Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291
CENTRO CULTURALE PROTESTANTE – BERGAMO
Studio biblico – gennaio-febbraio 2012
«VOI CHI DITE CHE IO SIA?»
LA LAICITÀ DI GESÙ
Primo incontro: GESÙ, IL CREDENTE LAICO
a cura di Salvatore Ricciardi, pastore valdese – Bergamo
1.- Questo è il primo di quattro incontri sulla “laicità di Gesù”, e vuole particolarmente sottolineare
due aspetti della persona e dell’opera del Cristo: Il suo essere credente e il suo essere laico, o, se vo-
lete, non integralista.
Vogliamo dunque parlare di Gesù. Ma come farlo?
Prenderei le mosse da lontano, esattamente dai due interrogativi che Gesù pose un giorno ai suoi di-
scepoli: Chi dice la gente che sia il Figlio dell’Uomo?.... E VOI, chi dite che io sia?
Quegli interrogativi non sono superati con la risposta di Pietro. Essi stanno DAVANTI a noi, e oc-
corre che diamo NOI una risposta, collocata QUI ed ORA, cioè nel nostro momento storico, in
cui di Gesù si dice tutto e il contrario di tutto.
Si può dare di Gesù una definizione oggettiva ed esauriente? Forse no, non è possibile cogliere nel-
la sua totalità ed esaurire in una definizione la complessità di una persona, tanto meno della
persona che è Gesù. E forse, le definizioni teologiche e le confessioni di fede sono paragonabili a
una carta geografica: per quanto dettagliata e completa possa essere, non coincide con il paese che
raffigura; è semplicemente un aiuto per orientarsi.
Gesù, infatti, con i suoi discorsi e con i suoi atti, non smette di stupire e di sconcertare i teologi più
eruditi e più profondi… André Gounelle osserva che Gesù non coincide mai completamente con i
nostri discorsi e i nostri concetti…Così si può parlare di un duplice stupore: quello dei teologi da-
vanti a[l] Gesù [dei vangeli], che senza dubbio non rientra nei loro schemi e nelle loro categorie;
quello che probabilmente proverebbe Gesù di fronte ai discorsi teologici che lo riguardano
2.- Dunque: chi è Gesù?
2.1.- Se scorriamo il Vangelo di Giovanni, troviamo parecchie risposte; e, quel che più conta, si
tratta di risposte ineccepibili, perché si tratta di definizioni, di metafore, di similitudini in cui Gesù
stesso parla di sé. Egli dunque è il Messia (4,26), il pane della vita (6,35.48), il pane vivente (6,51),
la luce del mondo (8,12; 9,5; 12,46), il Figlio dell’Uomo (9,37); la porta dell’ovile (10,7.9), il buon
pastore (10,11.14), la risurrezione e la vita (11,24); il Signore e il Maestro (13,14); la via, la verità e
la vita (14,6), la vera vite (15,1), il re testimone della verità (18,37).
2.2.- Nei Sinottici invece non ci sono definizioni che Gesù dà di se stesso, salvo, forse, la definizio-
ne indiretta che troviamo in Luca 4,16-26, dove si racconta che Gesù, proprio al principio della sua
vita pubblica, si reca un sabato nella sinagoga di Nazareth, legge il brano del giorno (Isaia 61,1-2: lo
Spirito del Signore è su di me; Egli mi ha unto per evangelizzare i poveri, mi ha mandato ad an-
nunziare la liberazione ai prigionieri, e ai ciechi il ricupero della vista; a rimettere in libertà gli
oppressi, e a proclamare l’anno accettevole del Signore), e poi dichiara: Oggi si è adempiuta que-
sta Scrittura.
Nei Sinottici troviamo un Gesù che vuole verificare come Egli venga considerato nell’opinione
pubblica e in quella dei discepoli, un Gesù che pone domande e vuole risposte.
