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Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291

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Louis Daguerre, Tipo di Carattere Inventore Agguerrito e Fotogenico

Louis Daguerre
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Louis Daguerre

Louis-Jacques-Mandé Daguerre (Cormeilles-en-Parisis, 18 novembre 1787Bry-sur-Marne, 10 luglio 1851) è stato un artista e chimico francese, riconosciuto universalmente come l'inventore del processo fotografico chiamato dagherrotipo.

Fu allievo di Pierre Prévost, il primo pittore francese di panorami. Pittore e scenografo teatrale sarà lui ad inventare a teatro l'utilizzo del diorama, una sorta di fondale dipinto con l'aiuto della camera oscura sulla quale venivano proiettate luci e colore di intensità diversa in modo da creare effetti molto particolari.

Aveva trascorso l'infanzia presso Orléans dove il padre era impiegato nella tenuta reale, mentre la madre Leda Seminò nell'ambasciata dello stesso. Iniziò a lavorare presso lo scenografo dell'Opera di Parigi, facendosi così una notevole esperienza nel campo del disegno e della scenografia.

L’Atelier de l'artiste, un dagherrotipo del 1837

Dal 1824 inizia a fare esperimenti per riuscire a fissare l'immagine ottenuta attraverso la camera oscura. Inizia una corrispondenza con Joseph Niépce, sei anni dopo la cui morte riuscirà a mettere a punto la tecnica che prenderà il suo nome, la dagherrotipia. Questa sarà resa pubblica nel 1839 dallo scienziato François Arago in due distinte sedute pubbliche presso l'Académie des Sciences e dell'Académie des Beaux Arts.

L'invenzione, resa di pubblico dominio, frutterà all'autore una pensione vitalizia.

Onorificenze

Prendono il nome da Daguerre

 La sua invenzione, il dagherrotipo

TRATTO  DA  :  PERCORSI

Movimento Italiano
(Il fermento tecnologico)


 

 

Nella storia della fotografia, l’Italia che ruolo ha avuto? Sicuramente di spicco. Basta un nome per ricordare: Gianbattista Dalla Porta. La “camera obscura” è una sua invenzione e si identificò come strumento fondamentale oltre che come stimolo concettuale. Anche se i tentativi di rivendicazione sul suo operato furono molteplici, alla fine i nomi che prevalsero furono Daguerre e Talbot.
In quel periodo Daguerre riuscì a riprodurre l’immagine ottenuta con la “camera nera”. La notizia di questo straordinario risultato d’oltralpe venne riportata sulla “Gazzetta privilegiata di Milano” del 15 gennaio 1839. La novità in realtà venne riportata inizialmente dal giornale parigino “Moniteur Parisien”, il 9 gennaio 1839, ovvero due giorni dopo la presentazione della dagherrotipia presso l’Accademia francese delle Scienze da parte di Arago, Biot e Humboldt. Il 6 gennaio 1839 fu data una breve anticipazione del processo sulla “Gazette de France”.
Anche in Italia prevalse l’invenzione di Daguerre su quella di Talbot (disegno fotogenico). Ciò dipese dal fatto che il processo di Talbot venne presentato anche più tardi rispetto a quella di Daguerre e vi erano scarse informazioni.
I due processi accolti con entusiasmo in realtà vennero confusi. A testimoniare ciò troviamo una nota sullo Zibaldone, ripresa dalla “Gazzetta piemontese” del 6 marzo, di Giuseppe Gioachino Belli, che alludeva alla carta come supporto del dagherrotipo, che invece utilizzava rame argentato.
A fare chiarezza fu Gaetano Lomazzi che nell’agosto del 1839 spiegò che cosa fosse il “disegno fotogenico” ma solo dopo aver tradotto un opuscolo di Talbot. Tale spiegazione però risultò approssimativa e peccava di dettagli.
In Italia, queste tecniche, non erano conosciute bene. Troppe supposizioni, troppe informazioni vaghe. Gli istituti scientifici in realtà erano i primi a voler dare una spiegazione ai meccanismi fisico-chimici sia del dagherrotipo che del disegno fotogenico. A Bologna, ad esempio, venne incaricato Enrico Baratta di redigere un rendiconto che poi venne esposto, sempre a Bologna, il 16 maggio 1839. Qualche mese dopo, a Napoli, presso la Regia Accademia delle Scienze, venne presentata la “Relazione intorno al dagherrotipo” curata da Macedonio Melloni, che in quel periodo si trovava in città in qualità di direttore dell’Osservatorio meteorologico vesuviano.
Il 6 Ottobre, a Pisa, il fisico Tito Puliti non solo lesse una breve descrizione teorica al Congresso degli Scienziati, ma aveva offerto una dimostrazione pratica, secondo la metodologia di Daguerre.
Tale esperimento fu ripetuto due volte e stupì gli scienziati che presenziarono poiché cercarono in tutti i modi di capire quale tipo di utilizzo potesse avere questa tecnica oltre che quella riproduttiva.
Non mancarono le rivendicazioni nazionalistiche. Ma la tecnica di Daguerre venne subito difesa dal Conte Alessandro Cappi, segretario dell’Accademia di Belle Arti di Ravenna.

Gianbattista Dalla Porta

Si dovette accettare quindi l’abilità francese e quella britannica e quindi la dagherrotipia ed il disegno fotogenico (perfezionato nel 1841 con la calotipia), utilizzati entrambi in quel periodo per ritrarre paesaggi e architetture e fissare la fisionomia verosimile nei ritratti delle persone.
Il procedimento di Daguerre venne reso noto soltanto il 19 agosto 1839, mediante la relazione di Arago alle Accademie delle Scienze e delle Belle Arti riunite a Parigi, ma il giorno dopo erano già pronte le copie in vendita dei manuali di Daguerre con la descrizione dettagliata del processo dagherrotipico.
Un libraio genovese, di origine francese, Antoine Boeuf, riuscì ad ottenere una copia originale del manuale ricavandone un opuscolo di quarantasei pagine, ormai introvabile.
Le principali fasi della tecnica dagherrotipica, vennero però descritte anche su “Il Politecnico”, a cura del direttore Carlo Cattaneo, in data non precisata ma comunque dopo il mese di agosto ovvero quando il segreto era stato reso pubblico.
La traduzione italiana del libro finalmente venne agli inizi 1840 grazie ad Antonio Monaldi favorendo così la diffusione e la volgarizzazione.
Sempre nel 1839 venne pubblicata a Bologna in due momenti – 31 agosto e 04 settembre – un riassunto delle due tecniche, mentre a fine ottobre, Giovanni Minotto, a Venezia integrò con la voce Fotografia il “Supplimento al nuovo Dizionario Universale Tecnologico e di Arti e Mestieri”, dedicandovi venticinque pagine.
Altri studi furono condotti da Luigi Brenta, che scrisse l’Elettro-magneto-tipia in cui trattava i segreti del dagherrotipo, e da M.A. Gaudin, che stilò un trattato tecnico completo, tradotto poi da Carlo Jest ed edito da suo padre Enrico Federico. In questa traduzione fu inserita un’appendice riguardante i processi fotografici, in cui si trattava della calotipia, che veniva quindi distinta dalla dagherrotipia.

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Fabrizio De André - Un Chimico - youtube.com
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