Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291
Di nelsegnodizarri.over-blog.org riccardo s.m.fontana
Vigilia di Natale, attesa mistica
Con il vaso tra le mani traboccante di rametti freschi di abete, di pungitopo e d’alloro appena colti in giardino, ornato di un bel nastro rosso e oro - era la vigilia di Natale e voleva abbellire la stanza dove trascorreva gran parte della giornata - cercava con lo sguardo il posto più indicato dove collocarlo.
Il piano della credenza non le sembrò adatto perché i due vassoi con le porcellane dell’ottocento (impolverate) fungevano ormai da svuota-tasche e lo spazio tra essi, ingombro di fotografie, mazzi di chiavi, pile d’emergenza… non avrebbe permesso l’abituale, frettolosa e distratta frequentazione senza generare inquietudine riguardo alla sua incolumità. Sopra il tavolo neppure: occupato com’era da carte, libri, giornali, astucci aperti, matite, blocco per gli appunti, lampada… il vaso avrebbe assunto un’aria incerta e transitoria che l’avrebbe infastidita, senza contare che il calore della stufa, così vicina, avrebbe ben presto seccato quel verde brillante, odoroso d’aria e di bosco. E spazio libero non si vedeva neppure sopra il carrello portavivande ridotto a supporto passivo di risme di carta, di cartucce per stampante, di manoscritti. Uffa. Perché tutta quella carta? Perché quel mucchio di cose dappertutto? In breve: perché quel disordine? Sembrava infatti che la stanza fosse stata investita da un vento impetuoso o messa sottosopra da un ladro deluso.
Eppure, c’era una stata una volta in cui la sala si offriva allo sguardo in un ordine perfetto, da rivista: tappeti sul lustro pavimento di cotto (ora avvolti in carta da giornale, legati con lo spago, un rotolo sopra l’altro sotto la scala di legno che portava al piano superiore); vetri delle finestre luminosi e tersi; soprammobili ben spolverati; quadri alle pareti…; e il tavolo, sì proprio lui, che in occasione delle feste si adornava di due candelieri d’argento, uno di qua l’altro di là, impegnati a fronteggiarsi - fino all’Epifania - con svettanti candele rosse sopra una lunga striscia di broccato dorato - le seggiole intorno, compunte, come silenziose ancelle. (A pensarci bene però, le sembrava adesso un ordine fittizio, invivibile nella sua algida perfezione).
Nel giro panoramico intorno alla stanza, lo sguardo si posò sulla poltrona.
La grande poltrona, del tipo che i francesi chiamano «bergère à oreilles», «a orecchie», di comode dimensioni con seduta, braccioli e schienale alto imbottiti, e rivestita di tessuto rosa antico non si trovava più nel suo angolo in compagnia della lampada, del tavolino d’appoggio per libri e giornali ma, spinta anch’essa in prossimità della stufa, e sempre pronta a ricevere indifferentemente con eguale amore chi volesse accomodarsi, leggere (con un plaid sulle gambe, un cuscino dietro la testa), schiacciare un pisolino, fossero gatti o persone, in quel momento era libera. E quell’accogliente locus amoenus sembrava aspettare proprio lei.
Posò il vaso per terra. Attizzò il fuoco, aggiunse due pezzi di legna grossa. Si sedette. Che gioia. Era così bello stare in quella luce grigia, morbida per il tepore della stanza, in quel silenzio che paragonò al muschio delicato e folto incontrato sotto i grandi abeti del parco. Le sembrò un momento perfetto. E una sensazione di gratitudine, di benessere prese a stillare dentro lei colmandola di piacere. Oh, potesse durare a lungo, il più a lungo possibile quell’immobilità incantata e magica in cui era caduta. Potesse bearsi fino a domani di quell’attesa mistica della felicità che si annunciava con il bisbiglìo del verde, del rosso e dell’oro sotto la finestra.
Anna Maria Dadomo
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