Fermiamo un attimo la nostra attenzione sull’interrogativo al quale ho fatto un rapido accenno
all’inizio. È l’episodio riferito da Matteo (16,13-15 e paralleli), in cui Gesù chiede ai discepoli: Chi
dice la gente che sia il Figlio dell’Uomo? I discepoli riferiscono opinioni rispettose, che lo qualifi-
cano genericamente come profeta, o che vedono in lui Giovanni il battista (evidentemente risuscita-
to, perché aveva da poco subito il martirio) oppure Elia, il profeta che, secondo la tradizione, non
era morto, ma era stato rapito in cielo su un carro di fuoco, e che sarebbe ritornato come precursore
della fine dei tempi e del giudizio universale….
È proprio questo che vorrei sottolineare: definire Gesù il Battista risuscitato - e ancor più definirlo
Elia - non dà una definizione oggettiva, esaustiva di Gesù. Ne dà una definizione inoppugnabile,
che però è strettamente legata ad un preciso momento storico e ad un preciso quadro cultura-
le: quello dell’attesa messianica, particolarmente sentita in quel momento.
Poi Gesù insiste: ma VOI, i miei discepoli, chi dite che io sia?
Come sappiamo, la risposta di Pietro non lascia spazio a incertezze: Tu sei il Cristo, il figlio
dell’Iddio vivente.
Tra parentesi, si può forse notare che difficilmente Pietro può avere usato il termine greco “Cristo”,
ma che assai più probabilmente avrà usato il termine aramaico “Messia”. Il termine “Cristo” però si
trova anche nel parallelo di Luca (9,20) e in Marco (8,29), dal quale gli altri due verosimilmente
dipendono. O ci troviamo di fronte a una “svista” di Marco, non rilevata dagli altri due: o forse ci
troviamo di fronte all’intenzione degli evangelisti di allargare la funzione messianica di Gesù oltre i
confini del popolo eletto.
Comunque sia, Gesù considera la risposta di Pietro non solo corretta ma anche direttamente
ispirata da Dio (v 17). Immediatamente dopo però cominciano i problemi. Infatti, quando Gesù
avvisa i discepoli che la sua è una strada di sofferenze e di morte, Pietro reagisce come chiunque
avrebbe reagito di fronte alla prospettiva che una persona amata possa (o debba) affrontare un
cammino di traversie e di sofferenze Dio non voglia! Questo non ti accadrà mai! (v 22). Così Pie-
tro si merita da Gesù il rimprovero di “non avere il senso delle cose di Dio ma delle cose degli uo-
mini”, e di costituire addirittura uno scandalo, cioè un intoppo sul suo cammino di Messia. Questo
accade perché Pietro ha una visione per così dire “zelota”, e pensa a un Messia che prenda
l’iniziativa della lotta armata per la liberazione del suo paese e che vada seguito come un capo mili-
tare. Non per nulla, come racconta Matteo (26, 47-56), Pietro ha con sé una spada e accenna a una
resistenza armata nel momento dell’arresto di Gesù nel Getsemani. Gesù invece pensa a un Messia
che accoglie e perdona i peccatori, e si rifà alla figura del “Servo sofferente” dei canti del Se-
condo Isaia.
Ferma restando questa diversa visione, tanto Pietro (verosimilmente portavoce dei discepoli), quan-
to Gesù stesso si muovono in un preciso quadro culturale: quello dell’attesa messianica tipica del
momento storico.
E quest’affermazione può trovare conferma nel fatto che Gesù stesso, in un’altra occasione, defini-
sce il Battista come “l’Elia che doveva venire”, facendone il “suo” precursore (Matteo 11,14), e di-
chiarando così implicitamente che la sua venuta segna la fine dei tempi (o inaugura il tempo della
fine).
2.3.- Vale forse la pena di soffermarsi brevemente su un’altra designazione di Gesù che troviamo
negli scritti neotestamentari: quella di Salvatore, a partire dall’annuncio degli angeli ai pastori: Og-
gi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore (Luca 2,11).
