Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291
Ho trovato su internet queste informazioni in inglese ed in italiano relative al libro di Mark Tedesco sulle sue esperienze a San Vittorino. Sembra di essere tornati da un viaggio nello spazio. Forse il Vaticano non avrebbe mai pensato che una storia di trent'anni fa ritornasse alla ribalta.
Probabilmente anche Mark Tedesco ha bisogno di elaborare il suo passato attraverso la scrittura, come è capitato a me.
Può anche darsi che questo libro contribuisca a chiarire tanti lati rimasti oscuri della vicenda, che ha coinvolto Fratel Gino Burresi, non dico di no.
Sono i famosi nodi che tornano al pettine, di cui ha paura il mio amico del giaguaro.
Caro amico, se tu non elabori il tuo passato, ne rimarrai sempre prigioniero ed avrai paura di pensare, morirai senza aver costruito niente, facendo compiere le opere solo a Dio, non difendendo i tuoi simili, non facendo fruttare i talenti, che Dio t'ha dato. E' troppo comodo vivere così, scaricando tutte le responsabilità sulla Chiesa e sul Papa. Ricorda, caro amico del giaguaro, che anche Gesù ha avuto bisogno d'aiuto, sia sul calvario che sulla croce, quando ha esclamato : Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?, eppure era Dio e non aveva nulla da temere e non aveva bisogno di difensori, però ha avuto paura anche Lui ed ora chiede anche il tuo aiuto.
Che Dio ti illumini!
Riccardo
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Quel desiderio innegabile:
My Journey to and from the Priesthood Il mio viaggio da e verso il sacerdozio
Mark Tedesco Marco Tedeschi
Category: Memoir/Gay Issues Categorie: Memoir / tematiche gay
Format: Paperback, 210pp, 5 1/2 x 8 1/2 Formato: Paperback, 210pp, 5 1 / 2 x 8 1 / 2
ISBN: 978-0-89733-599-7 ISBN: 978-0-89733-599-7
Price: $16.95 Prezzo: $ 16,95
Informazioni sul libro
“You will laugh, you will possibly cry, and you will undoubtedly come to learn from the struggle both without and within. "Si ride, si forse piangere, e tu sicuramente ad imparare dalla lotta sia senza che all'interno. This book is quite well-written and addicting from page one. Questo libro è molto ben scritto e avvincente da pagina uno. I could not put it down.” Io non riuscivo a smettere. "
—Jason Ruel, Gay/Lesbian Editor, Bella Online Jason-Ruel, Gay / Lesbiche Editor, in linea di Bella
“A rare and fascinating look into the soul of a man desperately searching for his happiness in others and the church before finally turning to himself.”—Tony McEwing, Fox News "Un raro e affascinante guardare nell'anima di un uomo alla disperata ricerca della sua felicità negli altri e la chiesa prima di girare finalmente a se stesso." Tony-McEwing, Fox News
“That Undeniable Longing is very personal . "Innegabile che il desiderio è molto personale. . . . . hard to put down.” difficile smettere. "
— White Crane Journal - Gazzetta gru bianca
This is a remarkably timely and fascinating personal story of a young man who became a priest and then discovered he was gay. Si tratta di una tempestiva e affascinante storia personale notevole di un giovane che divenne sacerdote e poi ha scoperto che era gay. He slowly came to the realization that the flesh and the spirit need not be at war and that in order for him to be a complete person he would have to leave the priesthood. Lentamente si rese conto che la carne e lo spirito non deve essere in guerra e che, per lui di essere una persona completa che avrebbe dovuto lasciare il sacerdozio.
This gripping memoir begins when the author leaves his home in California at the age of nineteen to enter a seminary on the outskirts of Rome. Questo libro di memorie di presa comincia quando l'autore lascia la sua casa in California all'età di diciannove anni di entrare in un seminario alla periferia di Roma. The seminary has a resident “saint” who is later discovered to be far more human than spiritual. Il seminario ha un "residente" santo che è poi scoperto essere molto più umano che spirituale. The author struggled with his commitment by suppressing his emotional needs and thought about changing his career path. L'autore ha lottato con il suo impegno, sopprimendo i suoi bisogni emotivi e pensato di cambiare il suo percorso di carriera. But eventually he continued as he had begun and attended the north American College, the Vatican's premier American seminary. Ma alla fine ha continuato come aveva iniziato e ha frequentato il Collegio Americano del Nord, il premier americano seminario del Vaticano.
