Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291
http://www.softanna.ch/Don%20Varnava/riflessioni%20sulla%20pace.htm
IL VOLTO "FEMMINILE" DELLA PACE di Antonio Nanni
Si è fatto osservare che la "seconda fase" del femminismo stia interessando più direttamente la Chiesa. Si ha come l'impressione che le spinte propulsive del movimento delle donne si vadano esaurendo sul piano sociale mentre aumentano di proporzione e di significato sul piano ecclesiale. Si tratta senza dubbio di un processo non chiassoso e poco appariscente ma nondimeno corposo e capillare. Ad essere chiamata in causa sembra essere anzitutto la configurazione strutturale e istituzionale della Chiesa. Perché avvenga una riconciliazione profonda tra la donna e la Chiesa deve cambiare la donna ma forse ancor più deve cambiare la Chiesa. Se inquadriamo questa realtà da una prospettiva ecumenica essa appare ancora più in movimento. Si approfondisce il distacco tra la Chiesa cattolica e le altre confessioni cristiane. È recente la notizia che anche in seno all'ebraismo la donna si appresta a vivere una svolta storica: infatti l'Assemblea mondiale ebraica ha riconosciuto alla donna il diritto di diventare "rabbino". Dopo un ballottaggio postale che ha interessato mille e cento rabbini sparsi in tutto il mondo è emerso il risultato forse inatteso e certamente rivoluzionario: 636 rabbini hanno votato a favore e 267 contro. Dunque, la donna ebrea potrà essere "rabbino".
E che cosa accade oggi in casa cattolica? Sono passati più di venti anni da quando il cardinale belga Suenens, nel 1963, all'inizio della seconda sessione del Concilio Vaticano II, chiedeva ai vescovi di tutto il mondo: "dov'è qui l'altra metà dell'umanità?". In quell'interrogativo che ci sembra conservare ancora oggi la sua attualità noi vediamo la presa di coscienza della reale condizione di subalternità della donna nella Chiesa.
Che la teologia tradizionale e molto spesso anche quella moderna sia quasi del tutto sorretta da modelli culturali maschilisti e androcentrici non ci vuole poi molto a dimostrarlo. Il linguaggio che viene per lo più utilizzato ne è lo specchio più fedele ed inequivocabile. Il "volto materno" di Dio stenta ad emergere. Come se Dio fosse veramente soltanto il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe e non altrettanto il Dio di Sara, di Rebecca e di Rachele. Tutto questo fa riflettere. Oggi le donne cattoliche, almeno in Italia, non parlano tanto della necessità di una teologia femminista quanto piuttosto di una teologia "al femminile". Non ci sembra, insomma, che si voglia trasferire la protesta e la rivendicazione dell'ambito sociale a quello ecclesiale ma che si intenda finalmente considerare la donna "soggetto" (non solo oggetto) della riflessione teologica.
Per infrangere un'errata iconografia cristiana della donna si potrebbe ripartire dalla riproposizione di un grappolo di interrogativi che il cardinale Carlo Maria Martini presentò come introduzione al convegno di Gazzada del 1981: "perché identificare l'immagine di Dio con quella trasmessaci da una cultura maschilista? Quali indicazioni per un linguaggio globale anche liturgico, che non faccia sentire esclusa, nella sua elaborazione, la donna? Perché così poche e inadeguate risposte alla valorizzazione del proprio corpo, dell'amore fisico dei problemi della maternità responsabile? Perché la pur grande presenza delle donne nella Chiesa non ha inciso nelle sue strutture? E nella prassi pastorale perché attribuire alla donna solo quei compiti che lo schema ideologico e culturale della società attribuiva, e perché non esplicitare i suoi carismi "opera dello Spirito Santo" ? I ruoli ecclesiali affidati alle donne corrispondono ai carismi di una Chiesa condotta dallo Spirito oppure sono ancora frutto di una mentalità maschilista?".
Ecco, noi crediamo che in queste domande essenziali sia raccolto l'aspetto più profondo e talora drammatico del rapporto tra la donna e la Chiesa.
La condizione della donna nella Chiesa
Molti conosceranno il nome di Adriana Zarri; l'enfant terrible delle donne cristiane in Italia, teologa, saggista e contemplativa. Secondo la Zarri non esiste uno speciale rapporto fra donne e pace, fondato, come spesso si dice, sul fatto che la donna è "datrice di vita". Anche l'uomo è datore di vita e far riferimento a quel titolo della donna sembra ancora una volta un modo elegante per chiuderla nel ruolo della funzione materna. Il legame tra la pace e la donna non va dunque individuato sul piano biologico, ma altrove.