Nel mondo greco classico, troviamo una grande abbondanza di “salvatori”: sono così definiti tanto
esseri umani quanto divinità che strappano di forza qualcuno da un pericolo imminente (una guerra,
un naufragio, una malattia mortale) o da questo pericolo tengono al riparo. Confrontandosi con que-
sto mondo, e pescando nella tradizione veterotestamentaria (dove Dio è sopra ogni altri il salva-
tore di Israele) e in quella del tardo giudaismo (dove la qualifica di salvatore viene data soltanto a
Dio, e dove “salvare” significa difendere o ripristinare l’integrità di una persona), questa definizione
di Gesù assume da un lato un carattere di continuità con l’opera già compiuta da Dio in favore del
suo popolo, dall’altro segna la distanza e la differenza dai salvatori del mondo greco, perché, se è
vero che gli angeli parlano ai pastori di “un” salvatore, è anche vero che essi si affrettano a precisa-
re che non si tratta di uno dei tanti, ma di Cristo, il Signore (Luca 2,11).
Anche in questo caso, Gesù è “definito” e “identificato” partendo da un quadro culturale preciso e
conosciuto.
3.- Nei secoli immediatamente successivi alla generazione apostolica e a quella subapostolica,
sembrano trovare motivazione concreta gli avvertimenti della 1ª Lettera di Giovanni: Sono sorti
molti anticristi… sono usciti di mezzo a noi… Colui che nega che Gesù è il Cristo, nega il Padre e
il Figlio (2,18-23 passim)… Non crediate a ogni spirito, ma provate gli spiriti per sapere se sono
da Dio… Ogni spirito, il quale riconosce pubblicamente che Gesù Cristo è venuto nella carne, è da
Dio, e ogni spirito che non riconosce pubblicamente Gesù, non è da Dio, ma è lo spirito
dell’anticristo (4,1-3 passim)
Sorgono infatti, già nel secondo secolo, movimenti che negano la vera umanità di Gesù (i doceti),
e movimenti che sminuiscono la sua natura divina (gli ebioniti). A costoro seguono i “modali-
sti”, secondo i quali la storia umana di Gesù è un modo di presentarsi agli umani che Dio sceglie…
Tralascio, per questioni di tempo e di aderenza al tema, di scendere in ulteriori particolari. Ricordo
solo che il concilio di Nicea (325), quello di Costantinopoli (381) e quello di Calcedonia (451)
affrontano queste problematiche, cercando di ristabilire la pura tradizione cristiana, ma parlano di
Gesù non più attraverso racconti (come avevano fatto gli evangelisti, e in particolare i Sinottici),
ma attraverso concetti. La confessione di fede niceno-costantinopolitana, detta anche “Credo” o
“Simbolo” (che avrete probabilmente ripetuto mercoledì sera in S. Maria delle Grazie), come anche
la confessione calcedonense danno di Gesù definizioni molto accurate, quali: “generato non creato”,
“vero Dio da vero Dio”, “della stessa sostanza del Padre”, “perfetto in divinità” e “perfetto in u-
manità” e via dicendo. Sono affermazioni molto accurate, e certamente corrette, ma sono affer-
mazioni che sentiamo distanti dall’impostazione e dalla problematica dei Vangeli; esse parlano
un linguaggio ellenistico; e forse, questa trasposizione era indispensabile ai fini
dell’evangelizzazione dell’Impero. Rimane curioso il fatto che questi simboli, come pure il cosid-
detto “Simbolo apostolico”, parlino della nascita verginale per opera dello Spirito e della morte di
Gesù, della sua essenza, ma tacciano sulla sua vita, sul suo insegnamento, sulle guarigioni compiu-
te.
Nel frattempo, da Costantino in poi, la chiesa diventa sempre più “una chiesa del mondo” e sempre
meno una “chiesa nel mondo” (con buona pace di Giovanni 17), si afferma come potenza terrena,
che occupa ogni spazio possibile, che legittima poteri politici, che tiene forse un occhio rivolto al
cielo, ma in ogni caso tiene i piedi saldamente per terra… e c’è da chiedersi se il Cristo “Panto-
krator” dei mosaici bizantini del X secolo, che troviamo per esempio nel duomo di Monreale e in
quello di Cefalù, confessino davvero Cristo come Colui che ha il potere su tutto il mondo o non ne
facciano un paravento dietro il quale si celebrano in realtà il potere e il fasto della chiesa.
