Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291
AZIONE O LAMENTAZIONE ?
http://archiviostorico.corriere.it/1996/novembre/26/poeta_colpito_cuore_Canto_notturno_shtml
ELZEVIRO I versi di un anonimo indio dell' Amazzonia
Il poeta colpito al cuore
Canto notturno sulla canoa
"La piccola amaca / e' vuota /... / in silenzio / lei guarda la luna alta sul cerro /... l' acqua del fiume corre verso le rapide - / corre? -... le foglie camminano col vento: / tutta la selva si muove. / Anche la tua canoa / dondola sul fiume. / Soltanto tu sei immobile / sotto la grande Pietra Nera. / E io credevo che tutte le cose / vivessero soltanto per te...".
L' ignoto autore di questa poesia per la morte di una persona amata, probabilmente un figlio giovanissimo, e' uno dei tremila Piaroa, una popolazione india che vive, isolata e distinta dagli altri gruppi, nell' America Meridionale, nella foresta tropicale tra la Guiana Esterna e l' Alto Orinoco. O almeno viveva nel 1956, quando Giorgio Costanzo conobbe i Piaroa durante una spedizione nell' Amazzonia, restando affascinato dalla loro riservata gentilezza, dalla loro spiccata individualita' e soprattutto dalla loro lirica, di cui tradusse e pubblico' l' anno dopo una piccola scelta, in un aureo libretto edito da Scheiwiller, da molto tempo introvabile. Non so se i Piaroa esistano ancora; Costanzo, allora, ne constatava il rapido processo di estinzione e prevedeva che in trent' anni sarebbero spariti; puo' anche darsi che siano sopravvissuti, perche' la vita, nel bene e nel male, e' imprevedibile e talora sfugge ai calcoli e alle proiezioni matematiche - e' possibile che anche Trieste non scompaia del tutto fra pochi decenni, nonostante quanto dicono i demografi, che ne fissano inesorabilmente ogni tanto pure l' anno preciso, in base al ritmo con cui cala la sua sua popolazione. Comunque una delle liriche, tradotte con intensita' e ritrosa grazia da Costanzo, parla di un giorno in cui "la grande Pietra Nera / sara' tutto: / schiaccera' la capanna / e tutta la gente Piaroa". Quella poesia citata all' inizio e' una grande poesia sulla morte, sulla sua irrappresentabilita' , sulla sua radicale mutilazione, che colpisce al cuore e toglie il respiro. Il poeta - forse piu' poeti, confluiti in un unico canto - non dice nulla del suo dolore, dei suoi affetti, della persona che ha perduto. Dice soltanto lo stupore per quelle cose che continuano a resistere, incantevoli e indifferenti: la luna, lo scorrere dell' acqua, il frusciare delle foglie nel vento, l' oscillare della canoa sul fiume. Nulla rivela la perdita di un individuo come la prosecuzione della vita del mondo, che si allontana sempre di piu' da quegli occhi che non lo possono piu' guardare. E' lo scandalo intollerabile, la ferita della morte che, come quella di Filottete, l' eroe greco abbandonato sull' isola di Lemno, non si puo' rimarginare e continua a bruciare e ad appestare l' aria. "Il finito non sopporta la finitezza. Almeno l' umano finito" - scrive Rossana Rossanda nella Vita breve, il libro di rara intensita' scritto insieme a Filippo Gentiloni (ed. Pratiche). "Gli occhi dell' animale morente - continua Rossana Rossanda - hanno uno stupore insostenibile". Certo, le cose esistono, e non solo nella mente e nei sensi che le percepiscono; "i robb -in", gli oggetti sono, dice un proverbio milanese. La realta' c' e' , e' la' , inconfutabile. Ma le cose acquistano senso nel modo in cui vengono vissute e sono inseparabili dalle persone amate con le quali e per le quali vengono vissute, il cui volto - e' stato scritto - "si stempera nelle cose, affidandosi ad esse", ne viene custodito e a sua volta custodisce, racchiude in se' il loro significato. Ogni persona amata e' intessuta nella nostra vita, e' una parte di noi che contiene una parte del mondo; e' un orizzonte, nel quale si collocano le cose, che possono venir cancellate se quell' orizzonte svanisce, come vengono cancellate le immagini su uno schermo che si spegne. Gli uomini e le cose della loro vita - soprattutto i luoghi - si compenetrano e si conferiscono reciprocamente valore; certi luoghi bastano da soli a fare compagnia, perche' contengono, come i cerchi nel tronco di un albero, l' esistenza che e' stata vissuta in essi e le persone che l' hanno condivisa, contribuendo a darle senso e forma. Per i vecchi, i luoghi impregnati della loro vita finiscono per diventare piu' necessari delle persone grazie alle quali quei luoghi hanno assunto nel tempo quel significato. L' anonimo poeta Piaroa potrebbe quindi dire anche l' opposto, trarre conforto dalla presenza di quel fiume, di quel vento, di quella luna e di quella canoa, sentire e trovare in essi quella persona amata, presente e viva come loro e sentire la continuita' oltre la lacerazione. I due sentimenti non si escludono, bensi' si integrano a vicenda, per quel privilegio della poesia di essere al di la' del principio di contraddizione, privilegio che puo' consentirle di esprimere nello stesso verso la felicita' e la disperazione, di dire che la vita ha senso e insieme che e' assurda. Filosofie, religioni, psicologie devono in qualche modo capire, interpretare, esorcizzare, classificare la morte, smussare la sua abnorme incomprensibilita' e irrappresentabilita' , farla rientrare negli argini del concetto e della mente, come la dismisura del cielo viene inquadrata dall' intelaiatura di una finestra. A differenza di esse, la poesia, non per questo piu' alta o piu' profonda, non si preoccupa delle conseguenze delle proprie epifanie, neanche se queste possono essere devastanti per l' ordine della vita. Puo' darsi che la morte sia anche benefica e risparmi infinite desolazioni di una vita immortale; non per nulla l' Ebreo errante, nella leggenda, e' condannato, quale massima pena, all' impossibilita' di morire. L' esistenza di un individuo e' costituita anche dalle altre esistenze che l' accompagnano, si allarga a comprendere quelli che lo hanno preceduto e quelli che verranno dopo di lui; ognuno e' sostenuto e insieme gravato dalla solidarieta' e dalla responsabilita' della specie. Forse anche noi, diceva di recente Giuliano Toraldo di Francia, siamo come le particelle elementari, che continuamente vanno al di la' di se stesse, generandone altre da se' e dalle virtualita' che portano in se' . Ma cio' non diminuisce lo scandalo di soffrire e morire. Il poeta Piaroa che, dopo la scomparsa di una persona amata, ha sentito stormire le foglie e ha visto scorrere l' acqua come se niente fosse, ha colto per sempre uno sgomento indicibile, il dolore che l' universo continui come prima, allontanandosi da chi muore, la crudele infedelta' e indifferenza di ogni sopravvivere.*
Magris Claudio
| youtube.com2 gen 2008 - 4 min - Caricato da giorgioarico |