Quando Michelle mi fissa addosso quello sguardo di belva affettuosa, quello sguardo ch’è pura espressione, d’una trasparente selvaggia verginità, penso che da un momento all’altro aprirà la bocca e si metterà a parlare. Ma Michelle non parla: dalla sua bocca esce solo il suo miao, modulato su una varietà di toni che ormai mi è familiare e che capisco come capisco la musica. No, a Michelle non serve la mediazione indecente della parola: perché sporcare di parole un messaggio così chiaro?
Michelle ha carisma. Non ho mai incontrato chi ne avesse altrettanto. E’ arrivata un giorno di settembre, azzurro come lo sono i giorni a settembre, e ha catalizzato ogni attenzione. Di colpo una coppia di sposi adulti, con la buccia indurita dalle più varie difficoltà, s’è trovata asservita a una gattina. L’aveva trovata un’amica, era giù nella strada, eran tre giorni che la sentiva piangere. L’avevano abbandonata, o forse s’era persa. Ma temo che l’avessero abbandonata perché Michelle ha una paura scatenata di restare sola. Quando stiamo uscendo ci sbarra la strada. Quando torniamo ci tiene il broncio. La nostra amica l’aveva presa con sé, ma la sua gatta non amava la compagnia. Allora mia moglie s’è fatta avanti. Chi sa che vita ha fatto, Michelle, prima di noi. Ha tra gli otto mesi e un anno, e ha già avuto dei figli. Sospettiamo sia per questo che l’hanno cacciata.
Quando ce l’hanno portata era sconvolta. Era come qualcuno che ha perso la memoria. Si nascondeva nei posti più ingegnosi, era durissimo trovarla. Stava raggomitolata tutto il tempo, si strusciava sui mobili per cercare di farli suoi e s’acquattava in qualche buchetto buio. Solo a volte si concedeva a qualche timida confidenza. Non riuscivo a immaginare nulla di più modesto ed umile di Michelle, ma lei s’era imposta con tutta l’autorevolezza della sua modestia. Emanava un senso di pace che polverizzava le nostre preoccupazioni: la preoccupazione per la salute di mia moglie, ch’è come un setaccio che cola acqua da tutte le parti, e per la mia situazione lavorativa, ch’è stabile come quella di Maqroll il Gabbiere. Michelle spazzava via tutto questo.
Creatura ferina piombata in una casa troppo umana, con delle debolezze troppo umane, quando sta semiassisa sulla poltrona, e guarda avanti col suo portamento elegantissimo e fiero, pare una regina che s’affaccia al suo balcone, e ti par di vedere stuoli di sudditi che dal pavimento aspettano devoti il suo miao. Quel miao che modula in una girandola di tinte sonore da fare invidia alla tavolozza ricchissima d’un Ravel: c’è il miao straziante di quando ci vede uscire, il miao bambino dei suoi saluti, il miao languido di quando, a notte, mi chiama per le carezze e si stende sul tappeto come un’odalisca che tenti di sedurmi… C’è il miao nervoso simile a un ringhio, il miao impaurito che ti fa sentire la scossa nelle vene; il miao possente che ti fa domandare come faccia un corpo così piccolo ad avere tanta voce… Noi abbiamo milioni di vocaboli: lei ne ha uno solo, e lo mette in musica. La voce di Michelle è come la tastiera d’un organo, lo strumento che ha tanti suoni quanti un’intera orchestra.
La seconda sera non m’ero accorto d’aver messo un vaso davanti alla porticina della lettiera. Michelle ha iniziato a gridare, mi ha portato lì ed io ho scansato il vaso. Quando mia moglie sta male, s’accoccola sulla poltrona della camera e la guarda, in silenzio. Quando io ho da fare, mi guarda e tace. Anche il silenzio di Michelle è un suono.
Se stiamo in casa, vuole che l’accompagnamo a mangiare e che restiamo a guardarla mentre mangia. Se ha fatto la cacca, chiama e si fa seguire finché l’odore mi fa capire che debbo pulire la lettiera. Se vede che andiamo a dormire, s’accuccia dietro la tenda per addormentarsi con noi. Ma io soffro d’insonnia, e spesso mi rialzo: faccio i lavori di casa che non ho potuto finire di giorno, oppure scrivo -già, scrivo: è questo il mio peccato originale, scrivere anche se sono un mezzo disoccupato ed ho una moglie: scrivo sempre col buio, di nascosto, come se facessi una rapina. Di notte m’alzo, dicevo, e Michelle mi viene dietro, mi fissa finché non sono costretto a fissarla anch’io. Nei suoi occhi c’è il rimprovero di tutte le figlie verso i padri che predicano bene e razzolano male, che mettono a letto i bambini e poi tirano mattina; e c’è il broncio di tutte le madri verso i figli che fanno le marachelle quando è buio. Mi vien da dire “Sì Michelle, vengo subito a dormire”; ma poi mi ricordo che sono un uomo e che sarebbe bene tirar fuori i coglioni almeno con un gatto!
Per qualche giorno Michelle mi ha guardato aprire e chiudere l’armadio con ipnotica curiosità. Poi mi sono accorto che non mi stava guardando: stava studiando. E infatti è riuscita ad aprire l’armadio e a tirar fuori un vestito di mia moglie. Quando l’ho raccontato, un mio amico ha risposto che il suo gatto ha aperto la pentola a pressione e c’è entrato dentro.