An engrossing true story of one man's struggle with his emotions and the Church, Tedesco ultimately finds a redemptive peace and happiness. Una vera storia avvincente della lotta dell'uomo uno con le sue emozioni e la Chiesa, Tedeschi trova in ultima analisi, una pace redenzione e felicità. His journey touches on such matters as the search for meaning, spirituality versus humanity, faith in God and being gay. Il suo viaggio tocca su questioni come la ricerca di senso, della spiritualità contro l'umanità, la fede in Dio e di essere gay. now that the Vatican has banned gays from the priesthood, this story takes on new relevance. ora che il Vaticano ha vietato i gay dal sacerdozio, questa storia assume nuova rilevanza.
About the Author Chi l'Autore
Mark Tedesco now teaches history at a Los Angeles high school. Marco Tedeschi ora insegna storia in un liceo di Los Angeles.
Parresia e ipocrisia
Sussurrare all’orecchio o gridare sui tetti?
Eliseo Citton mccj Foggia
DIRE IN ASSEMBLEA LE VERITÀ, ANCHE QUELLE NEGATIVE
Parresia dal greco pan = tutto e reor = parlare, da cui anche retorica. Parresia significa “dire
tutto”, è un vocabolo che non c’è nel dizionario della lingua italiana. È frequente nel testo greco del
nuovo Testamento dove indica il "coraggio e la sincerità della testimonianza". È stato molto usato
nella tradizione cristiana specie agli inizi! Ipocrisia: dal greco hypòcrisis, "recitare una parte".
Capacità di simulare sentimenti e intenzioni benevoli, moralmente buone, allo scopo di ingannare
qualcuno per ottenerne la simpatia o i favori. La persona falsa che simula doti e virtù che non
possiede. Hypocrites era l'attore del teatro greco.
Tanti segreti piccoli e grandi, quanti segreti seri e banali costringono anche oggi uomini e
donne ad indossare maschere, ad aver paura della “parresia”. “Segreti” molto spesso di “Pulcinella”
che incatenano in un circolo vizioso di ambivalenza costante che rende oscura, cupa e sterile la vita
delle persone, di gruppi, famiglie e istituzioni di ogni genere per anni e anni.
Il “buon senso” della metodologia divina si è premunita da questo pericolo educando i
“credenti” ad abituarsi a “parlare davanti all’assemblea”, perfino Dio vive questa prassi,
“Jahwè sialza nell’assemblea divina, giudica in mezzo agli dei”
(Salmo 82, 1). Dio esige questo anche dalfedele, quasi in un atto di forza, che pur non suonando bene alla nostra sensibilità odierna, in realtà
rivela che questo “bisogno di verità” è essenziale per l’uomo/a di tutti i tempi:
“il Signore svelerà ituoi segreti e ti umilierà davanti all’assemblea”
(Siracide 1, 28); in questo modo Dio cerca di faremergere l’ipocrisia (inganno) del credente. Questo “inganno diffuso”, che prima di tutto, fa male,
ferisce e devasta la vita di chi ne è prigioniero. Sono innumerevoli i testi sacri che descrivono,
attuano, comandano questa dinamica di apertura alla vita dicendo “tutta la verità” anche e
soprattutto le verità “negative”, oscure, caotiche, davanti all’assemblea (rompendo il segreto).
L’assemblea è dunque il luogo privilegiato dove si vive, si impara e si insegna la parresia. Il
recupero della “parresia” come dinamica ordinaria della vita è essenziale oggi per ritornare a Jahwè
(Dio) e fare esperienza di Salute/Salvezza integrali. È quello che chiede Gesù ai suoi. La parresia,
prima personale e poi in assemblea diventa l’ultima istanza di recupero della dinamica con il
“fratello”:
“Se il tuo fratello commette una colpa, và e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà,avrai guadagnato il tuo fratello; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni
cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo
all’assemblea; e se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un
pubblicano.”
(Matteo 18, 15-17). È anche quello che avviene normalmente nel “metodo alla Salute”con i GAS (gruppi alla salute), avviene durante la “supervisione” di singoli coppie e famiglie, e in
particolare attraverso la "teoria globale". La “teoria” (vedere/osservare/contemplare) nel suo cogliere
i meccanismi comuni della vita e le motivazioni profonde dell’agire, è un vero momento di
"parresia", di “dire”, “far vedere” e “accompagnare a riconoscere” “quello che è sotto”, “che è
nascosto”!
