentalizzata per un soggetto) e il parlare cantilenato, anche sino all’impercettibilità, del balbuziente guarito.

La ricerca della causa della balbuzie è il migliore modo di evitare la questione intellettuale posta all’attenzione dalla sceneggiata di una barbarie personale da civilizzare. Alalia. Dislalia. Lalêin: chiacchierare, parlare. Ciascuno parla in un’altra lingua: la lingua di tutti si dissolve nel paradosso dell’insieme.

In tal senso la balbuzie è una forma di anoressia mentale, anoressia linguistica, anoressia insiemistica. Non appetisce la lingua comune. Anoressia algebrica che cerca di portare la divisione nelle parole. Invece accentua che la lingua è impartecipabile. A costo di mordersi la lingua. Non tollerando l’afasia, credendo in una funzione fatica naturale.

Il miracolo - la vanificazione della balbuzie- avviene facendo, parlando, con l’instaurazione del punto vuoto e non con il pieno dell’acqua continua di Bachelard. Senza autoterapia né gruppoterapia.

Per dissipare la balbuzie occorre l’instaurazione del tratto, che è tolto per trattare la vita, fondandosi su un trattato di morte. Il tratto interviene nella parola come punto di distrazione, specchio, come punto di sottrazione, sguardo, e come punto di astrazione, voce. La balbuzie mira a una economia personale dello specchio, dello sguardo e della voce. Addomestica lo specchio, trova sempre più straniero lo sguardo e opera per l’algebra della voce, la fa a pezzi rappresentandola: tartaglia. Tratto che è anche pietra dello scandalo, che esce dalla parola del vendicatore Demostene per fare ritorno come sassolino in bocca, mantenendo uno stretto riserbo, quello dell’acqua in bocca.

La balbuzie, come il dramma, appartiene al personaggio. Allora, come si dissipa la balbuzie? Come si dissipa il personaggio? Qual è il teorema che possa enunciare: non c’è più balbuzie? Ma non basta la teorematica. Occorre la poematica, la poetica delle cose che si fanno secondo l’occorrenza. Questa è l’aritmetica di vita.

Prendere la balbuzie con ironia è ancora attenersi all’albero genealogico della balbuzie e non all’ironia. Dal dubbio, dall’ironia estrema e non dagli indubbi tentativi di prendere l’ironia nel sacco, procede l’itinerario intellettuale, il percorso culturale e il cammino artistico. E lungo l’articolazione, la rappresentazione del sintomo si dissipa. Miracolo del fare. Evitamento, fuga, delega della parola: questa è la comunicazione umana, troppo umana. In tal senso la balbuzie si dissipa quando la comunicazione non è più umana, bensì artificiale, indiretta. Né da coscienza a coscienza, né da inconscio a inconscio.

Non c’è la soluzione per la balbuzie né la completa risoluzione. La balbuzie è irrimediabile. E superare brillantemente una grave balbuzie comporta di vivere oscuramente nei meandri dell’uomo robot e del suo agente d’invincibilità, il metronomo.

La proibizione e la prescrizione nella balbuzie: “non posso parlare, posso scrivere”, risultano pretesti per la scrittura del testo della vita.

Allora, come parlare? Parlando. Come scrivere? Scrivendo. Come vivere? Vivendo.

Testo scritto con la partecipazione di: Isaac Newton, Giorgio VI, Aristotele, Charles Darwin, Lewis Carrol, Mosè, Giulio Cesare, Claudio, Esopo, Virgilio, San Carlo Borromeo, Pio XII, Malherbe, Niccolò Cavallaro detto Tartaglia, Alessandro Manzoni, Mich

