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Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291

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LA SERA MI STRUGGO PER LA TENEREZZA E MI TORMENTO

 

Maria, Madre di tenerezza

La meditazione al Santuario di Loreto
Aula Paolo VI – 26 settembre 2009

 

Premessa: Una parola sulla tenerezza.

(Cfr “Teologia della tenerezza” di Carlo Rocchetta, Ed. EDB)

La tenerezza dice accoglienza, dolcezza, benevolenza: è una componente essenziale della
persona, che si qualifica e si definisce come relazione con gli altri e, più particolarmente,
come relazione d’amore.
La tenerezza, perciò, è espressione della maturità di una persona: chi non è capace di
tenerezza è immaturo, in quanto si lascia dominare dall’asprezza, dall’ira e da tutte le altre
passioni umane.
La tenerezza è espressione della capacità di amare in pienezza. E l’amore pieno esige che
esso resista dinanzi alle difficoltà provenienti da incomprensioni, screzi, ed anche offese.
Tutto questo perché la tenerezza non è solo accoglienza dell’altro, ma anche dono di sé
all’altro come persona che ha bisogno di essere amata.
Gesù Cristo, modello dell’amore, non solo ci ha insegnato ad amare tutti di un amore
agapico universale, ma ci ha pure insegnato ad amare nella tenerezza di persona che ama, si
lascia amare, e che anche chiede amore.

1. La sorgente della tenerezza è Dio
La tenerezza ha la sua sorgente in Dio e, possiamo dire, coincide con il suo amore
misericordioso. Anche se l’espressione “Amore misericordioso” non è presente nella
Bibbia, se non in Lc 1,78 in cui si parla della salvezza operata da Dio "grazie alla (sua) bontà
misericordiosa", tuttavia l’amore di Dio, pronto al perdono, riempie tutte le pagine del Libro
Sacro.

Nella Bibbia tre sono i vocaboli ebraici che esprimono l’amore misericordioso di Dio:
Hesed, rahamin, emet.
 Hesed, indica bontà originaria e costitutiva, l'amore sorgivo, puro e gratuito. E’ l'amore
paterno nel senso che "Dio è amore" (1Gv 4,8.16), ci ama "per primo" (1Gv 4,19).
 Emet dice fedeltà assoluta anche nel caso dell'infedeltà dell’altro. Unito alla hesed significa
che l'amore paterno di Dio è fedele anche dinanzi alla risposta negativa dell'uomo. Dio
continua ad amarlo, cioè perdona sempre, è misericordioso. "Ti ho amato di amore eterno,
per questo ti conservo ancora pietà" (Ger 31,3).
 Rahamim indica l'amore viscerale della madre (rehem = seno materno) e quindi la
misericordia. Dal profondo legame della madre col bambino, scaturisce un particolarissimo
rapporto di tenerezza e comprensione. Il bambino lascia una traccia indelebile nel grembo
della madre, inclinandola alla misericordia. "Si dimentica forse una donna del suo bambino,
così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si
dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, ti ho disegnato (tatuato) sulle
palme delle mie mani" (Is 49,15s). "Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero,
non si allontanerebbe da te il mio affetto, né vacillerebbe la mia alleanza di pace; dice il
Signore che ti usa misericordia" (Is 54,10).

Il S. Padre Benedetto XVI nell’omelia tenuta nella solennità del S. Cuore per l’indizione
dell’Anno Sacerdotale parla di questo amore misericordioso, tenero, di Dio. Ecco le sue parole: “A
causa del dolore che il suo cuore prova per i peccati dell'uomo, Iddio decide il diluvio, ma poi si
commuove dinanzi alla debolezza umana e perdona. C'è poi un passo veterotestamentario nel quale
il tema del cuore di Dio si trova espresso in modo assolutamente chiaro: è nel capitolo 11 del libro
del profeta Osea, dove i primi versetti descrivono la dimensione dell'amore con cui il Signore si è

rivolto ad Israele all'alba della sua storia: "Quando Israele era fanciullo, io l'ho amato e dall'Egitto
ho chiamato mio figlio" (v. 1). In verità, all'instancabile predilezione divina, Israele risponde con
indifferenza e addirittura con ingratitudine. "Più li chiamavo - è costretto a constatare il Signore -,
più si allontanavano da me" (v. 2). Tuttavia Egli mai abbandona Israele nelle mani dei nemici,
perché, cosí dice il versetto 8, "il mio cuore - osserva il Creatore dell'universo - si commuove dentro
di me, il mio intimo freme di compassione".

