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Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291

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PADRE GINO BURRESI SECONDO IL PERCORSO EBRAICO DAL PENTIMENTO AL PERDONO ( teshuvà )

PENTIMENTO E PERDONO

A cura di Franco Segre

Il percorso ebraico della

teshuvà

, che conduce gli uomini dal pentimento al perdono, si basa su due

principi fondamentali:

"Colui che pecca e poi si pente delle sue azioni è perdonato" [p. es. Hag. 5 a]

"…ma (D.) non perdona e non lascia impunito chi non si pente" [Es. 34, 7]

Dunque esiste una doppia valenza per colui che cade nell'errore, inteso come violazione di una

mitzwà

, sia essa positiva o negativa, di un atto di tzedakà o di mishpat

(ricordiamoci che gli ebrei si

considerano soggetti al rispetto delle norme accettate liberamente con il patto del Sinai, patto

rinnovato poi più volte nel cammino della storia)

,

nella trasgressione della forma o della sostanza,

in ciò che impropriamente chiamiamo

peccato

: la punizione divina (indipendente da quella umana)

è sempre prevista, ma la sentenza non è mai definitiva, perché dipende dalla disponibilità e dalla

volontà umana di

ritornare

. Il S. non è mai del tutto nascosto alla nostra percezione; ed esistono dei

momenti in cui ci è consentito di ritrovarlo se lo vogliamo:

"Ricercate il S. mentre lo si può trovare, invocateLo mentre è vicino" [Is. 55, 6]

I nostri maestri del Talmud hanno dichiarato [p. es. Pes. 54 a] che la

teshuvà

è una delle cose create

prima della creazione del mondo, quindi ancor prima della colpa: il cadere nella colpa è forse

inevitabile, è insito nella nostra imperfezione umana; ma prima ancora che l'uomo fosse creato il

disegno divino aveva già previsto che fosse dotato di libero arbitrio, non solo nella possibilità di

scegliere tra il bene ed il male, ma ancor più nella possibilità di sottoporsi o meno al cammino della

teshuvà

: per questo è creato ad immagine divina. Esiste cioè una forma di assicurazione divina

a

priori

della facoltà di ricupero. E' come dire che la teshuvà

fa parte delle cose necessarie perché il

mondo esista.

La

teshuvà

non ha limiti di applicazione: "Anche se l'uomo ha peccato per l'intera sua vita e si pente

nel giorno della sua morte, tutti i suoi peccati saranno perdonati" [Maimoinide, Yah Ha Chazaqà, 2,

1]. Esiste sempre la possibilità di una dialettica con il S., che non rimane impassibile di fronte alle

nostre buone intenzioni:

"Su, venite a me e discutiamo, dice il S. Anche se i vostri peccati sono come

stoffa tinta di scarlatto, potranno diventare bianche come la neve, anche se sono

rossi come porpora, potranno diventare come lana" [Is. 1, 18].

Esistono in verità colpe per le quali è detto dalle fonti rabbiniche che non può esserci perdono: p. es.

la profanazione pubblica del nome divino, trascinare un'intera collettività alla colpa, diffondere il

male con la nostra parola: queste vanno però considerate non tanto come colpe irreparabili in senso

assoluto, ma come trasgressioni dalle quali è difficilissimo separarsi e per le quali il cammino di

risalita è particolarmente arduo. Mentre è molto facile e immediato l'abbandono della via della

legge (e, come dicono i maestri, una trasgressione chiama un'altra trasgressione), il ricupero è

invece molto lento è difficoltoso, e a volte può richiedere sforzi immani, che non tutti se la sentono

di affrontare. Questo va considerato ovviamente prima di cadere nell'errore.

La

teshuvà

non è un cammino che possa essere percorso saltuariamente, magari una sola volta

all'anno, ma, come spiega Rabbì Eliezer, esso va ripreso tutti i giorni, perché nessun uomo può

conoscere i giorni della sua vita.

Per la via ebraica del ritorno si prevedono cammini precisi, costituiti da più tappe che vanno tutte

effettuate senza alcuna omissione. Questi cammini sono

indipendenti

(nessuno può costringere

altri a percorrerli o ad astenersene) e

non hanno intermediari

. Essi possono essere diversi in

funzione del tipo di colpe commesse e della loro diffusione nella società. Hanno però tutti alcune

fasi in comune, senza le quali non può esserci

teshuvà.

Il punto di partenza non può essere altro che il riconoscimento di aver sbagliato. E' quindi

necessaria un'analisi introspettiva sistematica delle azioni commesse e di quelle che avremmo

dovuto compiere e non abbiamo fatto. Devono poi seguire il pentimento e la vergogna per quanto

commesso:

Si, dopo esser tornato mi pento; dopo aver riconosciuto il mio errore mi batto

l'anca. Mi vergogno e arrossisco perché sopporto l'onta della mia giovinezza

[Geremia, 31, 18].