Michelle entra nei lavandini, nella vasca, ma certi territori le sembrano sacri. Per esempio, non sale mai sul letto. A volte ci appoggio un giocattolo per farla salire. Ma lei aspetta ch’io lo rimetta a terra. Abbiamo provato a prenderla in braccio, ma è schizzata via. Non ha paura di mostrarmi il petto scoperto, ma se la sollevo da terra viene presa dal panico.
Molti anni fa, ero all’università e udii di notte dei suoni così agghiaccianti che potevano appartenere a una macchina, a un uomo, a una bestia, a qualsiasi altra cosa: pensai che fosse un’invasione aliena! Un coinquilino spiegò ch’erano i gatti in calore. Quei suoni l’ho riuditi da Michelle. E’ stato terribile vederla contorcersi, invocare, schizzare via, comportarsi come una folle. Era come vedere i tarantolati, quei poveri cristi che affollavano la chiesa di San Paolo a Galatina, riversando sull’inesistente taranta tutto il loro orrore di vivere. Michelle dovrà essere sterilizzata. Un amico m’ha confidato che il suo gatto, dopo la castrazione, lo guardava come per dire: “Ma io cosa t’ho fatto?” D’altra parte, se non la sterilizziamo, Michelle continuerà a soffrire. Mi chiedo: e se fosse libera, se noi non ci fossimo? E’ la domanda più dura. Se fosse libera, Michelle vivrebbe male: come quando era in strada, e la nostra amica l’ha sentita piangere. Povera Michelle, dobbiamo mutilarla! E pensare che l’accoppiamento dei gatti dura una decina di secondi, ed è anche doloroso perché il gatto lacera le pareti della vagina con la spina che ha sul pene (pare sia necessario per fecondare gli ovuli)!
Michelle tratta la casa come fosse la sua foresta. Se ne sente padrona: vuol essere seguita, non seguire; habere, non haberi. Se parlasse, la sua regale maestà verrebbe sminuita. Michelle non parla solo col suo miao orchestrale, parla con tutto il corpo: il suo è un linguaggio misterioso ma chiarissimo, e siamo noi a doverci sforzare di capirlo, non lei di farlo capire.
Vedere Michelle che dorme è vedere un paesaggio: è il pastorello addormentato di Van Gogh, il riposo di Rousseau il Doganiere. C’è il respiro della terra nel suo sonno. La sua figura fa apparire volgarissima la poltrona su cui dorme. Quella è un orpello, Michelle è l’essenziale.
Viene la notte, e io leggo le notizie dalla Siria: massacri, torture. Guardo Michelle: nel suo mondo tutto questo non succede. Lei è predatrice: basta vedere con quanta minuziosa gioia squarta il suo topo giocattolo. Ma nel suo mondo non si massacra per il massacro. Si lotta per la vita, ch’è più nobile.
Michelle è d’umore incostante: ha un bisogno disperato di carezze, se accenno ad andarmene mi trattiene; poi d’improvviso si rinchiude in una solitudine ingrugnita e diventa aggressiva se la invitiamo a star con noi. Ma quando m’appoggia il capino nel palmo della mano, io sento un abbandono completo: sento un’anima trovar pace nelle mie mani, e vi assicuro che non c’è niente di più bello.
Ho avuto due genitori razionali, che non m’hanno comunicato col corpo e m’hanno educato colla sola parola; e sono diventato un uomo razionalissimo, ma indifeso di fronte all’assalto delle emozioni. Il corpo è sempre stato il mio nemico: a tre anni andavo in giro per cliniche ortopediche in tutta Italia, e a mia madre dicevano “Se fossi Dio, rifarei suo figlio da capo”. Portavo scarpe ortopediche, doccine notturne, facevo ore e ore di cammino sulle punte, ginnastica e nuoto correttivi. Dicevano che a quattordici anni avrei dovuto segarmi le ginocchia e rimontarle. Per fortuna non ce n’è stato bisogno: me la sono cavata con la ginnastica e la buona volontà. Ma sono cresciuto senza giocare e il corpo è rimasto il mio nemico. Michelle mi ha insegnato a giocare, m’ha insegnato ad amare il mio corpo. Mi ha guarito.
Quando ci vede correre dietro ai nostri impegni, i suoi occhi lampeggiano d’ironia. Forse pensa: “Ma chi glielo fa fare a condurre una vita così complicata, ad andare in ufficio o a cercare lavoro per poi avere i soldi per poi poter mangiare? Basterebbe acchiappare un topolino…”
Il Tribunale dell’Inquisizione bruciava i gatti neri perché li considerava incarnazione del diavolo. Michelle è nera: ma, a vedere la sua eleganza, è difficile immaginare qualcosa di meno demoniaco. Credo che l’Inquisizione odiasse i gatti perché sono il contrario del fanatismo: indipendenti, distaccati e ironici. L’Inquisizione ha smembrato, seviziato, arso vivi esseri umani; eppure l’immagine di quei gattini miagolanti tra le fiamme è forse la più patetica, la più evidente rappresentazione di dove ha spinto la sua umana follia.