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Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291

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ADRIANA ZARRI : FRECCE D'AMORE DALL'ARCO DI LUNA

 

 

http://www.scuolantibagno.net/Le_Lezioni/LezioniPdf/2010-11-Lezione-30.pdf

 

 

Adriana Zarri, da Erba della mia erba in

"Un eremo non è  un  guscio di lumaca"
 
«Frate colomba»
 
... Per vari giorni non suonò la sveglia, e io mi destai
non molto tempo dopo l’ora solita, ma in modo meno regolare. Occorreva porre un rimedio, e io portai la sveglia dall’orologiaio. Dissi il difetto, la lasciai per la riparazione e passai dopo qualche giorno, a ritirarla. L’orologiaio - consegnandomela senza il conto - mi disse:
«Ma questa sveglia va benissimo».
«Come benissimo? Non suona!»
«Ma sarà lei, signora, che non sente. Io l’ho provata a tutte le ore e ha sempre suonato puntuale».
A quel punto mi venne un lampo di sospetto. Portai a casa l’orologio, mi misi anch’io a provare e mi diede lo stesso risultato: suonava perfettamente.
Mi parve allora che non ci fosse altro che cambiare sveglia. Tornai dall’orologiaio e me ne feci dare una potentissima.
«Questa, - mi disse, - sveglia anche dieci buoi!»
E infatti mi svegliò. E per un certo tempo la cosa andò benissimo.
Ma in capo a un mese o poco più mi accadde ancora di non destarmi. Pensai che forse mi ero dimenticata di caricarla e la sera feci l’operazione attentamente; ed ero certa del fatto mio. Ma - ahimè - anche il mio inconscio lo era del fatto suo e, alla mattina, mi bloccò il suono della supersveglia.
La cosa cominciava a farsi seria e presi a meditarci su. Non era possibile non sentire uno squillo così forte, se non per un rifiuto: un intervento, appunto, dell’inconscio a livello di
corteccia cerebrale. ...
Questa piccola vicenda mi ha fatto capire due cose: che, in quella mia impietosa levata mattutina, c’era non masochismo - questo no - ma un po’ d’orgoglio: questo sì. E in fondo
mi piaceva, quando m’interrogavano, dire che mi alzavo alle quattro: faceva molto ascetico
e colpiva l’attenzione. In fondo era un residuo di eccezionalità; e ora ne faccio ammenda.
Che cos’era quel mio adottare e ostentare ritmi da asceta? Era forse una «lezione»? E invece non ho niente da insegnare. Meglio così che mi alzo secondo la stanchezza, come
tutti e vado a letto secondo la stanchezza, come tutti. