Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291
Un vuoto da riempire
di Adriana Zarri
C’è stato il caso di un ragazzo che si è tolto la vita
perché era stato sospeso, per un anno, dalla
possibilità di assistere alle partite di calcio. Poi i
giornali ci han dato notizia di un’adolescente che si
è egualmente suicidata perché i suoi genitori le
avevano impedito di tenere in casa il suo amato
cagnetto. All’idea di doversi separare dalla bestia,
destinata al canile, la ragazza ha preso una decisione
che fa pensare alla tragedia di due amanti romantici:
moriamo insieme (senza dire che gli amanti, nel
prender la tragica decisione, sono d’accordo e il
povero cagnetto probabilmente no; e forse avrebbe
preferito la vita, pur triste, del canile o, meglio
ancora, una fuga nei boschi che la sua amica
complice avrebbe ben potuto organizzare. Dal che si
può anche dedurre che questo grande amore era un
tantino egoistico. La ragazza voleva morire, il cane
forse no; non gliel’ha chiesto e l’ha coinvolto
violentemente nella sua decisione).
Dico subito che l’amore per un animale mi pare
sentimento più nobile e profondo dell’amore per il
gioco del calcio e del tifo sportivo in genere. Forse
anche là c’è l’amore per i campioni, ma più in quanto
campioni che in quanto uomini. Ma non voglio
addentrarmi nel paragone. Al di là dei due oggetti
dell’amore c’è qualche cosa che accomuna i due
comportamenti. E non solo la morte. Ma una ben
triste qualità di vita.
E’ noto che l’amore per gli animali, nei bambini, è
fortissimo: e i grandi dovrebbero saperlo. Il non
tenerne conto, quando non è ignoranza, è spesso
colpevole egoismo (il cane sporca, il gatto
ingombra; il bimbo lo vorrebbe ma i genitori no; e i
genitori, naturalmente, sono coloro che
“comandano”, in casa. Né voglio qui negare
l’autorità parentale ma, se mai, metterne in
discussione i limiti).
Quando il rapporto coi genitori è fondamentalmente
buono, quando coi “grandi” c’è comprensione e
dialogo, quando, nella vita, ci sono altri interessi, la
crisi della bestia negata si riassorbe.
Ma quando non c’è altro che il cane, che il pallone,
che la discoteca?
Io che – essendo “grande” e, ahimè, ormai vecchia –
conservo l’amore infantile per le bestie, posso
comprendere come un animale possa far da rifugio a
incomprensioni e compensare altri affetti negati o
non abbastanza dimostrati. Io ricordo benissimo
che, nella mia infanzia, andavo spesso a consolarmi
nella stalla e, con le piccole braccia, cingevo il
grande collo di una cavalla e sussurravo i miei crucci
nelle sue orecchie. Anch’io ero sola, come la bimba
morta con il cane: e, se i miei rapporti con i “grandi”
non fossero, in seguito, migliorati, avrei anch’io
potuto fare una brutta fine, perché il dolore dei
bambini ha densità inimmaginabile.
L’angustia del loro orizzonte, non consentendo di
inserire un episodio in un quadro più vasto in cui
l’angoscia si possa stemperare, concentra il dolore
come in una scatola chiusa e, in quella scatola crolla
l’universo.
Non parliamo, per carità, dell’infanzia felice e
spensierata: non c’è luogo comune più falso.
L’infanzia è spesso infelice, proprio perché
“spensierata”: cioè senza ancora quei pensieri,
quelle idee, interessi e passioni che riempiono la vita
dell’adulto e gli consentono una visione più
equilibrata e una sopportazione più sostenibile del
dolore. Il bambino non è in compagnia di se stesso,
come noi sempre siamo; il bambino, quando non si
aggrappa all’adulto o all’animale, è desolatamente
solo. Da ciò la sua assoluta dipendenza e la sua
totale disperazione quando uno di questi appoggi
cade. Se questa situazione si prolunga, se si
prolunga l’infanzia, se il bambino non cresce, se
resta in una situazione adolescenziale, con quel
vuoto dentro, da riempire comunque fosse pure con
una bestia, con un pallone, allora nasce la
dipendenza da modelli che gli vengono imposti dal
di fuori: modelli, purtroppo, di violenza, di danaro, di
arrivismo, costi quel che costi, non importa.
L’importante è arrivare a essere “qualcuno”:
miraggio tanto più forte quanto più si è “nessuno”.
“Io voglio fare il boss” ha detto un bimbetto, in una
scuola (una scuola elementare). Il boss era colui che
si imponeva, che vinceva: era il suo eroe negativo. A
questo punto il discorso della mancanza di valori e
di modelli credibili certo s’impone. Ma dove sono
questi modelli? Li troviamo sempre nelle scuole o in
parrocchia? O non ci imbattiamo spesso in stereotipi
lontani?
E allora bisogna pur riempire il vuoto, e si riempie di
tutto: di discoteche, di omicidi, di palloni e di pietre
lanciate dai ponti sulle vetture in transito. Può
scapparci anche il morto, ma intanto abbiamo fatto
qualche cosa, ci siamo sentiti qualcuno: magari
degli eroi (e la diversità tra eroe positivo e negativo è
troppo difficile da cogliere per chi ha solo il
problema di riempire le ore o di vincere la noia).
Tratto da : La gatta Arcibalda e altre storie Graphe.it
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