L'IPOCRISIA, IL LIEVITO DEI FARISEI
Un grosso ostacolo al recupero della “parresia” oggi è legato a un meccanismo delirante
indotto dalla mentalità (non solo religiosa) diffusa e costruita nel mondo organico precedente
(villaggio-mondo): il “senso di colpa”! Quel senso di colpa “ossessivo compulsivo” che ha generato
e genera nelle persone immani quantità di vergogna e di irrazionale "paura"! Vergogna che le
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confonde in profondità e le trattiene dall’essere quello che sono. Nel mio ministero di confessore ho
potuto constatare e constato continuamente che questa è una delle ragioni fondamentali che
impedisce “dal di dentro” la parresia nella vita delle persone, la cui “struttura interiore” è stata
seriamente sabotata da questo “virus epistemologico”!
Non è certamente parresia quella mentalità paesana e comaresca che si gode, si “soddisfa”,
gozzovigliando in maldicenze e mormorazioni, in operazioni di “taglio e cucito” che dissacrano il
mistero della vita, e devastano la capacità di relazionarsi in profondità! Non è parresia quel puritano
“stracciarsi le vesti” di chi fa finta di meravigliarsi e scandalizzandosi condanna duramente e senza
remissione la vita degli altri “per sentito dire” senza conoscerla, nascondendo così, forse, tanta
rabbia e l’invidia per non potere/sapere fare lo stesso! Non è parresia neppure quella mentalità
giornalistica assetata di scoop e di notizie che fanno colpo, ma che “tace” coscientemente e tiene
chiuse finestre su pezzi di verità che farebbero intravedere paesaggi dai colori molto diversi da
quelli che i servi dell’economia del capitale ha deciso che si deve far vedere. Ma non è parresia
neanche la mentalità da “confessionale”, del parlare all’orecchio, né lo spirito di inquisizione e
segretezza di molta prassi ecclesiastica (e di tanti “buoni”) fatta “a fin di bene”, si dice, o peggio
ancora “per il bene della chiesa”, della famiglia, della persona. No, non è questa la parresia per cui
tanti nostri antenati hanno dato la vita!
Per guarire dall’angoscia e dalla diffusa confusione di questo nostro tempo c’è bisogno di
parresia, solo questo atteggiamento può oggi liberarci dallo spirito “mafioso”, dallo spirito da
“società segrete” che è alla base di tanta "paura di vivere" … che si maschera dietro alla diffusa
"voglia di morire". È fondamentale vigilare su se stessi stando in guardia da quello che Gesù
chiama “lievito dei farisei” e liberarci dall’ambivalenza delle “maschere” dietro cui amiamo cercare
rifugio e nascondere la nostra vera storia, emozioni, bisogni … identità:
“…Gesù cominciò a direanzitutto ai discepoli: ‘Guardatevi dal lievito dei farisei che è l’ipocrisia. Non vi è nulla di nascosto
che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto. Pertanto ciò che avete detto nelle
tenebre, sarà udito in piena luce; ciò che avete detto all’orecchio nelle stanze più interne, sarà
annunciato sui tetti …’”
(Luca 12, 1-3)L’ambivalenza/ipocrisia (lievito dei farisei) tipica dei religiosi e di ogni istituzione sicura si
sé, forte, “assoluta”, è un meccanismo cronico che ci fa diventare ossessionati sabotatori del nostro
stesso cambiamento/crescita, l’ipocrisia ci allontana dalla vita e ci chiude la conoscenza della realtà!
Ecco perché la parresia è stata, è, e sarà la porta di ingresso alla “profondità”, alla vera spiritualità.
Gesù non usa mezzi termini nel mettere in guardia da questo meccanismo individuando proprio nei
“religiosi” del suo tempo, le persone che più radicalmente ne erano vittime.
È incredibile come, ad oggi, il tenere “sotto segreto”, il parlare alle spalle e nelle orecchie (al
confessore) nelle stanze più interne (confessionale), sia ancora incredibilmente parte di tutta una
mentalità religiosa rigida incapace di accompagnare in percorsi di metanoia/cambiamento,
soprattutto le situazioni complesse che la vita oggi presenta.