4.1.- Non per nulla i secoli che seguono sono i secoli che vedono il fiorire di gruppi di “poveri che
guardano al cielo”. Sono i seguaci di Valdo di Lione, che secondo l’Inquisizione bini ibant nudi
nudum Christum sequentes. E sappiamo che essi “ibant”, andavano davvero dietro a Cristo in ogni
possibile direzione, predicando un Cristo “fattosi povero per amor nostro”. Né dimentichiamo i
Francescani, che non si stancano di vivere un Cristo povero e crocifisso, alla cui sequela richiama-
no la chiesa.
4.2.- Viene poi la Riforma del XVI secolo, che affronta il problema della salvezza, e rimette con
forza al centro della fede la sola gratia che viene da Cristo. Anzi, al centro c’è Cristo: anzi c’è il so-
lus Christus; e questo solus spazza via in un colpo ogni traffico di indulgenze, ogni mediazione ec-
clesiastico-sacramentale, ogni pronunciamento di papi e di concili che non trovi appoggio sul testo
biblico.
4.3.- E come si è parlato di Cristo nel secolo scorso? Anche qui, lo sfondo culturale e le circostanze
storiche hanno determinato la predicazione e i suoi contenuti.
4.3.1.- All’epoca del Nazismo, testimoni come Karl Barth, Martin Niemöller, Dietrich Bonhoeffer e
altri, hanno lasciato tracce indelebili di un modo di parlare di Gesù in maniera profondamente evan-
gelica e quindi rivoluzionaria. Vorrei citare per tutti soltanto il 1° articolo della Confessione di
Barmen, l’atto costitutivo della Chiesa Confessante tedesca, del 1943. Esso dice: Gesù Cristo, così
come ci viene attestato nella Sacra Scrittura, è l’unica parola di Dio. Ad essa dobbiamo prestare
ascolto; in essa dobbiamo confidare e ad essa dobbiamo obbedire in vita e in morte. Respingiamo
la falsa dottrina secondo cui la chiesa, a fianco e al di là di quest’unica parola, potrebbe o dovreb-
be usare come base della propria predicazione anche altri eventi e forze, figure e verità, ricono-
scendo loro il carattere della rivelazione di Dio.
4.3.2.- Qualche decennio dopo è il fiorire delle cosiddette “teologie dal basso”. Pensiamo alla teo-
logia nera delle chiese africane e alla teologia dei neri d’America, con i loro Spirituals nei quali
Gesù è confessato come il solo che stia loro veramente vicino e, capisca e condivida la loro soffe-
renza: Nessuno sa la pena che ho nel cuor. Nessuno sa. Lui solo….
Pensiamo ai sogni e alle battaglie del pastore e martire Martin Luther King, per il quale Gesù è co-
lui che fonda e realizza una nuova umanità. Questi sono i termini in cui King confessa la sua fede
nel Dio trinitario, contemporaneo e presente: La croce è l’espressione eterna della lunghezza del
percorso che Dio farà per poter restaurare la comunità frantumata. La risurrezione è un simbolo
del trionfo di Dio su quelle forze che cercano di bloccare la comunità. Lo Spirito Santo è la realtà
in movimento che continuamente crea la comunità attraverso la storia.
Pensiamo alle teologie della liberazione in America del Sud, che vedono fianco a fianco protestanti
e cattolici: e possiamo ricordare il vescovo Helder Camara, che predica e vive con forza, anch’egli
pagando col sangue, un Cristo solidale con gli ultimi, dei quali non si interessa la gerarchia cattolica
preoccupata del suo potere, come dell’organizzazione e del controllo della chiesa.
Queste teologie, insomma, parlano di Gesù in modo diverso, ma coerente con le discriminazioni di
genere e di razza, con le problematiche economiche e sociali del luogo e del tempo. In questa linea,
la Claudiana pubblicava poco meno di trent’anni fa il “Gesù socialista” di Arnaldo Nesti, una cu-
riosa raccolta di testi eterogenei il cui filo conduttore stava nel riconoscere in Cristo il primo socia-
lista, che aveva difeso i poveri e condannato i ricchi.
4.3.3.- Non tralascerei infine le teologie femministe, anche se non mi sento abbastanza competente
in questo campo, per cui vi rinvio all’incontro conclusivo di questa serie, con la collega Lidia Mag-
gi.
