Rossana Rossanda, del Manifesto, era amica di Adriana Zarri, la teologa vicinissima alle posizioni del Concilio Vaticano II scomparsa nel 2010. In una prefazione molto sentita a una raccolta di scritti della Zarri pubblicata da Einaudi, Un eremo non è un guscio di lumaca, la Rossanda racconta la sua amicizia con la teologa (incontrata durante la campagna del referendum sull’aborto) che viveva in un eremo in Piemonte, ma non era affatto fuori dal mondo (tanto da scrivere sullo stesso Manifesto e varie riviste, nonché partecipare come ci informa la quarta di copertina del volume alla trasmissione Samarcanda di Michele Santoro). In che consisteva questa amicizia fra una non credente e una donna votata a Dio? La Rossanda, almeno una volta all’anno, andava nella cascina dalle parti di Ivrea e, in mezzo alle bellissime rose che coltivava la Zarri, agli animali, al prezioso silenzio della solitudine, condivideva un’esperienza puramente umana. La sera, prima di mettersi a tavola con un bicchiere di vino, le due donne leggevano brani dell’Antico Testamento. C’era pericolo — come temeva il compagno ateo della Rossanda, Karol — che Rossana finisse a messa? Niente affatto. «Né lei cercava di convertirmi — scrive la Rossanda — né io di dissuaderla da quel che non provavo» . Un giorno, la Zarri fu costretta a lasciare l’eremo. Finì per qualche tempo in una casa d’accoglienza per tossicodipendenti. Rossana andò a trovarla. Adriana era tristissima e muta in mezzo a quei poveracci. Scrive la fondatrice del Manifesto: «Ricordo il volto smarrito di Adriana alla tavola comune, fra due adulti calorosi e alcuni giovani risentiti, incapaci di muovere un dito, infelicissimi e tetri. Ho pensato allora, con qualche malizia, che delle virtù teologali la mia amica ne aveva in sovrabbondanza due, fede e speranza, mentre frequentava a modo suo la carità, il suo amore essendo tutto per Dio e qualche grande causa, ma poco incline alla sofferenza dei singoli, che in verità non ha nulla di splendido» . Fin qui, tutto giusto e vero: alla carità ci invita San Paolo (che, a detta della Rossanda, la Zarri non frequentava tanto nelle sue letture), ma è un compito arduo, quando è vera, e non è detto che ogni essere umano — anche chi è custode di un’anima elevatissima e di pensieri liberi e profondi — sia in grado di sperimentarla con il proprio impegno e le proprie azioni. Ed è vero, verissimo, che la sofferenza dei singoli non ha nulla di splendido. Anzi, è respingente, orribile: mille miglia lontana dalle immacolate e perfette bellezze della natura, dei fiori, degli alberi, dei timidi conigli che si accoppiano innocenti in una stalla. Senonché, poche righe sotto, la Rossanda aggiunge (sempre a proposito di Adriana Zarri seduta a quel tavolo di sofferenti): «Non sarebbe mai stata come madre Teresa e le sue seguaci, delle quali diffidava e, come capii più tardi, non a torto» . Ora, oggi più che mai, è lecito diffidare di chiunque. Ma per quale motivo, oltre a tutte le persone abiette, a tutti i sepolcri imbiancati di cui l’eremita-teologa poteva a buon diritto diffidare, diffidava anche di una donna, come Madre Teresa di Calcutta che aveva speso la sua vita, insieme alle sue seguaci, per alleviare le sofferenze del suo prossimo, facendosi povera come i più poveri proprio per poter capire meglio il loro dolore? Cos’è che Adriana Zarri rimproverava a Madre Teresa e alle sue seguaci? Questo, la Rossanda — che in seguito si confermò in tale convinzione— non ce lo racconta. E, francamente, ci stupisce. Perché sarebbe stato corretto, nel riferire un pensiero così rilevante di una persona che non c’è più, fornirne almeno una motivazione. A meno di non voler alimentare il sospetto che la diffidenza della Zarri avesse le sue radici oscure — cosa che non crediamo — in una invidia della carità. Quanto alla Rossanda, lei che pensa di Madre Teresa di Calcutta? Sarebbe interessante saperlo. Insomma, sapere le due cose: i motivi della diffidenza sua e di quella di Adriana Zarri. Lo scriva, la Rossanda. Ci vuole poco.
Adriana Zarri