Le successive tappe obbligatorie da percorrere sono fornite dal Maimonide nel suo trattato Hilchot

Hateshuvà [2 B]: esse consistono "…nell'abbandonare il peccato, nell'eliminare il pensiero dalla

mente, nel proporsi di non commetterlo più…, nel pentimento e rammarico di quanto commesso, e

Colui che conosce le cose occulte testimonierà sulla sincerità del suo proponimento di non incorrere

mai più in quel peccato…E la confessione del peccato ed il proponimento di non ricaderci mai

devono essere pronunciati con le labbra".

L'abbandono del peccato (il ritorno dalla malvagità) deve iniziare dalle colpe più difficili da

estirpare, quelle che commettiamo sotto l'influenza, l'esempio o la compiacenza dell'ambiente che ci

circonda, quelle per le quali tenderemmo a giustificarci col credere che non siano un male in quanto

sono commesse anche dagli altri. "Togliete gli dei stranieri che sono tra voi…" [Genesi, 35, 2],

disse Giacobbe ai suoi familiari, prima di procedere verso Beth-El (altrimenti il viaggio che sta per

essere intrapreso risulta del tutto inutile). Deve poi proseguire con il ritorno, cioè l'allontanamento

da tutte le altre colpe le cui conseguenze (siano esse punizioni divine o danni prodotti dalle nostre

mancanze) ci impedirebbero di vivere, fisicamente o moralmente. Esaminiamo l'esemplare passo

del profeta Ezechiele:

"Se il malvagio

ritorna dalle iniquità che ha commesso e agisce secondo

mishpat

e tzedakà

, con questo egli è causa che la sua persona viva. Se cioè,

avendo riconosciuto le colpe che aveva commesso, da esse

si ritira

, egli vivrà,

non morrà" [Ez., 18, 27-28].

L'abbandono individuale della colpa non è ancora sufficiente, ma occorre anche l'azione attiva nei

confronti del prossimo, per far sì che anch'essi ritornino. Prosegue infatti il profeta:

"…Ritiratevi e inducete altri a ritirarsi dalle vostre colpe, e allora il peccato non

vi sarà di inciampo" [18, 30].

Occorre poi abbandonare il pensiero dalla mente e proporsi di non ricadere, cioè rinnovarsi

interiormente, in modo tale che in noi non rimanga nulla della precedente tendenza e

predisposizione alla colpa:

"…Fatevi un cuore nuovo ed uno spirito nuovo…" [18, 31]

Con tali premesse il S. è sempre

disposto a perdonare

[Isaia, 55, 7]:

"Il malvagio abbandoni la sua via, l'uomo iniquo i suoi pensieri e torni al S.

che avrà pietà di lui, al nostro D. che è molto disposto a perdonare." [Is. 55, 7]

"Io non desidero che chi si era reso degno di morte muoia, dice il S.

Inducete al

ritorno e vivrete.

" [18, 32] "…Recedete, recedete

dalla vostra antica condotta.

Perché dovreste morire, o casa di Israele?" [Ezechiele, 33, 11]

La fase della confessione delle colpe ha una molteplice funzione: 1) è considerata come un mezzo

sistematico di ricerca, di esame di coscienza individuale, per enumerare le nostre mancanze ed

evitare che qualcuna di esse possa sfuggire alla nostra attenzione; 2) è uno strumento che ci

consente di riflettere anche sulle trasgressioni degli altri, e di chiederci se e in che misura ne siamo

responsabili anche noi, per non averli istruiti o avvertiti, per non avere fatto quanto era in nostra

facoltà per evitare che peccassero; per questo è inserita nella

tefilà

pubblica dei giorni feriali e può

essere recitata a voce alta solo in presenza del

minian

; 3) è un'ammissione formale, di fronte a D., a

noi stessi o agli altri, dei nostri errori. La confessione deve essere pronunciata con le nostre labbra

per evitare che questa fase di ricerca ed ammissione sia data per scontata, che venga trascurata, o

che si riduca ad un automatismo non sentito e vissuto, ad un atto rituale di deboli contenuti, che non

sia condotta con la dovuta profondità.

La ricostruzione di un nuovo cuore e di un nuovo spirito, espressione biblica ricorrente del

cambiamento e dell'atteggiamento psicologico di colui che ritorna, è spesso accompagnata, nelle

dizioni bibliche, da operazioni di eliminazione metaforica di ogni residuo impedimento a rinnovarsi,

operazioni che, attuandosi psicologicamente sulla propria persona, sul vecchio cuore malato:

"Circoncidete il prepuzio del vostro cuore…" [Deut. 10, 16]

"Circoncidetevi per il S., togliete il prepuzio del vostro cuore…" [Geremia, 4,4]

(ricordiamoci che l'atto della circoncisione simboleggia sempre un allontanamento dalle vecchie

abitudini, una nuova scelta per una nuova via da percorrere) si manifestano socialmente in atti di

giustizia:

"Seminate, giustizia, mietete opere oneste,

provvedete ad arare…"

(per

sradicare le vecchie radici) [Osea, 10, 12]

ed il cambiamento è quindi operante simultaneamente dentro di noi e nei confronti del prossimo.