Quel che comunque va detto è che esse nascono, se non come una rivendicazione, come una giusta
protesta contro una chiesa che si è impoverita negando spazio alle donne. Quello spazio che lo stes-
so Gesù e il cristianesimo primitivo non avevano affatto negato. Nel Nuovo Testamento, la donna
riceve come l’uomo il dono dello Spirito, è associata alla predicazione e alla missione. Ci sono
“diaconesse della Parola” e ci sono profetesse. C’è la chiarissima dichiarazione di principio
dell’apostolo Paolo, il quale sostiene che in Cristo non c’è né giudeo né greco, non c’è schiavo né
libero, né maschio né femmina (Galati 3,28).
Poi che cosa è successo? È successo quello che Elizabeth Moltmann Wendel riassume con amara
ironia in questi termini: a Cesarea di Filippo, Pietro dichiara a Gesù: Tu sei il Cristo, il Figlio del
Dio vivente (Matteo 16,16). La stessa, identica dichiarazione la fa, a Betania, Marta, la sorella di
Lazzaro: Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che doveva venire nel mondo (Giovanni 11,27). Il risultato
è che Pietro diventa il principe degli apostoli, Marta torna ai suoi fornelli.
La teologa Renate Jost propone una liturgia che contiene questa confessione di fede (ne leggo solo
qualche stralcio):
Credo in Dio che ha creato la donna e l’uomo a sua immagine;
che ha creato la terra e ad entrambi i sessi ha dato mani per custodire il mondo…
Credo in Gesù che al pozzo, con una donna, ha parlato di teologia,
ed a lei, per prima, ha rivelato di essere il Messia,
e lei è andata nella sua città per diffondere la grande notizia…
Credo in Gesù che si lasciò ungere da una donna nella casa di Simone
e rimproverò i commensali maschi scandalizzati di quel gesto…
5.- La carrellata di esempi fatti mi sembra abbia dimostrato l’affermazione iniziale secondo cui quel
che diciamo di Gesù non è e non può essere una definizione esaustiva ed oggettiva, valida per ogni
luogo e per ogni tempo, ma sia strettamente legata ad un preciso momento storico e ad un pre-
ciso quadro culturale.
Ed ora ci chiediamo: in che modo, noi, credenti in Cristo del XXI secolo, possiamo parlare di Gesù?
Di parlarne, infatti, non possiamo fare a meno. E non perché Gesù faccia parte del nostro bagaglio
culturale o costituisca la pretesa “radice culturale dell’Europa”, ma perché, proprio come credenti,
noi sappiamo che Egli interviene nella nostra esistenza attuale, e stabilisce con noi rapporto vivo.
Vogliamo perciò parlarne non come di un oggetto relegato nel suo tempo, ma come di un soggetto
che parla a noi.
Ma quale sarà il punto di guardatura dal quale parliamo?.
5.1.- Penso che questo punto possa essere identificato nella laicità.
Se ne parla, di laicità e di laicismo, che è un problema di oggi, e lo è specialmente nel nostro paese,
non solo perché esso ospita credenti e pretesi credenti, atei devoti e via elencando, ma anche e so-
prattutto per la specificità che ci viene dal fatto di ospitare il centro del cattolicesimo mondiale, ciò
tutto ciò che questo comporta sul piano della scuola pubblica e di quella privata, sul piano della fi-
scalità e dell’ICI (o IMU che sia), sul piano dell’etica, sul piano dell’informazione (avete notato il
silenzio ovattato nel quale il protestantesimo italiano è sempre più confinato e avvolto?)… e perfi-
no sul piano della pubblicità. E vien fatto di chiedersi, a volte: siamo noi che ospitiamo il centro del
cattolicesimo mondiale… o siamo suoi ospiti?
Se è vero che nel nostro tempo (forse un po’ più che altrove, ma anche altrove) si assiste a un ritor-
no del sacro, cui guardano con simpatia anche gli orfani delle ideologie totalizzanti, ciò che creden-
ti e fautori non credenti delle religioni intendono ricavare da questo revival è un ritorno delle reli-
gioni nello spazio pubblico, da cui esse sarebbero state espulse dallo Stato moderno, succube del
primato riconosciuto al sapere scientifico.