Solo la verità “libera”, e permette di uscire da questo tipo di ambiguità che è comune della
mentalità (non solo religiosa) da cui proveniamo nella quale per “non offendere”, “per non far star
male l’altro” –si dice-, si gira intorno alla verità, sottacendo la nostra paura di dire “pane al pane e
vino al vino”, “
si, si! No, no!” (Matteo 5, 37).LA VERITÀ CI FA LIBERI
Questo è alla base della diffusa esperienza di "amore condizionato" che manomette le
fondamenta della struttura personale profonda degli umani. Questa “devastazione” oggi, è sempre
più visibile: molti individui sono così frantumati da trovarsi a vivere “disorientati”, sull’orlo della
“disperazione”, cresce il senso di “soffocamento” e di “non senso”, viene messa sempre più in atto
la “voglia di auto distruzione” e di “violenza distruttiva”. Dovremmo almeno dubitare su quello che
continuiamo a chiamare “amore”, e sulla sicurezza che ostentiamo nel difendere quel nostro
dichiararci “capaci di amare”. Dietro si nasconde spesso la grande paura di lasciarci amare e di
amare che sperimentiamo nelle nostre profondità! Questa è la ragione che spinge molti a far di tutto
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per tornare indietro e a cercare di diventare ancora “infanti”, di ritornare in quella condizione
primordiale in cui abbiamo avuto la prima esperienza d’amore!
“Infantile” (che non parla) non descrive la “reale” condizione di nessun bambino, bensì
quello che l’adulto dice del bambino. In realtà sta parlando di sé. Perché “infantile” è un termine
che descrive molta condizione adulta. Quella di tutti gli adulti che vivono esuli da se stessi, legati
dalle catene della "ambiguità", eterni bambini affascinati e spaventati allo stesso tempo dalla
possibilità di diventare adulti!
Questa, secondo me, è una radice profonda del “disagio diffuso” di questo nostro tempo, e
causa della diffusa mancata esperienza di salvezza personale e collettiva. Naturalmente sfugge alla
consapevolezza ordinaria, ma, oggi non è più possibile non fare i conti con questa verità beandosi
dell’illusione di “essere stati amati incondizionatamente”, dell’illusione di “essere capaci di amare”.
L’amore incondizionato è qualcosa che viene col tempo, che si impara accettando il prezzo della
verità … della “croce”, del dolore! La “parresia” è oggi precondizione imprescindibile di ogni
percorso di “salute/salvezza” su tutti i piani, da quello individuale/personale a quello pubblico, da
quello politico/sociale a quello religioso! Occorre il semplice, ordinario, quotidiano coraggio della
“parresia”, lo “chiede”, anzi lo esige costantemente perfino la giustizia ordinaria: “giuri di dire la
verità, "tutta" la verità, solo la verità, nient’altro che la verità! Dica lo giuro”
In verità l’ipocrisia ci fa comodo e ci è utile, nel senso che ci permette di rimanere nelle
soluzioni di vita che già abbiamo costruito, ci da un buon motivo per “rifiutare” il cambiamento, per
non accogliere il nuovo, l’inedito! È come il vino “vecchio” che ci piace non necessariamente
perché è buono e genuino, ma perché ci abbiamo fatto il palato!
“Nessuno poi che beve il vinovecchio desidera il nuovo, perché dice: il vecchio è buono!”
(Matteo 5, 39). L’ipocrisia come“soluzione di vita” che ci permette di rimanere ambivalenti è molto diffusa. Non ce ne vogliamo
liberare facilmente perché è solo nell’ambivalenza che possiamo attingere la forza e difendere a
denti stretti l’ultima possibilità di restare attaccati all’infanzia, l’ambivalenza di cui si fa “paladino”
l’ipocrisia è un espediente efficacissimo inventato per auto-darci il permesso di non diventare
adulti!
“In realtà, la maggior parte dei problemi che ci tormentano sono quelli che vogliamo avere:
siamo vincolati alle nostre difficoltà in quanto sono loro che formano la nostra identità, sono loro
che ci consentono di definirci in quanto persone con un determinato carattere. Quindi non c’è
niente di strano se qualcuno tenta di tergiversare e fa di tutto per sabotare l’atto
(la rigenerazione,il cambiamento ndr.)
