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Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291

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NATALE 2011 : DEDICATO A DON GIUSEPPE NARDIN

 

Ho  conosciuto  personalmente  don  Giuseppe  Nardin,  ancor  prima  che  venisse  eletto  abate,  quando  frequentavo  i  gruppi  giovanili  presso  la  Basilica  di  San  Paolo  fuori  le  mura.  Era  l'animatore  del  gruppo,  una  persona  veramente  stupenda,  sempre  disponibile  ad  aiutare  tutti.

Sono  andato  a  trovarlo  all'ospedale  pochi  giorni  prima  che  morisse.  Il  male  lo  aveva   reso  irriconoscibile  ma   non  gli  ha  impedito  di  celebrare  la  Santa  Messa  sul  letto  di  morte  fino  all'ultimo  giorno.

 

Riccardo

 

   Ricordando Giuseppe Nardin. Una vita dedicata al servizio di Dio e della

Chiesa

di Maria Teresa Pontara Pederiva

in “Vatican Insider” del 18 dicembre 2011

Non era stato uno dei Padri conciliari, eppure lo spirito del Vaticano II l’ha incarnato per tutta la

vita. Ma padre sì, se inteso come paternità dell’abate tracciata da san Benedetto.

Avrebbe compiuto 80 anni in questi giorni dom Giuseppe Nardin, abate di san Paolo fuori le Mura a

Roma. Da molti considerato un perdente per via delle sue forzate dimissioni. Uno dei tanti testimoni

della storia del popolo di Dio in cammino. Uomo capace di profezia che guardava lontano oltre gli

angusti spazi che immaginava sempre più ampi. Un cristiano in attesa di una riabilitazione che

verrà, ne siamo certi, come accaduto ad un suo conterraneo accomunato a lui dalla scelta di vita

religiosa, il beato Antonio Rosmini.

Una vita dedicata al sevizio di Dio e della Chiesa quella di Nardin, ricordato da molti per

l’umanità feriale con cui si relazionava alle persone e il senso della

giustizia con cui affrontava i

problemi. Uno che definiva il monaco “una persona che vive nel tempo di Dio con un orecchio in

ascolto del tempo del mondo”. Che aveva coniato il termine di “monachesimo pastorale”, convinto

della necessità di un ritorno alle origini dell’autentico spirito di san Benedetto quando i monasteri

non erano in clausura, bensì aperti al territorio circostante

(“la vita monastica si distingue per un

servizio tradizionale che è quello dell’ospitalità”).

Che aveva portato la parola “rinnovamento”

all’interno del dicastero vaticano per i religiosi, dove aveva lavorato per oltre 25 anni come

segretario di ben tre cardinali prefetti, al servizio di Superiori e Superiore Maggiori in Europa e

Nordamerica.

Originario di una piccola valle del Trentino, dalla gente di montagna aveva ereditato la

determinazione e il coraggio di fronte alle difficoltà, e “teutonico” era il termine con cui lo

definivano alla CE

I: per 7 anni membro di diritto in quanto abate, allora ordinario, dell’Abbazia

nullìus

di San Paolo (prerogativa poi tolta alla sua morte), a raccogliere l’eredità di Giovanni

Franzoni. Un uomo-monaco che aveva sempre lavorato sodo, più spesso dietro le quinte (come al

Convegno ecclesiale di Loreto nell’85), per nulla alla ricerca di gloria e potere terreni. Uno che

aveva compiuto scelte controcorrente, nella fedeltà alla coscienza e alla santa Regola, declinate

quotidianamente dalla responsabilità dell’abate. Un uomo “mite” che ha incarnato lo spirito delle

beatitudini sulla “via dell’umiltà” indicata da san Benedetto. Nella contemplazione che diventa

missione nella storia. “

Chi è contemplativo, autenticamente contemplativo, è di conseguenza anche

apostolico. Chi è apostolico, veramente tale, non può esserlo se non è profondamente

contemplativo”.

Dal Sant’Anselmo a Roma, aveva salutato l’annuncio dell’indizione del Concilio (in occasione

del Natale 1961) con l’entusiasmo di chi, nella tesi appena discussa – tesi carica di riferimenti

a Mounier, Maritain

, ma anche al Trattato di Roma che istituisce la Comunità Europea e

all’attività di organismi internazionali come l’ONU – aveva dedicato un intero capitolo al tema

dell’

aggiornamento: “perché la Chiesa possa rispondere ai bisogni d’oggi”.

Un rinnovamento che

vedeva dettato dalla carità: “

i Fondatori hanno ideato e realizzato i loro Istituti per venire incontro

alle emergenti e incalzanti difficoltà della Chiesa, si adattarono a quei bisogni. In ogni settore c’è

da rimanere immobili nella fedeltà all’essenziale, rinnovandone sempre lo spirito; c’è invece da

mutare ciò che è accidentale”.

