Ma sbaglia chi pensa che dietro questo lascito di polemiche incomba solo e univocamente gli appetiti personali o l’idea che si possa condizionare il conclave in un certo modo. Perché, in realtà, e su questo gli uomini che guidano la Chiesa lo sanno molto bene, le questioni che la Chiesa dovrà affrontare non più in un futuro lontano ma nel presente attuale, sono appunto dei temi che “scottano” rispetto alla storia e alla tradizione millenaria della Chiesa cattolica.
Al suo interno la Chiesa dovrà, prima o poi, porsi il problema del ministero petrino e della collegialità dei vescovi, così di come le donne potranno dare una spinta innovativa all’annuncio del Vangelo, e prima o poi bisognerà pur parlare del celibato dei preti, argomento spinosissimo ma ormai dibattuto serenamente da gran parte del popolo cattolico. Né di poco conto è all’ordine dei lavori una vera e riconosciuta presenza laicale all’interno delle decisioni più importanti che i pastori prendono. Al di là del solito ritornello “Concilio sì-Concilio no”, le questioni sul tappeto sono le solite, verrebbe da dire, di sempre. Quelle che, cinquanta anni fa, il Concilio Vaticano II aveva dibattuto con coraggio e lealtà. Mentre al suo esterno la Chiesa dovrà parlare in modo più schietto di ecumenismo e dialogo inter-religioso.
Insomma, le questioni ci sono e non sono questioni da poco. C’è di mezzo il futuro dell’annuncio del Vangelo del mondo. Forse, dicono i riformatori più convinti, anche il futuro di una Chiesa finalmente lontana dai suoi lacci con il potere temporale, che offusca, a volte, l’immagine della Chiesa sposa del Cristo.
Questioni forti che stanno producendo nelle comunità ecclesiali un altrettanto fermento ideale sul come uscirne fuori, ma non altrettanto, per esempio, nella teologia tradizionale, che ancora risente di un clima conservativo che ne limita libertà e profezia.
Qualcuno, per esempio un laico come Ernesto Galli della Loggia, propone attraverso le pagine del Corriere della Sera, che per uscire fuori dalla stagnazione attuale basti modificare l’elezione del papa in conclave, ampliando la possibilità di votare anche ai vescovi di tutto il mondo. Questo consentirà al papa prossimo di non sentirsi accerchiato dagli intrighi di curia, essendo eletto da un numero vastissimo di elettori che rappresentano, a loro volta, le comunità ecclesiali di residenza.
In realtà, e non da oggi, rispetto a soluzioni burocratiche e tecnicamente legate all’architettura della Chiesa, fa eco una serie di personalità e di idee, per lo più legate a esperienze di preghiera e di silenzio, che con coraggio e libertà indicano la via di un nuovo annuncio del Vangelo che passi per le “forche caudine” della radicalità evangelica. Enzo Bianchi, priore della comunità di Bose, lo predica da anni. I monaci camaldolesi, soprattutto oggi che il nuovo priore è il giovane dom Alessandro Barban, ne fanno un motivo di orgoglio e impegno da sempre. Il cardinale Gianfranco Ravasi ha saputo trovare un metodo esegetico e quindi “pastorale” che faccia dialogare mondo e cultura, fede e storia avendo davanti solo unicamente il Vangelo e sembra, oggi, l’unico ad aver preso il posto di un uomo e profeta della statura del cardinale Carlo Maria Martini.
È possibile, dunque, che la Chiesa ricominci a parlare di Gesù non nelle stanze ovattate del potere ma nel deserto del cuore degli uomini di oggi?
Non sono, queste, discussioni da teologi astratti. Sono, invece, il campo di battaglia del prossimo conclave. E il prossimo papa non potrà non tenerne conto.