Se il cammino della

teshuvà

inizia e si attua giorno per giorno, le fasi conclusive sono proprie dei

giorni penitenziali e del giorno di Kippur, in cui, secondo la tradizione, il giudizio divino di

assoluzione o di condanna è suggellato e diventa definitivo. Stabilisce infatti la Mishnà:

La morte e il giorno di Kippur recano il perdono se vi si accompagna la

teshuvà

. La sola teshuvà

ottiene il perdono per colpe leggere, su mitzvoth

positive e negative; per colpe più gravi (la

teshuvà

) rimane in sospeso fino alla

venuta del giorno di Kippur che porta il perdono. Se uno dice: - Farò un peccato

e il giorno di Kippur mi darà il perdono -, il giorno di Kippur non gli apporta il

perdono [Yomà, 8, 8].

"E questa sarà per voi legge per tutti i tempi: nel settimo mese, al dieci del

mese,

digiunerete e non farete nessun lavoro

, l'indigeno ed il forestiero che

lavora in mezzo a voi." [Levitico, 16, 29]

In questo giorno la

penitenza fisica

si aggiunge a quella spirituale, e fa in modo che l'avvilimento e

la mortificazione della persona nel corpo e nell'animo (il termine

nefesh

va inteso nel doppio

significato) siano un tutt'uno, integrandosi vicendevolmente, come afferma il profeta Joel:

"E anche ora, dice il S., tornate a me con tutto il vostro cuore, con digiuno, con

pianto e con manifestazioni luttuose. Lacerate il vostro cuore

e non i vostri

vestiti

…" [Joel, 2, 12-13]

Il profeta si riferisce evidentemente a tutti coloro che riducono gli atti formali di contrizione a

semplici manifestazioni esteriori, e sono convinti che la lacerazione dei vestiti sia sufficiente da sola

ad ottenere il perdono, senza neppure tentare di ravvedersi nel profondo dell'animo. Contro questi

atteggiamenti diffusi, si rivolge Isaia in quello splendido capitolo che leggiamo a Kippur nell'

aftarà

del mattino:

"<Perché abbiamo digiunato e non l'hai veduto, abbiamo afflitto la nostra

persona e Tu non lo sai?>. Ecco nel giorno del vostro digiuno vi occupate del

guadagno e i vostri crediti esigete. Ecco per litigare e contendere voi digiunate e

per battere altri con pugno malvagio; non digiunate come oggi e Io ascolterò in

alto la vostra voce. E' questo il digiuno che Io ho prescelto, giorno in cui l'uomo

si affligge? Forse piegare come una canna il proprio capo indossando sacco e

cenere? Questo chiamate digiuno e giorno di compiacimento per il S.? Non è

forse questo il digiuno che Io desidero? sciogliere i vincoli della malvagità,

slegare i legami delo giogo, mandare liberi gli oppressi, e ogni giogo spezzare"

[Is., 58, 3-6].

Il dovere delle confessione è stabilito per il giorno di Kippur nel Talmud [Yomà, 87 a]. La più

antica formulazione a noi pervenuta è riportata nella Mishnà [Yomà, 3, 8] e spettava al sommo

sacerdote quando esisteva il santuario di Gerusalemme. La formulazione rituale è al plurale

(V

idduj)

, per sottolineare il carattere collettivo della responsabilità: ciascuno si assume il peso non

solo delle proprie trasgressioni, ma anche di quelle degli altri che egli sa di non aver commesso, in

quanto non è riuscito ad evitare con la propria parola e con le proprie azioni che gli altri le

commettessero. La confessione si ripete per undici volte, di cui sei a voce bassa e cinque a voce

alta, al fine di alternare i momenti di riflessione e di individuazione delle nostre colpe individuali

(dove ai peccati elencati nel testo delle preghiere ciascuno deve aggiungere le proprie trasgressioni

di cui non trova un esplicito riferimento) con quelli di dichiarazione pubblica e solenne.