. Uscire dai problemi implica modificare profondamente la relazione cheabbiamo con noi stessi e con il passato. La gente vuole smettere di soffrire ma non è disposta a
pagarne il prezzo, a cambiare, e desidera continuare a vivere in funzione dei suoi adorati
problemi”
(cfr. Alejandro Jodorowsky, La danza della realtà, Feltrinelli, 2004, p. 262).Ai Giudei che hanno creduto in Lui ma sono ancora troppo “pieni” delle loro tradizionali
“verità” per accogliere il kairos (grazia) della novità Gesù dice:
“…conoscerete la verità e la veritàvi farà liberi”
(Gv. 8, 32).SVUOTARSI DA VERITÀ ASSOLUTE
Questo nostro tempo è caratterizzato da troppe verità “assolute” che hanno paura di “aprirsi”
e confrontarsi. Preferiscono presentarsi come comprensione oggettiva "univoca" (una voce) di tutta
la realtà. Si tratta in realtà solo di un bluff, di un dismaturo tentativo di nascondere la paura dei tanti
colori e delle tante voci che la vita, che ogni situazione di vita, ha dentro di sé!
Se non cominciamo a riconoscere la nostra “paura delle verità degli altri”, se non iniziamo a
“ospitare” i colori “inediti” e non ancora conosciuti, ad ascoltare le voci e le lingue “nemiche”, se
rimaniamo nella paura di fermare il nostro sguardo anche sui volti “sconosciuti” e sulle maschere,
sarà una catastrofe! Continueremo ad “armarci contro” i nostri presunti “nemici” con armi
sofisticatissime. Continueremo a far fuori l’altro con l’ambivalenza vestita d’indignazione di chi si
scandalizza come il sommo sacerdote (Mt. 26, 65); con l’eliminazione asettica che mettiamo
silenziosamente in atto sotto forma di svalutazione del “colore” dell’altro; con l’intolleranza fatta
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passare per finta parresia o difesa “della” verità; con quella personale, strutturale chiusura
all’ascolto facendo pagare al nemico il nostro conto irrisolto, per cui non ti dico: “non ti parlo
perché io ho paura e mi riconosco confuso nel rapporto con te”, ma ti dirò: “Non ti parlo perché so
che delle mie parole te ne farai poco”!
Verranno giorni, e sono questi, in cui uccidere il nemico non sarà più un vanto né gloria né
festa! Sarà invece momento di lutto e lamento grande! Quando trovandoci vittoriosi sopra il corpo
senza vita del nostro avversario, scopriremo di avere sotto i piedi nostro fratello e, soprattutto, ci
renderemo conto che stiamo calpestando noi stessi!
Il mutamento strutturale in atto in questa nostra era e il conseguente mutamento
antropologico, rende indispensabile un coraggioso e radicale atto di “svuotamento” della mentalità
(delle mentalità), della Epistemologia (punto di vista) che fino ad oggi l’uomo/a ha elaborato per
vedere/interpretare e comprendere/modificare la sua vita e le sue scelte, la sua metodologia obiettivi
e missione nel “viaggio storico” della sua esistenza. Per chi si riconosce e attinge alla visione
cristiana questo aspetto è fondamentale per il “Nazareno”. Il “figlio dell’uomo” ha vissuto come
atto iniziale della sua avventura umana la “kenosi”, lo svuotamento (vedi Filippesi 2, 5-11).
Lo “svuotamento” (kenosi) è dunque requisito fondamentale necessario alla base di ogni
dinamica di “ospitalità” (di visitare e di lasciarsi visitare) e al tempo stesso è vero atto di ascolto
intimo, prolungato, attento, della reale condizione dell’altro. Se Gesù ha scelto il metodo della
kenosi per comunicarci efficacemente sé stesso e la salvezza/salute del Padre, non mi sembra
possibile che questo metodo non riguardi anche quanti oggi, vogliono ispirarsi a Lui.
Ringrazio Dio che è vita perché in questi ultimi anni della mia storia mi ha condotto dentro
ad esperienze piene di “sofferenza epistemologica”. Facendomi attraversare una crisi a tutto campo.
È iniziata anzitutto nella relazione con la chiesa (che ha in qualche modo vicariato la mia
famiglia di origine), in quella prolungata esperienza di sottomissione totale e paura, di disagio non
ascoltato né riconosciuto. Ma pian piano emerso in concomitanza ad abusi dovuti a una
metodologia missionaria univoca, alla dismaturità di noi “religiosi”, al sacramentalismo e
all’autoritarismo.