Tanto più dobbiamo chiederci: Che cos’è la laicità?
Come dice Stefano Rodotà, è una delle caratteristiche di una società veramente libera. Una società
che non teme la presenza del sacro, ma anche una società che non se ne lascia condizionare.
E da parte sua Carlo Augusto Viano osserva: è del tutto naturale che le religioni esigano di manife-
starsi in pubblico, per rendere testimonianza, per imporsi e ottenere riconoscimenti… Dal canto loro
i regimi liberali non hanno ragioni per impedire la manifestazione pubblica delle religioni… ma la
manifestazione pubblica di una credenza è cosa diversa dalla sua accettazione come criterio in
base al quale prendere decisioni pubbliche, cioè tali che valgano per tutta la società, prese da au-
torità che esercitano il potere indipendentemente dalle proprie opinioni private e dalla appartenenza
a qualche chiesa.
5.2.- Nelle società pluralistiche e tolleranti di oggi, si verifica un grado elevato di disobbedienza re-
ligiosa… particolarmente nel campo dei comportamenti sessuali, procreativi e sanitari, probabil-
mente determinato dal fatto che le religioni vi intervengono con maggiore frequenza, anche perché
sono quelli nei quali si configurano veri e propri tabù…Invece le religioni sono del tutto assenti in
quella che spesso è chiamata “etica pubblica”, cioè nella ricerca di modi che rendano più elevato
il grado di legalità, di trasparenza amministrativa ecc., anche perché spesso le stesse organizzazioni
ecclesiastiche traggono grandi vantaggi dalle scorrettezze amministrative…
La società contemporanea deve resistere alla sfida costituita delle pretese delle religioni (e in parti-
colare, di una religione) di rientrare nelle sfera pubblica, per imporre integralisticamente, per mezzo
di leggi dello stato, le loro visioni e prescrizioni indipendentemente dalla volontà dei cittadini…
Una società è veramente laica se sa liberarsi del complesso di inferiorità nei confronti delle re-
ligioni, smettendo di attribuire loro virtù che esse non posseggono.
Non v’è nulla di male, infatti, che una società che vuol essere laica professi rispetto per le convin-
zioni religiose e per le autorità religiose… Ma il rispetto non dev’essere confuso con l’ossequio ap-
piattito, soprattutto con un ossequio reso a certe autorità religiose e non altre…
5.3.- Di questa confusione abbiamo diversi esempi. In tempi recenti, ha fatto epoca la vicenda di
Luana Englaro e l’esproprio di libertà che è stato perpetrato nei suoi confronti e in quello della fa-
miglia.
Fu lo stesso Presidente del Consiglio dell’epoca che, usando come postini due membri del Gover-
no, mandò una lettera alle suore che avevano ospitato Luana, in cui si diceva addolorato “per non
aver potuto evitare la sua morte”. Come osserva Stefano Rodotà, non era il rammarico di un Re
Taumaturgo al quale fosse stato impedito di imporre le mani per una guarigione impossibile. Era la
rivendicazione di un potere sulla vita, di cui il politico vuole essere l’unico depositario. E que-
sta pretesa compare anche come il frutto di una nuova alleanza fra Trono e Altare, ostentatamente
esibita in occasioni pubbliche e ufficiali, attraverso le “rassicurazioni” offerte alle gerarchie eccle-
siastiche che il loro punto di vista rimane il solido fondamento dell’azione di governo.
La cultura laica dovrebbe trovare il coraggio di ribattere all’aggressività religiosa denunciando la
pretesa di imporre le proprie regole anche a chi non le riconosce…
6.- In questo quadro, come parliamo di Gesù? Possiamo parlare di una “laicità di Gesù” per ren-
dergli una testimonianza attendibile nel nostro tempo?
Penso che ciò sia non solo possibile, ma anche necessario e doveroso, verificando il suo modo di
rapportarsi al tempio. alla legge, alla figura femminile eccetera. Iin questa prima serata vorrei pre-
sentare la laicità di Gesù parlando di lui come di un credente, e di un credente non integralista.
6.1.- Gesù, dunque, un credente.
