Vago per questa città, in questo mese di giugno
pieno di vento, che sapori d’autunno
mi reca e non di prima estate;
e come ti scopro bella, Siena mia,
nei vicoli ove piccino in fondo a un arco
appare il Duomo, o la basilica dei Servi,
e nelle tue forti colline, che dovunque
da uno spiazzo o una finestrella mi salutano;
nella tua maestà di Medioevo,
di mattone rosso, rosso come la fatica
di chi che ti costruì. Siena superba,
città amata ed amara, rossa nei seggi elettorali
e nera con chi viene da lontano,
Siena faziosa e ignorante e pur splendente,
ferma ai suoi antichi splendori e chiusa al presente.
Qua sono fiorito, e qua i miei fiori
vennero spezzati:
come questi rami
che il vento rompe e struscia sull’ammattonato.
Io sono come quei rami spezzati,
come questa polvere che il sole
attraversa, come le bandiere della Torre
contorte dal vento, come gli odori della carne
delle tue infinite cene;
come gli schiamazzi, le campane
che battere fai fino a notte fonda,
come la furia, l’angustia, le risse
dei tuoi contradaioli sbronzi,
e il loro sprezzo,
e come il bianco di certi muri
che rilucono di notte, nei viali, sotto un albero dalle sante foglie.
Ti lascerò fra poco, città cara,
ma come il torbido rimestarsi del mare
della mia Pescara ha avvelenato
me adolescente, lasciandomi un animo
dove tutto si mescola e nulla
mai si riacquieta,
così la tua sobria imponenza
e la tua voglia sdegnosa di far festa
hanno scolpito me adulto coi tuoi tratti.