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Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291

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TI DAREI GLI OCCHI MIEI PER VEDERE PADRE GINO BURRESI

Gino_Burresi_001_corretto_mons_Giaquinto_comp.jpg 

 

http://www.poesie.reportonline.it/Poesie-di-Vittoria-Aganoor-Pompilj/poesia-di-vittoria-aganoor-pompilj-inferma.html

 

Poesia di Vittoria Aganoor Pompilj -
Inferma


Eccola finalmente
la sera!  Io dal mio letto
guardo con le pupille sonnolente
un fil di luna, che traverso i vetri
viene della malata solitaria
la buia stanza a popolar di spettri.

Viene, va, la veloce
schiera dell'ombre, e tutte
hanno forme diverse, hanno una voce
diversa, e sveglia nel passar ciascuna
ombra un pensiero, un sogno, una memoria,
poi sfuma cheta al lume della Luna.

Parlano, o nelle mani
bianche stringono bianche
carte. Io leggo i caratteri lontani
senza schiuder le ciglia. È l'infinita
schiera delle parole udite o lette
palpitando, nel sogno o nella vita.

Parole come impresse
sul foglio con un ferro
rovente; così a noi parve, e che ardesse
quel foglio; e alzammo gli occhi e in ogni parte
li volgemmo a veder se ancora i nostri
compagni: i libri, i mobili, le carte,

dinanzi, intorno, accosto
a noi, fossero sempre
impassibili, là, ciascuno al posto
di prima, folla indifferente e ignava,
mentre la nostra ultima fede in una
oscura immensità precipitava.

Parole dall'accento
portentoso; parole
che come una gagliarda ala di vento
strapparon via le nebbie ad una nera
giornata di dicembre e ai campi, e ai prati
fulse improvviso il sol di primavera.

Parole di preghiera,
di tenerezza, un giorno
non curate, e la cui voce sincera,
da un vecchio foglio emersa, ora soltanto
ci asseta d'un amor senza ritorno
e ci gonfia i pentiti occhi di pianto!

Parole di comando,
di tuono, che i dispersi
soldati, vinti dal terrore, quando
la speranza è perduta, e dallo spalto
nemico infuria il foco, arresta nella
fuga, e rimena docili all'assalto.

Parole dell'accusa;
sottili, avvelenate
come pugnali, che il pensier ricusa
d'intendere, che il core sbigottito
non frena, e fra due strette anime innalzano,
rapidamente, un muro di granito.

Parole dei morenti;
rotti, misterïosi
da bianche labbra balbettanti accenti,
dove già parla come il sogno immenso
d'un'altra vita, e noi lascian pensosi,
finché viviam, del loro occulto senso!

Tutte, tutte io le sento
venir, fuggir veloci,
leggiere, e nel mio capo, sonnolento
di febbre, sveglia nel passar, ciascuna
ombra, un pensiero, un sogno, una memoria;
poi sfuma cheta al lume della Luna.

www.youtube.com/watch?v=jDZjD8UW5KY
12/feb/2007 - Caricato da pasro
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