Alla fase di penitenza e contrizione segue quella di

purificazione

, per l'allontanamento definitivo

del male che avevamo addosso. Ancora una volta essa si attuava attraverso l'integrazione tra la

pulizia del corpo e quella dell'anima:

"…

E vi purificherete e cambierete gli abiti

" [Gen, 35, 2]

"

Lavatevi, purificatevi

, allontanate le vostre cattive azioni da davanti ai miei

occhi, cessate di operare il male. Abituatevi ad operare il bene, cercate la

giustizia, rinforzate l'oppresso, sostenete il diritto dell'orfano, fate vostre le

ragioni della vedova" [Is., 1, 16-17]

D'altronde i sacrifici di espiazione, quando esistevano, oggi sostituiti dalle preghiere, da soli, erano

sufficienti

solo ad ottenere il perdono per le colpe commesse per inavvertenza (bishgagà

).

Finora abbiamo esaminato alcune tappe del percorso dell'uomo per avvicinarsi al perdono. Ma

anche D., nel concederlo, si manifesta attraverso la successione di vari atteggiamenti, caratterizzati

ciascuno da una particolare radice verbale:

1 -

Indulgenza (selichà

): si riferisce alla bontà divina, alla Sua accondiscendenza, allo sconto che

Egli intende operare sul novero delle nostre colpe, alla Sua disponibilità a giudicarle dal lato

benevolo.

2 -

Pentimento relativo alla punizione (veinnachem al araà

) prevista.

3 -

Rinuncia al castigo (mechilà

).

4 -

Rimozione della colpa (lo jachshov avon = non considera il peccato [Salmo 32, 2]; -

ichbosh

avonodenu

= nasconde i nostri peccati [Michea, 7, 19]; over al pesha

= passa oltre il peccato, va

avanti;

nosé avon vafesha = solleva le colpe; ishlachta col chatotaj

= getterai indietro tutte le mie

colpe [Is., 38, 17];

vetaslich bimtzulot jam col chatodam

= getterai negli abissi del mare tutte le loro

colpe [Mic, 7, 19]).

5 -

Dimenticanza o cancellazione della colpa (

Anochì anochì u moché pheshaecha vechatototecha

lo ezchor =

Io, solo Io sono colui che cancella la tua colpa e il tuo peccato non ricorderò[Is. 43, 25].

6 -

Purificazione (etaer etchem

= vi purificherò; opp. verbi affini)

7 -

Espiazione (capparà): possiamo considerarlo come l'atto conclusivo della teshuvà,

il suggello

nel libro della vita

Non ostante la sua austerità, il giorno di Kippur è considerato come giorno di grande festa e di

gioia, soprattutto nella sua fase finale e nel momento culminante, quando il penetrante suono dello

shofar

annunzia che il giudizio divino si è espresso definitivamente, con l'ottenimento del perdono

per tutti coloro che hanno fatto

teshuvà

.

Il percorso di

teshuvà

finora esaminato riguarda tutti i tipi di peccato. Ma nella concezione ebraica

delle

mitzvot

(e quindi delle relative trasgressioni) vi è una netta distinzione tra quelle tra uomo e D.

(

ben adam laMaqom) e quelle nei riguardi del prossimo (ben adam lechaverò

). Per queste ultime il

cammino fin qui descritto non è sufficiente. Occorrono, e sono fondamentali, alcune fasi preliminari

che si aggiungono a tutte le altre. Innanzi tutto la

riparazione del danno arrecato

, prevista

specificatamente dalla Torà:

"Qualora una persona pecchi e commetta un sacrilegio verso il S. mentendo al

suo prossimo a proposito di un deposito o appropriandosi di cose non sue o

rubando o opprimendo il suo prossimo o, avendo trovato un oggetto smarrito,

neghi o giuri il falso, qualora cioè faccia qualsiasi cosa per cui l'uomo possa

comportarsi peccaminosamente, e dopo aver peccato

si senta in colpa

, dovrà

restituire

la refurtiva che avrà rubato o il frutto della sua oppressione o il

deposito che gli era stato affidato o l'oggetto smarrito che aveva trovato o

qualunque cosa a proposito della quale avrà giurato il falso: dovrà pagare il

capitale aggiungendovi un quinto; a colui a cui apparteneva lo darà nel giorno

in cui si sentirà in colpa" [Levitico, 5, 21-24].

Successivamente è necessaria e obbligatoria la

confessione in pubblico

della colpa commessa:

"Di' ai figli d'Israel: <<Uomo o donna che avesse commesso peccato contro

qualcuno diventando infedele al S., tale persona si è resa colpevole. Essi

devono

confessare

la propria colpa…>>" [Numeri, 5, 6-7]

"Chi cela le proprie colpe non prospererà, chi le confessa e le abbandona sarà

perdonato" [Proverbi, 28, 13].

Un passo del Maimonide mette in evidenza la differenza, il carattere diverso della confessione per i

due tipi di colpe:

E' certamente degno di plauso il

baal teshuvà

che confessa le proprie colpe e le

enumera

in pubblico,

svelando le trasgressioni ai danni del prossimo con la

formula: "In verità faccio

teshuvà

e mi pento" . Chi invece per orgoglio non

solo non svela le proprie colpe, ma si adopera per celarle, non può essere

considerato un

baal teshuvà

perfetto…Ma per quali peccati vale quanto detto?