2. La suprema manifestazione della tenerezza di Dio
Il mistero dell’Incarnazione è la suprema manifestazione della tenerezza di Dio. Ricordiamo
le parole del vangelo di Giovanni: “Dio ha tanto amato il mondo da mandare il suo Figlio unigenito
(Gv 3, 16). In altri termini Dio si intenerisce tanto per la condizione degli uomini che si fa Bambino
nel seno della Vergine Maria. Ci sono due testi della lettera a Tito (li ascoltiamo nella liturgia della
Solennità del S. Natale), che parlano di questa tenerezza di Dio: a) “E' apparsa infatti la grazia di
Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini” (Tt 2, 11); b) Quando però si sono manifestati la
bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati non in virtù di opere
di giustizia da noi compiute, ma per sua misericordia mediante un lavacro di rigenerazione e di
rinnovamento nello Spirito Santo, effuso da lui su di noi abbondantemente per mezzo di Gesù
Cristo, salvatore nostro (Tt 3, 4-6),
Questo amore tenero di Dio si manifesta nella tenerezza dell’amore materno di Mania, che si
esprime in modo particolare nel mistero della nascita di Cristo e raggiunge il suo culmine nel
mistero della sua passione.
Maria ai piedi della croce non è solo partecipe dei dolori del Figlio, ma ne è anche la madre
consolatrice. Il compito delle madri è quello di alleviare i dolori dei figli con la loro presenza, piena
di affetto e di tenerezza. Così è stato per Maria, che, pur non avendo pronunziato parola alcuna
presso la croce di Gesù, con il suo silenzio e la sua vicinanza solidale è stata molto più eloquente
delle parole.

3. Maria, nostra madre
Maria è diventata nostra madre ai piedi della croce. E’ una verità che tutti conosciamo.
Maria, associata alla passione del Figlio, con il suo dolore sconfinato, ha partecipato alla sua opera
salvifica. Per questo la veneriamo come Corredentrice e possiamo dire che la Maternità di Maria per
tutti noi è cominciata ai piedi della croce. Come credenti tutti siamo nati là, diventando anche figli
di Maria.
Gesù sulla croce ha reso esplicita questa verità. Indicando l’apostolo Giovanni, si è rivolto
alla Madre dicendo: “Donna, ecco tuo figlio”; e poi, indicando la Madre, si è rivolto a Giovanni,
dicendo: “Ecco, la tua madre”. Ebbene, queste parole, pronunciate in un momento così solenne, non
possono essere solo un fatto privato o un affidamento materiale della madre all’Apostolo,
nell’interpretazione unanime e costante dei Padri della Chiesa in quel momento Giovanni
rappresenta tutti i credenti.
Maria perciò è la nostra madre nell’ordine della grazia. Dice il Concilio Vaticano II che
Maria continua a svolgere questo compito materno anche dopo la sua assunzione in cielo,
prendendosi cura “dei fratelli del Figlio suo ancora peregrinanti e posti in mezzo a pericoli e
affanni, fino a che non siano condotti nella patria beata…” (Cfr. LG n. 62). Per questo la Vergine
Maria “sulla terra brilla ora innanzi al peregrinante popolo di Dio quale segno di sicura speranza e
di consolazione” (Cfr. LG n. 68).
All’interno della nostra Associazione sentiamo in modo particolare questa maternità di
Maria, perché noi dell’UAL siamo nati da Maria. Perciò siamo doppiamente figli di Maria. Sapete
tutti che il nostro Fondatore Luigi Battaglini ha avuto l’ispirazione di fondare quest’Opera dinanzi
alla grotta di Lourdes, dopo aver fatto qualche anno prima l’esperienza dell’amore materno di
Maria. Vi ho già detto in altre occasioni che la grazia ricevuta dal fondatore di un’Opera non è
qualcosa di personale, ma è una grazia che si riversa su tutti coloro che aderiranno ad essa. Se è