6.1.1.- In primo luogo, Gesù è uno che prega. Prega dopo essere stato battezzato da Giovanni (Lu-
ca 3,21), prega ritirandosi in solitudine per sfuggire alla folla assetata di guarigioni (Luca 5,16),
prega prima di nominare i Dodici (Luca 6,12), prega sul Tabor, dove sta per essere trasfigurato (Lu-
ca 9, 29), prega davanti alla tomba di Lazzaro, ringraziando il Padre di averlo già esaudito e prima
di richiamare Lazzaro alla vita (Giovanni 11,41-42), prega quando si accomiata dai discepoli (Gio-
vanni 17), prega per Pietro, perché la fede non venga messa in crisi dalla crocifissione del maestro
(Luca 22,32), prega nel Getsemani, prima di venire arrestato (Matteo 26,39 e paralleli), prega, infi-
ne, anche quando “è appeso al legno”: Dio mio, perché mi hai abbandonato? (Matteo 27,46 = Mar-
co 15,34), Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno (Luca 23,34), Padre, nelle tue
mani rimetto il mio spirito (Luca 23,46).
Ma Gesù insegna anche a pregare. È lui che mette sulle labbra dei discepoli e di noi tutti le parole
del “Padre nostro” (Matteo 6,9), è lui che ai discepoli raccomanda, per la preghiera, sobrietà e per-
severanza.
6.1.2.- In secondo luogo, Gesù conosce e cita la Scrittura. Ne è un esempio particolarmente chiaro
la sua lotta con il Tentatore, che è anche una lotta a colpi di versetti (Matteo 4,1-11 e Luca 4,1-13).
Sono poi numerosi i casi in cui cita la Scrittura in polemica con i Farisei e con quanti ne distorcono
il senso a proprio piacimento e tornaconto.
6.1.3.- In terzo luogo, Gesù, come ebreo osservante, frequenta la sinagoga e vi insegna anche:
Matteo 4,23 e paralleli parlano delle sinagoghe della Galilea, al plurale; Luca 4,16-30 racconta la
predicazione e il dibattito di Gesù nella sinagoga di Nazareth; al sommo sacerdote che lo interroga
dopo l’arresto, Gesù dice di aver sempre insegnato apertamente nelle sinagoghe e nel Tempio (Gio-
vanni 18,20), e di non aver mai detto nulla in segreto.
Gesù, appunto, frequenta anche il Tempio: è nota la sua reazione contro chi ne ha fatto “un covo
di ladri” (Matteo 21,12-13 e paralleli; Giovanni 2,13-17), ma è noto anche che si fermava ad osser-
vare quelli che versavano la loro offerta, e che nel Tempio guariva ciechi e zoppi (Matteo 21,14 e
raccoglieva l’”Osanna” dei bambini” (Matteo 21,15).
6.1.4.- In quarto luogo, Gesù è rispettoso della legge: invia ai sacerdoti i lebbrosi che ha guariti
perché la loro guarigione sia certificata, e sottolinea di non essere venuto per abolirla ma per portar-
la a compimento (Matteo 5,17). E agli scribi e ai farisei che gli portano davanti una donna colta in
flagrante adulterio per verificare la sua osservanza della legge, Gesù dà una singolarissima lezione
sull’osservanza della medesima (Giovanni 8,11).
6.1.5.- Infine, Gesù vive una solidarietà a tutto campo per i deboli, i sofferenti, i bisognosi. Molti-
plica più volte i pani per la gente che ha passato delle ore ad ascoltarlo, ed ogni volta pronuncia
formule di benedizione o semplicemente ringrazia il Padre in silenzio (Matteo 14,19; 15,36). Non si
limita a guarire gli ammalati, ma si informa delle loro sofferenze e annuncia loro il perdono dei
peccati, per ristabilire in maniera completa le loro persone.
6.1.6.- In una parola, Gesù associa la preghiera alla dedizione, ritirandosi nel deserto e mescolando-
si tra la folla… Unisce la sicurezza all’avventura, la prudenza all’audacia, grazie a una fiducia in
Dio che dissipa ogni timore. Come dice M. Bouttier, Gesù associa rigore e misericordia, giustizia e
amore, solidarietà senza complicità, perdono senza condiscendenza, lucidità senza disperazione.