Di qui il “rinnovamento della vita religiosa” che è stato il suo primo, non certo l’unico, obiettivo

ecclesiale. Dall’esperienza benedettina, il cui cuore riassumeva come “

ricerca di Dio e servizio

all’uomo

”, derivava gli elementi fondamentali per la vita del monaco: “

dobbiamo essere molto

vicini alla gente, dobbiamo essere capaci di farci prossimi, non con tanti servizi, ma con servizi

significativi, soprattutto a contatto con i più poveri

”. Un monachesimo scuola di umanità, ma ben

radicato “nella” Chiesa; scuola di preghiera “

perché gli uomini pellegrini del nostro tempo,

chiedono che si offra loro una possibilità di incontro con i valori autentici della vita”.

In altre

parole il

monachesimo pastorale:

un monachesimo che ha fatto la storia d’Europa, perché nucleo di

promozione umana, ospitalità e cultura, chiamato anche oggi a costruire il presente e preparare il

futuro, a patto di continuare ad incarnarsi e attrezzato a fornire risposte adeguate. “

Stiamoci,

non

scappiamo!

”, dirà ai religiosi, perché “

il nostro posto è in mezzo alla gente e lo Spirito ci incarna

nella storia, ci chiama a camminare nella realtà, non a sorvolare

”.

E dalle parole passava ai fatti: mentre il disagio avanza nelle borgate romane, a cominciare

dal suo quartiere Ostiense sede della Basilica, la fondazione dei

Gruppi San Benedetto per

l’accoglienza di ragazzi a rischio.

Attento alla condizione femminile, diventa assistente centrale

della ACISJF (

Association Catholique Internationale de Services à la Jeunesse Féminine

)

l’organismo di volontariato fondato a Friburgo nel 1896 per la tutela della donna, promosso in Italia

dal 1902 a Torino, su azione di Giuseppe Toniolo.

Fin dall’istituzione nel 1968, collabora col SAF, associazione che nella zona di Roma si occupa

di consultori familiari di ispirazione cristiana, dei problemi della coppia, del disagio familiare,

di maternità e paternità responsabile, di preparazione al matrimonio.

Si adopera per l’apertura

dei primi Consultori pubblici e mostra l’urgenza di un’assistenza sociale. Lavora con la Caritas

nazionale di Giovanni Nervo, e con quella romana di Luigi Di Liegro; nel 1986 entra nel Consiglio

nazionale prima come delegato dei religiosi italiani, poi con l’incarico per la famiglia: sarà questo

uno dei suoi impegni più appassionati negli ultimi anni di vita.

L’intuizione del ruolo centrale della famiglia anche a livello pastorale lo porta a fondare l’

Institutio

Familiaris

,

una scuola di formazione per operatori familiari. Uno degli allievi sarà un altro

trentino, don Sergio Nicolli dal 2002 al 2009 alla guida dell’Ufficio Famiglia della CEI.

Non solo rinnovamento per la vita religiosa, bensì dell’intero popolo di Dio. Di qui la promozione

di un laicato adulto e consapevole in linea con il Concilio e la costituzione della Fraternità

Monastica Missionaria, una comunità di persone singole e/o consacrate e intere famiglie: punto di

riferimento la comunità della prima Chiesa di Gerusalemme sulla traccia della Regola del Santo da

Norcia.

Alla sensibilizzazione sulle novità del Concilio affianca l’approfondimento della figura di san

Paolo, della cui tomba era divenuto custode. Da lui deriva l’imperativo all’impegno ecumenico:

insieme al pastore Renzo Bertalot e Maria

Vingiani del SAE, rende la Basilica di San Paolo – già

sede dei Colloqui Ecumenici Paolini avviati da Franzoni - un luogo per incontri di preghiera e

dialogo (aperti a tutti come pure la Comunità di Base) e un centro di diffusione delle

traduzioni della Bibbia in lingua corrente dell’ABU. La nuova Traduzione Interconfessionale

fu da lui presentata nella basilica di San Paolo il 29 giugno 1985, anno internazionale dei

Giovani.

Il suo “monastero dalle porte aperte” subirà una battuta di arresto al momento delle dimissioni

nell’87 (lo stesso anno di quelle di un altro religioso trentino, Alex Zanotelli, dalla direzione di

Nigrizia), ma Nardin ha continuato per tre anni a girare l’Italia ospite di amici e confratelli con cui

aveva condiviso tante scelte di frontiera: un nome fra tutti, il vescovo Tonino Bello. “

Quando

venne messo in disparte, meglio apparve la sua luminosa figura di uomo, di cristiano, di

religioso” ha detto di lui Alessandro Maria Gottardi, arcivescovo emerito di Trento,

nell’orazione funebre al paese natale di Faver. Solo il cancro ha spento prematuramente la sua

vita a 58 anni nel 1990.

Pontara Pederiva Maria Teresa,

Giuseppe Nardin monaco nella storia. Un benedettino sulla

frontiera del rinnovamento

, Itinerari EDB 2010, pg 160.

 

► 4:06► 4:06
www.youtube.com/watch?v=2xY7weqXKWU20 mar 2010 - 4 min - Caricato da giuli110

 

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