Per i peccati commessi ai danni del prossimo! Per quanto invece concerne i

peccati commessi verso D., non li deve svelare affatto ed è considerata

sfacciataggine il farlo. Deve invece fare

teshuvà

davanti a D. benedetto e

specificare le sue trasgressioni

davanti a Lui

, mentre al pubblico le accenna

solo genericamente ed il non svelarle al pubblico gli sarà considerato un merito

in ossequio al detto [Salmi, 32,1]: "Beato chi sa portare il suo peccato e coprire

la sua colpa" [Hilkhot Hateshuvà, 2 E].

Sono poi necessarie la

richiesta e l'ottenimento del perdono

della parte lesa, secondo le norme

stabilite dalla Mishnà:

Delle colpe commesse (soltanto) verso D., il giorno di Kippur porta il perdono;

ma dei peccati commessi verso il prossimo, il giorno di Kippur non porta il

perdono, se non si è fatto il possibile per ottenere il perdono del prossimo [se

non lo si è calmato]. Insegnò Rabbì Elazar ben Azarià: "Da tutti i vostri peccati

verso D. diventerete puri" [Levitico, 16, 30]; ciò significa che dei peccati

commessi dall'uomo verso D., il giorno di Kippur porta il perdono; ma dei

peccati commessi verso il prossimo il giorno di Kippur non porta il perdono se

non si è fatto il possibile per ottenere il perdono del prossimo [Yomà, 8, 9].

A tal proposito seguiamo la dissertazione della Ghemarà, nel commento a questo passo:

"R. Josef bar Hevò fece la seguente obiezione a R. Abbahù: [Come si può

sostenere che] per i peccati commessi da un uomo nei confronti del suo

prossimo il giorno di Kippur fornisce [di per sé] l'espiazione dal momento che è

scritto (Samuele, 1, 2): << Se un uomo pecca verso un altro uomo

Elokim

è

colui che intercede…>>? Ma che cosa significa

Elokim

? il giudice! Se è così

leggi la fine del verso: <<

ma se uno pecca verso D. chi intercederà per

lui?>>…la

teshuvà

e le opere di bene.

L'importanza e il valore del rapporto umano in questa fase della

teshuvà

sono messi bene in

evidenza da Lévinas in una delle sue lezioni talmudiche [dalle "Quattro lezioni talmudiche]:

"Consideriamo la straordinaria portata di ciò che abbiamo imparato. I miei

errori verso D. sono perdonati senza che dipendano dalla Sua volontà!! Per un

verso D. è l'

altro

per eccellenza, l'altro come altro, l'assolutamente altro;

tuttavia il mio rapporto con D. dipende solo da me stesso. Lo strumento del

perdono è nelle mie mani. Per l'altro verso, il mio vicino, il mio fratello, uomo,

infinitamente inferiore all'altro che è assolutamente altro, è in un certo modo

più

altro

di D.: nell'ottenere il suo perdono nel giorno di Kippur. Io devo prima

calmarlo".

Ai fini del nostro perdono, l'interlocutore umano è come se avesse un potere in più di quello divino;

e noi siamo soggetti alla sua volontà, alla sua disponibilità, anche al suo capriccio.

Per Lévinas la controversia tra i due maestri pone a confronto la tesi della Ghemarà con una tesi che

è seducente anche ai giorni nostri:

"…La dottrina che vuol mostrarsi severa nei confronti di ciò che è soggettivo e

individuale, delle piccole vicende private, ed esalta l'esclusivo valore

dell'universale, desta un'eco nella nostra persona, che è innamorata di

grandezza. Le lacrime e il riso dei mortali non contano molto; ciò che importa è

l'ordine delle cose in assoluto. Tu devi vedere l'esegesi di

R. Josef alla fine: l'irreparabile offesa è quella fatta a D….E' contro questa

proposizione che pone l'ordine universale al di sopra dell'ordine tra gli individui

che il testo della Ghemarà insorge. No, la persona individualmente offesa deve

essere avvicinata, calmata, e consolata individualmente. Il perdono di D. - o il

perdono della storia - non può essere concesso se quello individuale non è stato

perseguito…"

E se la parte lesa si rifiuta di perdonare? Se il rancore che nutre per il danno subito non accetta

scusanti, in quale situazione si viene a trovare l'aspirante alla

teshuvà? L'alachà

prevede questa

eventualità e…inverte semplicemente le parti [v. p. es.