Questo ha messo le basi, e ha preparato il terreno per una ulteriore crisi, quella fondamentale
della relazione con me stesso, con il mio essere uomo. Grazie a questa crisi ho maturato, o forse ho
semplicemente riconosciuto dentro di me il bisogno di un “senso” nuovo da vivere anche nel mio
essere prete e missionario. Proprio in terra straniera, sono stato “obbligato” dalla vita ad “aprire gli
occhi” a riconoscere il valore della mia "terra d’origine" (io stesso), a “visitare” a “evangelizzare”
per la prima volta parti fondamentali del suo paesaggio: il mio corpo, le mie emozioni nascoste, i
miei sogni più veri, dimensioni profonde “non risolte” messe da parte per tanto tempo. È stato un
dramma umano vivere per la prima volta la “dolce”, “caotica”, “sacra” avventura del prete trentenne
che si innamora e si trova a dover fare i conti sia con una adolescenza mai attraversata che, in
ritardo, reclamava il suo diritto di vivere, sia con l’ignoranza e incompetenza su queste dinamiche
vitali da parte degli "accompagnatori".
E infine la crisi con la mia famiglia d’origine dove nell’affrontare delicate ferite di oggi è
emersa l’antica debolezza e fragilità di legami e rapporti considerati e vissuti per anni come solidi e
profondi. Ma che se tali erano realmente, non avrebbero ceduto di colpo di fronte alla complessità
di fatti comuni, "normali", legati ai cambiamenti e alle sfide di oggi.
Tutto questo mi ha aiutato a “svuotarmi” da identità “divine” assolute, onnipotenti,
onniscienti e onnipresenti, e a vestire l’umile condizione umana. Mi ha aiutato a tornare ad essere,
prima che “prete”, prima che “missionario”, “uomo”! Mi sono come “svegliato” dal sonno (vedi
Rom. 13, 11).
È stato per me importante rendermi conto e, pian piano, accettare la delusione che per la
maggior parte delle persone, non sono stato (e non sono) importante per quello che “io sono”, ma
per il ruolo, per il vestito che indosso, per ciò che rappresento, per il prestigio che la mia immagine
può dare. Come è brutto sentirsi trattati come una “medaglia” da indossare, essere “usato” … “non
riconosciuto”. Questa esperienza è angosciante, avverti a pelle che la parte più profonda di te, “chi
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tu sei”, in quel momento non interessa. Non interessa cosa stai vivendo, che sentimenti provi, come
stai … non interessa niente il tuo corpo, vogliono solo approfittare delle tue vesti.
“Dopo averloquindi crocifisso, si spartirono le sue vesti tirandole a sorte”
(Mt. 27, 35).GRANO E ZIZZANIA INSIEME
Me ne sono reso dolorosamente conto anche recentemente, quando, dopo aver speso energie,
tempo, pianti per mediare una situazione complessa nel tentativo di accompagnare un mio carissimo
amico e la sua famiglia a saldare debiti antichi, conti col passato che lo stanno devastando. Il
risultato è stato un gelido irrigidimento e rifiuto totale non solo della mia mediazione ma anche
della mia persona. Mi ha scritto:
“Caro Eliseo tu sei entrato come l’amico prete dalla porta dellamia casa, nella mia famiglia, per il sacramento che hai ricevuto, ed è per questo che ti abbiamo
voluto bene, perché nel tuo essere Missionario vedevamo prima di tutto un uomo di Gesù, apostolo
della santa Chiesa di Cristo, fedele alla sua famiglia, con vocazione per l’Africa (reale)!
Primariamente per questo avevi libero accesso alle nostre famiglie …”
(Attilio Regolo).In queste parole ho sentito presa a sassate, “crocifissa”, la mia umanità. Ho sentito il
disprezzo verso quella parte di me che anch’io, per tanti anni, avevo “crocifisso”, svalutato e messo
a tacere per “far piacere” a chissà chi, non certo al Dio di Gesù, il Dio che si è fatto “carne” (Gv. 1,
14)! Mi sono come sentito “tradito” da colui che ha intinto con me nel mio stesso piatto il suo
boccone. Ma ciò che è più doloroso, l’altra verità, è la crescente consapevolezza che anche dietro
alla vocazione più vera e a ogni scelta altruistica, dietro a ogni facciata di perbenismo c’è dell’altro!
