Ieri il quotidiano Libero pubblicava in prima pagina
un articolo del commentatore Antonio Socci. L'autore contestava duramente un particolare del mosaico posto di lato al sepolcro nel nuovo edificio di Renzo Piano a San Giovanni Rotondo: l'artista Marko Rupnik ha raffigurato, in uno dei riquadri che rappresentano il santo, una donna con
l'Unità tra le mani. Scandalo!
Se c’è un testimone della fede universalmente riconosciuto in Italia, questi è padre Pio. Il suo volto raffigurato in mille modi, le sue statue e le immagini che ovunque, dalle chiese ai negozi, dalle case ai finestrini dei tir, sono un’icona indiscussa della pietà popolare. E lo sono da così tanto tempo che, parlando e scrivendo, risulta difficile citare il frate di Pietrelcina con l’attributo di “santo” come Giovanni Paolo II ha voluto che fosse. Nel riconoscimento di quella “paternità” spirituale, infatti, sono passati decenni drammatici e importanti della nostra storia nazionale.
Nel suo lungo ministero religioso egli si è confrontato con tutte le contraddizioni ideologiche, culturali e sociali che hanno attraversato quegli anni, senza timore di manifestare la sua avversione al comunismo a quel tempo quasi indiscussa in ogni ambiente cattolico. E, c’è da dire che, né durante la sua vita, né dopo la sua morte, cronisti e biografi hanno mai sostenuto il contrario. Sono stati invece numerosi gli esempi di conversioni di militanti comunisti, ma anche – pure se se ne parla meno – di tanti altri (comunisti compresi) che erano inquietati dall’esempio e dai racconti degli episodi straordinari di cui padre Pio fu protagonista, e anche del suo carattere brusco che non faceva sconti a nessuno. Ed è così che in una società postmoderna nella quale gli spazi per le ideologie si sono quasi annullati, questa figura appare ancora più universale di quando era in vita.
Caso raro e difficilmente spiegabile nel contesto culturale dominato dai mass media e che, proprio per questa sua caratteristica, andrebbe indagato più a fondo. Sarebbe interesse di tutti, ma ancor più dei credenti, chiedersi perché nel diffuso clima di secolarizzazione che rende difficile la comunicazione religiosa, alcune icone, come sono oltre a padre Pio, madre Teresa di Calcutta, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, invece continuano e accrescono il loro richiamo nell’opinione pubblica. Interrogativi che proprio ieri, dopo avere letto un articolo di “Libero”, per contrasto, mi sono prepotentemente tornati alla mente. Antonio Socci, l’autore del commento, infatti, contestava duramente un particolare del mosaico posto di lato al sepolcro nel nuovo edificio di Renzo Piano a San Giovanni Rotondo: l’artista Marko Rupnik ha rappresentato il santo con alcune figure che la didascalia così definisce: “Padre Pio benedice le donne e gli uomini di cultura. Il padre spirituale sa accogliere senza pregiudizi tutti quelli che a lui si rivolgono”.
Il motivo di scandalo per Socci sarebbe che una donna compresa in quel riquadro, ha “l’Unità” tra le mani e per questo egli così scrive: «In tutto il ciclo delle raffigurazioni c’è una testata giornalistica italiana che viene mostrata e di conseguenza viene (…) pubblicizzata. Una sola: “l’Unità”. È davvero molto sorprendente perché nel mosaico si vede padre Pio che addirittura benedice una tizia che ha in mano appunto “l’organo del Partito comunista italiano”».
Senza entrare nel merito delle cose (scontate) citate da Socci relativamente alla contrarietà di padre Pio per il comunismo, merita una riflessione la scarsa considerazione del commentatore per il dialogo e per una visione umanistica della nostra storia e – visto che scriviamo sui quotidiani - presente compreso. Egli scrive come se il tempo si fosse fermato a Stalin, ai suoi errori e ai riflessi di quelle vicende sul Partito comunista italiano, ignorando volutamente tutto quanto è accaduto dopo. Non solo nel campo politico, ma anche in quello religioso ed ecclesiale. Egli avrebbe potuto benissimo contestualizzare il suo revival anticomunista, con almeno due citazioni importanti: quella di Giovanni XXIII che invitava a non confondere l’errore con l’errante; e l’altra di Giovanni Paolo II che all’inizio del pontificato gridò al mondo: «“Solo Dio sa cosa c’è nel cuore dell’uomo». Queste parole, insieme a molte altre scritte e dette nel magistero della Chiesa e dei cristiani, hanno radicalmente cambiato il punto di osservazione degli avvenimenti e anche della storia di tutti gli uomini. Si può dire che quelle parole hanno segnato il tempo riducendo le distanze tra le culture e con esse i sospetti, le trame e le diffidenze reciproche.
Chi ha vissuto le vicende alle quali Socci si riferisce, infatti, non fatica oggi a dare la giusta dimensione alle cose anche drammatiche che gli italiani hanno sofferto in passato. E ci si può chiedere, se per caso l’artista avesse messo nelle mani della donna del mosaico “Il Popolo”, allora sarebbe stato tutto regolare? No. “Il Popolo” (che non esce più) e “l’Unità” (e tanti altri storici organi di stampa di carattere politico e culturale) nel bene e nel male fanno parte del prezioso bagaglio del nostro patrimonio culturale e politico. E ritornare agli steccati di ieri vuol dire non considerare la fatica che dopo decenni di contrasti, sta generando non senza difficoltà un clima nuovo di comprensione e di dialogo che forse piacerebbe anche a padre Pio.