vero questo, possiamo dire che l’esperienza della tenerezza dell’amore materno di Maria è e deve
essere una caratteristica peculiare dei nostri malati e di tutto il personale.
Qualche anno fa, proprio qui a Loreto, dicevo: “Chi non ha fatto questa esperienza, anche se
partecipa in qualche modo alla vita dell’UAL, non è ancora entrato nello spirito della nostra
associazione. I pellegrinaggi mariani che facciamo servono soprattutto a ravvivare questa
esperienza di rapporto filiale con Maria, che costituisce il “cuore” della nostra appartenenza
all’UAL. Ecco perché siamo a Loreto, per sentire Maria come nostra Madre, per fare questa
esperienza profonda del suo amore materno. Siamo nella Casa di Maria: qui incontriamo Colei che
è la nostra Madre. Quelli che avete la grazia di avere ancora la Madre terrena, forse esperimentate
quello che significa la tenerezza della madre, la consolazione della madre, ed anche, a volte, la
correzione della madre. Allora vorrei dire a voi, cari fratelli ammalati, e non solo a voi, ma a tutti,
specie a quelli che state vivendo un momento di prova o di difficoltà, aprite il vostro cuore a Maria,
poggiate il vostro capo sul suo cuore, oppure mettetevi tra le sue braccia: lasciatevi avvolgere dalla
sua tenerezza e dalla sua consolazione. Che possiate sentire tutti questa presenza materna di Maria,
come qualcosa che vi ristora e vi dà pace” (cfr Missione , n. 4 2004, pag. 21).

4. La tenerezza tra di noi
In questa Santa Casa, guardando Maria, nostra Madre, pensiamo anche a tutta la S. Famiglia
e preghiamo per le nostre famiglie e per la nostra Associazione.
Il desiderio di una madre è quello di vedere i figli uniti tra di loro. Ecco allora il messaggio
che ci viene da Maria: viviamo uniti nell’amore all’interno delle nostre famiglie, all’interno del
nostro ambiente di lavoro ed anche all’interno della nostra Associazione. Soprattutto impariamo a
superare tutte le difficoltà che provengono dalla convivenza con le persone care o con gli amici che
condividono il nostro lavoro o il nostro ideale associativo. Impariamo a vivere la tenerezza tra di
noi, che vuol dire attenzione, accoglienza, benevolenza e perdono. Chi ha fatto l’esperienza della
tenerezza di Maria, è capace di vivere la tenerezza con gli altri.
Non è concepibile che noi viviamo qui questa esperienza e, poi, tornando a casa, diventiamo
duri, poco benevoli e non disposti al perdono. Ecco, allora, la grazia che dobbiamo chiedere alla
Vergine Maria: quella di far vincere sempre l’amore nelle nostre relazioni interpersonali.
Ricordiamo che la più grande disgrazia è quella di non amarci tra di noi. Quando l’amore ci sembra
difficile o impossibile, raccogliamoci in preghiera e gridiamo al Signore la nostra debolezza, la
nostra incapacità di amare. E anche quando abbiamo mancato nell’amore, chiediamo subito perdono
e rialziamoci, giacché la comunione è una meta che si raggiunge anche attraverso le cadute. Che noi
alcune volte veniamo meno è comprensibile, quello che è più grave è il fatto che non chiediamo
perdono e non ci rialziamo.
Mi auguro che questo pellegrinaggio per tutti noi segni una svolta nella nostra vita. La
Madonna ci ottenga la grazia di vivere la tenerezza non solo verso il mondo della sofferenza, ma
anche tra di noi.

► 4:27► 4:27
www.youtube.com/watch?v=wjZgmgkVRYA18 feb 2010 - 4 min - Caricato da deddy12
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