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R
Ho letto con interesse l'articolo e concordo su molti punti. La balbuzie è come un iceberg, la disfluenza è soltanto la punta... Quello che è sommerso è la vera causa del problema, soltanto conoscendo cosa c'è al di sotto dell'acqua si riesce veramente a risolvere (attenuare) la balbuzie. Per tali ragioni io sono contrario ai corsi per balbuzienti (a uno dei quali ho partecipato), sono delle tecniche meccaniche, esercizi ma sono forzature, vanno risolti i problemi al di sotto dell'iceberg e man mano si avranno benefici. Le tecniche che insegnano ai corsi sono inapplicabili in determinate situazioni ovvero quando si presentano determinati fattori psicologici.<br /> Quindi basta con le storielle della respirazione e velocità di eloquio, come curare una problematica senza conoscere le cause?<br /> Riflettiamoci bene e facciamo passare questo messaggio.
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N
Grazie Roberto della Sua testimonianza. Io sono un ex - balbuziente, anzi lo sono ancora, come dice Lei, in maniera attenuata, specialmente nei momenti in cui devo parlare di me, dei miei vissuti eccetera. Proprio perché quando si parla di sé scattano dei processi psicologici che non è facile tenere a bada. E' soprattutto in questi contesti che si dovrebbe, a mio avviso, applicare ciò che ci è stato insegnato nei corsi per balbuzienti (anche io ne ho frequentato uno), come ad esempio legare sempre una consonante a una vocale e parlare cantando. Inoltre ho notato su di me che comincio a balbettare dal momento in cui ho paura di balbettare. In effetti la paura, oltre che salvare, blocca. Frequentando il corso per balbuzienti ho potuto incontrare persone molto più balbuzienti di me e questo fatto mi ha in un certo senso incoraggiato, perché spesso pensiamo di essere i soli ad avere problemi. Sul posto di lavoro ho conosciuto colleghi balbuzienti che non ne facevano una malattia di questo fenomeno, che anzi non ha impedito loro di fare carriera e di raggiungere livelli elevati. Invece io mi sono sempre vergognato di questo "difetto". Riguardo al conoscere le cause, non tutti quelli che balbettano sono disposti a sottoporsi ad un percorso psicoterapeutico, perché anche quello fa soffrire allo stesso modo in cui può far soffrire il soffrire di balbuzie. In conclusione posso dire sulla base della mia esperienza che più si ha stima di se stessi, più si vedrà attenuarsi la balbuzie, che però, anche secondo me, non potrà mai essere estirpata del tutto. Riccardo
R
Grazie Signor Roberto De Pas,<br /> <br /> ma, me lo conceda, solo per oggi :<br /> <br /> di fronte alla Pasqua di Nostro Signore non possiamo che balbettare !<br /> <br /> Riccardo
Rispondi
R
La Sua sfida surreale è molto divertente. Comunque, ci riesco: il mio gruppo di teatro è composto anche da persone non-balbuzienti, e queste imparano come NON si deve respirare, ai fini di un<br /> eloquio fluido. Quindi, loro, che sono allievi e non maestri di teatro, spiegano ai propri compagni di corso come impostare la respirazione. E spesso lo fanno a partire proprio dagli errori<br /> generalmente commessi, quando la funzione linguaggio si produce secondo balbuzie.<br /> Inoltre, la cura della balbuzie non deve seguire un "metodo", ma un percorso di ricerca, che non è mai lo stesso per tutti. E il vero lavoro avviene tra la fine di una seduta e l'inizio della<br /> seguente. Le sedute sono il luogo in cui si cercano gli strumenti da interiorizzare. Quindi non c'è oro che luccica di più o di meno: semplice lavoro di quotidiana militanza. Ci provi anche Lei:<br /> vedrà che la vita Le apparirà più bella. detto questo, la metafora dell'oro, tutto sommato, mi piace. Perché vengo da famiglia di orefici. Mi piaceva, da bambino, vedere la trasformazione della<br /> materia, mi piaceva vedere i sorrisi dei "lavoranti" -come li chiamavano mio padre e mio nonno- i sorrisi dei clienti soddisfatti. L'oro è metallo duttile, quindi usabile per opere d'arte.<br /> Esattamente come la parola e l'animo umani.<br /> riceva tutta la mia stima!<br /> Roberto De Pas
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R
pensavo di avere più spazio per il commento al lunghissimo pezzo "l'oro della balbuzie". Mi adatto. Nella speranza di un'ospitalità degna della trattazione che ho potuto leggere. Quindi,<br /> provvisoriamente e subito: la balbuzie non è curata da pifferai o da venditori di cantilene o di metronomi. vi sono anche altre persone. io sono tra quelle. E sono colpito, in quello scritto, da<br /> tutte le affermazioni sulla vita ("incurabile") ecc. ecc. Ma, venendo al dunque terapeutico: Feyerabend insegna il procedimento conoscitivo, al netto del proprio sapere, per entrare nel merito del<br /> linguaggio/balbuzie. Insegna la ricerca, non promette guarigioni, lavora: anche sul linguaggio, perché non sia di impedimento, pur nella propria pochezza, alla ricchezza del pensiero e<br /> dell'emozione. Perché il linguaggio venga riabilitato come strumento addetto alla comunicazione, pur conoscendone e ammettendone i limiti. Joyce è il maestro. I limiti sono anche la grandezza:<br /> insegnano a gestire lo strumento. raccolgo l'invito. Rieduco la balbuzie, la curo, la studio, la guardo e dico all'autore del testo: "Ciascuno vada verso la tavola della diplomazia". Una diplomazia<br /> interiore, con cui riaffermare la vita, contro quei proclami di morte che leggo nell'articolo. Diplomazia di conoscenza di sé. Scritto di getto, per il poco tempo a disposizione, ma scritto sotto<br /> l'impeto di una necessità di riaffermare la verità, invio questo commento. A difesa del bisogno di fare ricerca, per riaffermare la parola, il cui destino positivo non è affidato a cantilene, ma al<br /> ripristino del normale flusso pensiero/parola. basta studiare la fisiologia della comunicazione, senza artifici. Cominciamo a farlo. poi se ne riparla. Non a vuoto, ma con reali dati di fatto. E<br /> l'ex balbuziente non c'entra niente. Lavoriamoci sopra, a prescindere dai propri vissuti . Grazie. Roberto De Pas
Rispondi
N
<br /> <br /> <br /> <br /> Signor Roberto De Pas, ecco che Le offro qui altro spazio per spaziare nel mondo della balbuzie.<br /> <br /> <br /> Non dico che il Suo oro sia falso ma certo non luccica più di tanti altri ori reperibili sul mercato dei prodotti per il trattamento della balbuzie.<br /> <br /> <br /> Le lancio una sfida : provi a convertire un non balbuziente in balbuziente applicando il suo metodo !<br /> <br /> <br /> E' la cosiddetta prova del nove.<br /> <br /> <br /> <br /> Riccardo<br /> <br /> <br /> <br /> <br /> <br /> <br /> <br /> Franco Battiato interpreta "La parola io".mp4 - YouTube<br /> <br /> <br /> <br /> <br /> <br /> <br /> <br /> <br /> <br /> <br /> ► 4:42► 4:42<br /> <br /> <br /> <br /> <br /> www.youtube.com/watch?v=a-gXkQ13GBg23 set 2010 - 5 min - Caricato da FondazioneGaber<br /> <br /> <br /> <br /> <br /> <br /> <br /> <br />