"Donne di tutto il mondo, cristiane e non credenti, a cui è affidata la vita in questo momento così grave della storia, spetta a voi salvare la pace nel mondo": così si conclude il messaggio del Concilio Vaticano II alle donne. In questa visione la donna appare ancora portatrice di pace perché, per determinazione biologica, è portatrice di vita. Ma la donna è soggetto della cultura della pace non tanto perché madre quanto perché la sua particolare condizione l'ha portata a fare esperienza quotidiana di alcuni grandi valori umani che sono allo stesso tempo un presupposto e una conseguenza dello spirito di pace: la solidarietà, l'accoglienza, la gratuità, il senso della festa, la pazienza, la tolleranza, ecc. Oggi la donna cristiana dà l'impressione di aver acquistato uno spirito di grintosa franchezza nei confronti delle autorità ecclesiastiche e, simbolicamente, verso lo stesso Pontefice. Negli ultimi anni, infatti, sono state soprattutto le donne a far presente coraggiosamente al Papa, nel corso dei suoi viaggi, certe realtà. In un veloce censimento fatto dal noto vaticanista di "Repubblica" Domenico Del Rio, troviamo elencate alcune tra le più clamorose contestazioni femminili: da quella di Suor Teresa Kane nell'ottobre del 1979 a Washington, che poneva al Papa in termini espliciti il problema della donna nella Chiesa, a quella della presidentessa dell'Azione Cattolica, Barbara Engel, nel novembre 1980 a Monaco, in Germania, che denunciava le incomprensioni della Chiesa verso le nuove generazioni. Ma le contestazioni più energiche si sono avute nel corso del viaggio in Belgio e in Olanda. A Utrecht, il 12 maggio 1985, la signora Edvige Wasser fa osservare al Papa che il Vangelo non si annuncia ''con il dito minaccioso". A Liegi, il 19 maggio 1985, la signora Anne Marie Gilson, Presidentessa dell'Azione Cattolica rurale femminile, rimprovera al Papa il fasto e la spettacolarità che accompagna i suoi viaggi. I giorni successivi all'Università di Lovanio la studentessa Els Gryson invoca una morale liberatrice che non si fondi soltanto su "comandi e proibizioni". E un'altra studentessa, Weronica Oruba, di origine polacca, fa presente al Papa di essere sorpresa di certe sue posizioni nei riguardi dell'America Latina e della Teologia della liberazione.
La protesta delle donne contro la struttura patriarcale che caratterizza ancora oggi la Chiesa, secondo cui il "maschio" è il simbolo della "norma" , e tutto ciò che non lo è viene considerato inferiore, si fa sentire soprattutto negli Stati Uniti d'America, dove dal 1977 si è costituita la "Conferenza per l'ordinazione delle donne" (Women's Ordination Conference), per sostenere la causa del sacerdozio femminile. Ma ciò che più sembra preoccupare il Vaticano e l'Episcopato americano, che ha incaricato una commissione di vescovi Usa di preparare una lettera pastorale sul tema della donna nella Chiesa e nella società americana, sono proprio le rappresentanti ufficiali delle 120 mila suore statunitensi. Sono proprio le suore, infatti, le più agguerrite sostenitrici della necessità di cambiare le attuali strutture androcentriche della Chiesa.
La Chiesa è chiamata a stringere con la donna un nuovo patto di pace. Non sono poche le responsabilità della Chiesa nei confronti della condizione sociale della donna. Si afferma in un documento del 1975 a cura del Pontificio Concilio per i laici ("La Chiesa e l'anno internazionale della donna"): "la donna è stata talmente abituata a pensare che non tocca a lei pensare come impedire la guerra e creare la pace, che ora ci si trova di fronte ad un primo immane compito: educare la donna che tocca anche a lei pensare che la guerra può e deve essere eliminata, che la pace non è, solo assenza di conflitto armato, ma è anzitutto e soprattutto equa distribuzione dei beni economici, rispetto delle minoranze, riconoscimento e tutela dei diritti di ogni uomo, volontà di composizione pacifica degli inevitabili conflitti scaturienti dalle limitazioni umane".
Forse queste considerazioni dovevano però esser fatte non soltanto nel segno della denuncia ma anche nel segno dell'autocritica. La liberazione della donna nella società e nella Chiesa è un presupposto indispensabile per la costruzione della pace e di nuovi modelli culturali in cui l'uomo e la donna possono realizzare la loro specifica identità personale, sessuale e psicosomatica nella convivialità delle differenze.