Meqor Chajim

, Compendio dello Shulchan

Aruch, di Chajim David Ha-Levì]:

" Se l'altro non vuole perdonargli, deve raccogliere un gruppo di tre amici di

quello perché insistano presso di lui e lo preghino di perdonare; se non dà retta

a loro, egli deve portare un secondo e un terzo gruppo; se neanche allora lo

vuole perdonare, lo lascia andare e

chi non vuole perdonare è il peccatore

;

ma se l'offeso era il

maestro

, l'offensore deve tornare a chiedere il perdono

anche mille volte.

….Quando il peccatore chiede perdono, si deve perdonare

con tutto il cuore e

volentieri

; anche se quegli aveva causato grave sofferenza ed aveva

gravemente peccato, non si deve vendicarsi né conservare rancore; questa è la

via della stirpe di Israele …."

Alle tappe della

teshuvà

fin qui esaminate i maestri ne aggiungono ancora una, non obbligatoria, ma

che fa sì che la

teshuvà sia shelemà

, completa:

"Che cosa è

teshuvà completa

? Si ha quando si presenta all'individuo

l'occasione e la possibilità di ricadere nella sua colpa ed egli se ne astiene a

causa del suo pentimento, non per paura o perché non ne ha la forza" [idem].

Si può discutere, e si è discusso, se questa occasione vada ricercata appositamente, oppure debba

essere riscontrata soltanto quando si presenta casualmente. E' comunque una verifica a posteriori,

che consente una più valida garanzia di fronte al rischio di ricadute.

Chi ha percorso tutte le tappe della

teshuvà

e quindi ha ottenuto il perdono degli uomini e di D.

viene chiamato

baal teshuvà, maestro del ritorno; deve essere rispettato ed onorato da tutti,

e a

nessuno è consentito di ricordargli le sue colpe

. Erich Fromm rileva al riguardo [in "Sarete come

Dei"] che "…il termine maestro, sempre connesso a realizzazione, forza, competenza, si adatta ben

poco alla figura del peccatore mite, contrito, penitente. Il maestro del ritorno è colui che non si

vergogna di aver peccato [prima se ne vergognava] e che è fiero di essere riuscito a tornare". Egli

dunque passa dalla tristezza alla gioia, dall'onta alla fierezza, dalla debolezza alla saldezza d'animo.

Il Talmud (per bocca di R. Abbahù) rincara ulteriormente la dose:

"Il posto dei

baale' teshuvà

non è raggiunto nemmeno da coloro che sono

completamente giusti" [Sanedrin, 99 a]

Usando i concetti e le terminologie moderne applicate ai sistemi di controllo, si può dire che questo

è il potere del

feedback

, della controreazione che, reagendo sull'errore e correggendolo, garantisce il

controllo del sistema e lo protegge dallo sbandamento; ed è il potere della memoria, dell'esperienza

acquisita, che, facendo tesoro degli errori e delle conseguenti correzioni, pone il sistema perfino in

condizioni di vantaggio rispetto a quello che, essendosi conservato immune dall'errore, risulta in

realtà più vulnerabile. Le colpe umane sono malattie da cui si esce con un patrimonio di anticorpi

che prima non si possedevano. Un metallo che si è rotto ed è stato risaldato presenta nella saldatura

il punto della sua massima solidità.

Dicevo all'inizio che ogni cammino di

teshuvà

è e deve essere diverso da ogni altro, perché tiene

conto di volta in volta di esperienze, circostanze, presupposti e finalità che non si ripetono mai

identicamente. E, analogamente, anche la severità del giudizio divino, in virtù di un comune criterio

di

tzedakà e mishpat

, può rilevarsi ai nostri occhi con connotazioni differenti da caso a caso.

E' questo il messaggio che si trae dalla lettura del libro di Giona, particolarmente adatta a Kippur,

giornata del perdono, in cui troviamo i percorsi, più o meno tormentati, di ben tre

teshuvot

: quella

del profeta, quella degli abitanti di Ninive, e quella dei marinai. Giona è un profeta, e alle sue colpe

va applicato il metro severo, valido per i profeti, persone vicine a D., che intendono la parola di D.

più degli altri. La sua

teshuvà,

con un cammino tutto particolare, si avvia con grande difficoltà,

quando la punizione divina non è più solo una minaccia ma già una realtà operante; la sua

confessione ai marinai (

ivrì anochi

) suona quindi come una liberazione, come riconquista della

coscienza di uomo e di ebreo. E' del tutto differente la

teshuvà

dei marinai, le cui colpe di idolatria

(secondo i maestri appartengono alle settanta religioni del mondo) sono mitigate dalla loro fede