L’altra verità, quella “oscura” davanti alla quale anch’io vorrei nascondermi e non vorrei
riconoscere, è che io stesso, sì, proprio io, proprio Eliseo, per tanto tempo mi sono disfatto, ho
svenduto la mia ricchezza interiore costruendo il mio valore fuori di me, cercandolo fuori … ho
curato il vestito, l’immagine, e ho trascurato il corpo. “
Perciò vi dico: per la vostra vita nonaffannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che
indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito?”
(Mt. 6, 25). Questo“atteggiamento diffuso” è alla base della enorme difficoltà odierna a superare tante ambiguità, è alla
base della paura di “diventare adulti”, è fonte di dismaturità e di tanta, tanta “voglia di morire” che
non è altro che “paura di vivere”!!! Chi osa far venire alla luce queste verità, chi osasse pensare (e
dire) che la chiesa di Gesù è molto meglio simboleggiata dalla “riva del mare” che dalla Basilica di
San Pietro, chi osa fare scelte per uscire dall’ambiguità e diventare adulto, diventa un pericolo
pubblico, un nemico che va “eliminato” o peggio “prudentemente neutralizzato”!
La verità, come l’amore, non grida, non alza la voce, non si mette in mostra, né sceglie i
“primi posti”, la trovi solo se hai il coraggio di andare oltre la scorza, solo se svuotandoti ti lasci
riempire dall’invisibile! La verità (come l’amore) non è qualcosa che possiamo comprare e poi
“usare” per darci valore o per toglierlo agli altri. La verità è, e basta. Vuole semplicemente essere
“riconosciuta”. Solo all’interno del “riconoscimento” può succedere il miracolo di quell’incontro
che genera Salute/Salvezza! Oggi è indispensabile accogliere la “visita della verità”, soprattutto
quando ci viene incontro vestita male o con la maschera del suo opposto. A me è successo proprio
questo quando a dicembre ho ricevuto la risposta di un mio amico al fondo comune “Salvare il
mondo di oggi con il mondo di oggi” (Limax dic. 2004) che gli avevo condiviso in anteprima.
Queste parole “dure” che condivido qui sotto sono state per me una opportunità unica per aprirmi
realmente a ciò che non si vede, alla dimensione “trasversale” dell’invisibile, alla parresia. Di
aprirmi all’ospitalità di quel nemico che sono “le idee dell’altro” e la sua “parzialità”, “fallibilità”!
Non è un caso che al cuore della predicazione e della prassi vissuta dal Nazareno ci sia proprio
questo “capovolgimento” di metodo, di mentalità: “
Avete inteso che fu detto: amerai il tuo prossimoe odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici …
” (Matteo 5, 43-44 vedi anche Luca,6, 27-35 e Levitico 19, 18). Questo comando di Gesù non è piovuto giù dal cielo ma è stato da Lui
raccolto dalle viscere della Vita e della sua esperienza umana. Aprirsi all’ospitalità di questo
nemico oggi è fondamentale per fare esperienza di Salvezza/salute, per essere adatti al Regno di
Dio! Davanti a queste parole di Attilio è stato per me fondamentale cambiare metodo e punto di
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vista, questo mi ha permesso di vincere la tentazione di chiudere gli orecchi, di giudicarlo e di
negare l'ospitalità al suo punto di vista: “
[…] Ti scrivo una considerazione anche sull’allegato“Salvare il Mondo di Oggi con il Mondo di Oggi” che mi hai mandato. Mi sembra un mare di
parole, per dire che cosa? … Nulla! Se non il tuo disagio profondo, in una miscela di psicologia e
religioni. Questo disagio profondo, dicono i santi antenati anche tuoi, si vince in ginocchio davanti
al Tabernacolo, e pendendo, nonostante tutto, dalle labbra del fratello che, per provvidenza, ti trovi
come Padre
(superiore ndr). San Bernardo di Chiaravalle (un antenato del 1.100) scriveva ad uncanonico (si chiamava Ogero) che aveva rinunciato al ministero pastorale per un suo progetto
(rimanere nella solitudine): ‘non vi è peccato di superbia peggiore di questo, perché hai anteposto
il proposito tuo a quello di Dio, preferendo godere la tua quiete anziché prestare a lui quel servizio,
per il quale ti aveva scelto’. (lettera 87,5). Se posso darti un consiglio, è quello di curarti davvero e
cambiare psichiatra; altre modalità di approccio magari aprono orizzonti e possibilità nuove. Non
volermene, sono pensieri che mi hai suscitato. Non verrò certamente da te per fare quello che vuoi
fare, non mi interessa! E se puoi, quando ci troviamo prova a non riempirci delle tue parole, dei
tuoi commenti e delle tue scenografie; restare all’essenziale aiuta, se diciamo un rosario è il
rosario, se partecipiamo alla messa è la messa. Queste cose cambiano il cuore! Perché non è con il
nostro fare che succedono i miracoli; sono come un bel mattino; capitano senza che abbiamo fatto
nulla; il buon Dio ci ama sempre nonostante noi”.