7.1.- Il Gesù credente e osservante è anche un Gesù laico, o meglio, un credente non integralista.
7.1.1.- Prima di tutto, sarebbe semplicemente ridicolo immaginare Gesù che stringa patti e concor-
dati con Erode (che chiama “quella volpe”: Luca13,32) o con Pilato, che smaschera come fabbri-
cante di verità confezionate dal potere per imporre la propria autorità (Giovani 18,38). Né troviamo,
in tutto il Nuovo Testamento, un solo versetto che accenni a un Gesù che si serva del potere politico
come di un braccio secolare o che cerchi di influenzarne le decisioni e le leggi.
7.1.2.- In secondo luogo, basta leggere attentamente Matteo 25,31-46, dove troviamo un ampio af-
fresco di quello che potremmo chiamare il “Giudizio universale”, per rendersi conto che la separa-
zione delle pecore dai capri non viene fatta sulla base di una confessione di fede o dell’adesione ad
un determinato credo religioso, ma sulla base della solidarietà vissuta (o non vissuta) nei confronti
del prossimo.
7.1.3.- Non desidero invadere il campo nel quale presumo si muoverà qualcuno dei relatori che ver-
rà nelle prossime settimane. Non posso però trascurare la risposta di Gesù ai farisei che criticano i
suoi discepoli rei di spigolare passando presso un campo in giorno di sabato. Egli cita loro un epi-
sodio della storia di Israele che dovrebbero conoscere e poi afferma: Il sabato è stato fatto per
l’uomo e non l’uomo per il sabato (Marco 2,27). Grande affermazione, con la quale Gesù taglia al-
la radice ogni pretesa di dominio sulle coscienze da parte degli addetti alla religione! Al centro dell’
interesse di Gesù non c’è l’osservanza di una norma; c’è il rispetto per l’individuo e la preoccupa-
zione per il suo bisogno non meno che per la sua dignità. Questa parola di Gesù, forse qualcuno lo
ricorda, fu al centro di un piccolo trattato di una teologa cattolica “scomoda”, Adriana Zarri, che
lo intitolò polemicamente “I guardiani del sabato”.
7.1.4.- Ed infine, mi sembra opportuno ricordare l’episodio che spinge Gesù a raccontare la parabo-
la del ricco stolto (Luca 12,13-14). Un giorno, un tizio, evidentemente buggerato dal fratello su una
questione di eredità, chiede a Gesù: Dì a mio fratello che divida con me l’eredità. E Gesù risponde
con una domanda: Chi mi ha costituito su di voi giudice o spartitore? non tanto rifiutando di rista-
bilire una giustizia infranta, quanto piuttosto dichiarando i limiti del suo ruolo, e richiamando a
un’altra giustizia… ma qui andiamo fuori tema.
8.- Vorrei concludere con qualche domanda. Quello della laicità non è il solo problema che af-
frontiamo nel nostro tempo. Ce ne sono altri. E sono, per esempio, i problemi relativi al testamento
biologico, all’utilizzo delle cellule staminali, all’omosessualità, al matrimonio e alla convivenza,
all’aborto… e potrei continuare.
Se la chiesa che è maggioranza nel nostro paese sapesse essere discepola di Gesù in tutte queste
questioni e dicesse, come Gesù a quell’uomo: Chi mi ha costituito giudice fra di voi?, forse Bene-
detto XVI non avrebbe potuto dire al presidente del Consiglio Mario Monti che le relazioni tra il
Vaticano e il Governo italiano sono così buone da poter essere di esempio ad altre nazioni.
Il fatto è che Benedetto XVI (e la curia e la CEI con lui) fa bene il proprio mestiere. Chi non lo sa
fare o comunque non lo fa (mentre in altri paesi, anche a maggioranza cattolica, lo sanno fare) sono
i laici che ci governano, e che sono, si voglia o no, dei devoti. Devoti a chi, resta da stabilire.
Suggerimenti bibliografici
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C.A.VIANO, Il ritorno del sacro e le ragioni della laicità, in: Lezioni di laicità, Torino, Claudiana
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