(tutti pregano il loro D.), dalla completa tolleranza, dalla reciproca collaborazione, dalla tendenza

ad evitare il male altrui; la loro

teshuvà

si traduce nell'accettazione della volontà e della maestà

divina. Ed è ancora differente forma di

teshuvà

che si può pretendere dagli abitanti di Ninive: dato il

loro modesto livello di cultura, non occorre richiedere particolari indagini sul significato più

profondo delle loro azioni, non è necessario che la gente capisca perché il male è male. Nei

confronti di gente semplice, che non distingue la destra dalla sinistra, l'abbandono del male è di per

sé una prova del pentimento

Quando le colpe non sono di singoli individui ma di intere collettività, la Torà ed i Profeti avvertono

preventivamente e forniscono numerosissimi esempi di comportamenti che non riescono ad evitare

la punizione divina. Il ravvedimento tempestivo degli abitanti di Ninive è un'eccezione: di solito il

male collettivo è troppo diffuso perché possa essere circoscritto nel tempo senza conseguenze

nefaste. L'intercessione di un mediatore (Abramo, Mosè, un profeta) può a volte attenuare la

punizione ma non eluderla. Le perversioni di Sodoma e Gomorra, il vitello d'oro degli Ebrei nel

deserto, le ribellioni di Korach, i culti idolatrici dei popoli palestinesi, le corruzioni nel regno di

Israele e di Giuda sono violazioni troppo gravi e profonde per poter risolversi in una veloce

teshuvà

generale. In questi casi le uniche purificazioni possibili sono la distruzione o l'allontanamento dal

paese su cui il male è radicato. In particolare, per il popolo di Israele i termini del patto con D. sono

precisi e la terra vi gioca un ruolo fondamentale, ora come promessa di ricompensa per la fedeltà ed

il rispetto degli accordi, ora come avviso e minaccia di allontanamento quando vi è ancora

possibilità di ricupero, ora come punizione e purificazione quando viene perduta. Ma, secondo gli

stessi termini del patto, l'abbandono della terra non è mai definitivo, e le sofferenze patite durante

l'esilio hanno la funzione e il potere di creare nel tempo le condizioni per una nuova

teshuvà,

il cui

attore è l'

avanzo del popolo

, cioè quella parte di esso che non è stata distrutta dal tempo, dai nemici

o dall'assimilazione.

"E resteranno in esso i rimasugli, come quando si scuote l'ulivo, due o tre

bacche sui rami alti, quattro o cinque sui rami rigogliosi, dice il S. D. di Israele"

[Isaia, 17, 6]

Essi danno vita alla prima fase del percorso storico della

teshuvà

di popolo, a cui si accompagna,

dall'altra parte, il ritorno di D. al Suo stato di prima, alla Sua antica benevolenza. Ma chi fa il primo

passo? E' il S. che non dimentica il Suo patto, e, scontata la pena, si ricorda delle vecchie promesse,

e, spontaneamente, prende per mano il popolo e lo guida nel cammino di ritorno?

"Facci ritornare, o S. nostro D. e noi ritorneremo, rinnova i nostri giorni come

una volta" [Lamentazioni, 5, 21]

Oppure è il popolo che, in virtù delle sofferenze patite e dell'esperienza e della cultura accumulata

in mezzo alle altre genti, trova da solo la forza per la risalita?

"Avverrà in quel giorno che l'avanzo di Israele e gli scampati della casa di

Giacobbe non continueranno più ad appoggiarsi a colui che li percuote, e

cercheranno appoggio nel S. Santo di Israele con sincerità. Un avanzo tornerà,

un avanzo di Giacobbe al D. potente" [Is., 10, 20-21].

Il problema è stato ed è tuttora ampiamente dibattuto. E le numerosissime fonti bibliche che trattano

l'argomento pare vogliano suggerire ora l'una ora l'altra ipotesi. Il problema, a mio parere, è mal

posto: il

percorso morale

(prima fase) è fatto di tanti piccoli passi da una parte e dall'altra, che si

riscontrano vicendevolmente, e, nel loro insieme, costruiscono le premesse per imboccare la via del

ritorno.

Al percorso morale, caratterizzato anche da un nuovo messaggio da ricevere (seconda fase), si

accompagna il

percorso fisico

, il ritorno alla terra (terza fase), secondo le indicazioni fornite dalla

stessa Torà:

"Ed avverrà che dopo che ti siano sopraggiunte tutte queste cose, la benedizione

e la maledizione che ti ho presentato, e

ritornerai al tuo cuore

[I] in mezzo a

tutti i popoli tra i quali il S. D. tuo ti avrà spinto; e

tornerai al S. tuo D. e

ascolterai la Sua voce

[II] secondo tutto quello che Io ti comando oggi, tu e i

tuoi figli, con tutto il tuo cuore e tutta la tua anima; allora il S. D. tuo ti

restaurerà

nella tua posizione ed avrà pietà di te, tornerà a riunirti

[III] da

tutti i popoli in mezzo ai quali il S. tuo D. ti aveva sparpagliato. Anche se tu

sarai stato respinto all'estremità del cielo, di là ti riunirà il S. tuo D. e di là ti

prenderà. Ed il S. tuo D: ri ricondurrà alla terra che avevano posseduto i tuoi

padri e la possederai, e ti beneficherà e ti moltiplicherà più dei tuoi padri"

[Deut. 30, 1-5].