(A. Regolo).Dietro a queste parole c’è una “realtà invisibile trasversale”, non detta, che anch’io ho
rischiato di non cogliere quando in un primo momento ho permesso a queste parole di farmi del
male e mi stavo rifiutando di “ospitarle”. Purtroppo nella vita mi ero abituato ad ospitare solo verità
“giuste”, “dolci” e “tenere” e questo ha frenato tantissimo la mia crescita verso l’adultità. Oggi
riesco ad ospitare con più libertà nel mio campo “
grano e zizzania insieme” (Matteo 13, 24-30)senza l’angoscia di dover fare il lavoro che spetta alla Vita, a Dio! Lettere come questa di Attilio ma
anche quelle “positive” di altri, non sono più per me “la” verità su ciò che ho scritto o detto, nè la
verità su di me, su chi sono io, sul mio “valore”, sono “una verità” … sono semplicemente un
colore, una voce di un universo (pluriverso) più grande che sono io, che è la vita, che è ogni vita!
Sono soprattutto una piccola parte visibile di un invisibile che trasversalmente percorre, mostra e
nasconde, compenetra ed è penetrato, da infinite altre dimensioni dell’essere!
Ci siamo come abituati, costretti, a non “ascoltare”, ci sfuggono oramai tutte le verità che dicono
“altro” rispetto a ciò che già sappiamo, che parlano sottovoce, che sbocciano lentamente, quelle che non
gridano e non si fanno strada con la forza, quelle che aspettano il “tempo favorevole”, quelle che se ne
stanno “fuori”, ad aspettare infreddolite attendendo pazientemente che qualcuno gli apra la porta di casa!
Tutte le verità custodite sotto le ceneri di avvenimenti complessi ridotti a piccoli pezzetti di verità banali e
univoche che come cenere coprono verità brucianti di cui ha bisogno di essere liberata la vita di ogni persona
per essere rianimata, ravvivata, rigenerata! La vita può essere conosciuta per quello che realmente è solo da
chi è umile, povero, mite:
“Beati i miti, perché erediteranno la terra”
(Matteo 5, 5).
Donna stamattina stavi sognando e ti sei svegliata cantando una canzone. Le ultime parole
suonavano così: “
la sola verità è falsità
”.
Parresia è cantare liberamente la nostra fragile e magari “stonata” verità a cui siamo approdati, è
svegliarsi dai sogni ogni mattino per vivere la realtà della nuova giornata liberi di accogliere tutte le novità
che la vita ha in serbo.
L’ipocrisia è invece cantare canti e nenie che addormentano la realtà dentro a sogni irreali. È recitare
litanie che anestetizzano il dolore dell’anima prigioniera di sogni che la incatenano ai ceppi di “vecchie
verità” che esigono totale sottomissione. Ipocrisia è restare avvinghiati al passato a verità di cui ci eravamo
innamorati ma con le quali non siamo più cresciuti insieme, è tenerci addosso verità stanche che si sono
aggrappate a noi e non ci vogliono più lasciare solo per la paura di morire.
Parresia è uscire dalla prigione della nostra ambivalenza per andare incontro all’abbraccio adulto
della vita! È smetterla di pagare il nostro tributo a verità da cui siamo costretti a difenderci rabbonendole
continuamente dentro a nuovi templi e a vecchie chiese. Parresia è smetterla di indossare maschere diverse a
seconda delle richieste e delle occasioni, è meravigliarsi e sorridere alla vita ogni qualvolta sentiamo un
nuovo canto, vediamo un nuovo volto, si apre la possibilità di un nuovo inizio. La parresia, non l’ipocrisia è
il nome più sublime e meno conosciuto dell’Amore!
| 31 mag 2009 - 4 min - Caricato da scienziatapazza89 | |