Il ritorno fisico sarà poi suggellato, secondo Geremia, da un nuovo patto (quarta fase), caratterizzato

da una partecipazione interiore di ciascuno dei contraenti:

"…non come il patto che stipulai con i loro padri…, patto che essi

violarono…Porrò la mia legge nel loro intimo, la scriverò nel loro cuore…"

[Ger., 31, 31-32].

" Darò loro un solo cuore e una sola via perché mi temano per sempre per il

loro bene eper quello dei loro figli dopo di loro" [Ger., 32, 39].

Ed allora

ritorneranno la pace e la prosperità

(quinta fase) preannunciate dai profeti:

"E la giustizia (

mishpat) avrà sede nel deserto, e la carità (tzedakà

) avrà dimora

nel vigneto. E l'opera del

mishpat produrrà pace, e il lavoro della tzedakà

produrrà tranquillità e sicurezza per sempre" [Is., 32, 16-17].

E tutti i popoli ne trarranno

esempio e beneficio

(sesta fase):

"E giurerai nel nome del S. con verità,

mishpat e tzedakà

, e si benediranno in

Lui le nazioni, e in Lui troveranno lode" [Ger. 4, 2].

Dopo avere esaminato tutti questi cammini della

teshuvà

, individuali e collettivi, privati e pubblici,

religiosi e sociali, ciascuno con le proprie caratteristiche, ma tutti dotati di elementi comuni e

irrinunciabili, quali il convincimento degli errori commessi, l'intenzione di non ripeterli,

l'ammissione delle colpe, la riparazione (per quanto è possibile) dei danni prodotti, l'avvicinamento

spirituale al S., viene da porsi, in conclusione, una domanda importante: la

teshuvà

è conservatrice

o progressista? Nella dialettica che spesso contrappone, in ambito ideologico e politico, due opposte

scuole di pensiero, due diversi modi di considerare la storia, la morale, il motivo per cui viviamo, il

fine ultimo delle nostre azioni ed aspirazioni, come si collocano le esperienze che conducono dal

pentimento al perdono, dal basso delle miserie umane al ricupero dei valori più alti, dalla tristezza

alla gioia? Nella parola

teshuvà, tradotta come ritorno

, sembra sia implicita l'idea della

restaurazione, intesa come ricupero di un passato smarrito, come ritrovamento degli antichi

messaggi dei padri, come ricongiungimento spirituale con i loro insegnamenti, e soprattutto come

riconquista degli eterni ed immutabili messaggi divini che le forze del male avevano

temporaneamente nascosto . Eppure, abbiamo visto che l'esperienza acquisita con la memoria degli

errori e delle riparazioni, delle andate e dei ritorni, crea le condizioni perché ogni ciclo possa non

essere mai uguale al precedente, ma introduca qualche elemento innovativo che consenta ai singoli

ed alle collettività di fare dei progressi. Sappiamo che la parola

teshuvà significa anche risposta

,

cioè ritorno di un messaggio a chi aveva posto una domanda, un messaggio che arricchisce la sua

conoscenza, che lo pone in uno stato diverso rispetto a quello in cui si trovava prima di porre la

domanda. Chi commette un errore è come se avesse formulato inconsciamente delle domande:

perché ho sbagliato? potevo non sbagliare? domande che trovano risposta solo nel momento il

cammino della

teshuvà

è stato percorso e completato. Chi fa tesoro di questa risposta non è più

quello di prima, si trova in uno stadio più avanzato, è un

baal teshuvà

, un maestro della risposta, un

individuo, o un popolo, che può insegnare agli altri le risposte che egli stesso ha trovato, nel corso

della sua vita o della sua storia.

Se gli errori corrispondono a domande, le domande possono corrispondere ad errori. Anche la

domanda che ho posto: la

teshuvà

è conservatrice o progressista? E' forse in errore chi ritiene che il

ritorno al passato e il progresso si contraddicono vicendevolmente; chi da un lato pensa che non vi

siano possibilità e speranza di miglioramento etico e sociale, che l'uomo e la collettività sbagliano

oggi come hanno sbagliato ieri e sbaglieranno nello stesso modo per sempre; chi dall'altro pensa che

il progresso debba solo guardare in avanti rifiutando e condannando l'esame retrospettivo del

passato. Solo l'integrazione delle due visuali è quella che corrisponde al concetto ebraico di

teshuvà

:

essa è stata creata prima della creazione del mondo, come dicono i maestri, per fare in modo che i

suoi attori, una volta creati, potessero servirsene, per via dei loro errori, per farlo progredire.

Franco Segre

(Non rivisto dall'autore)

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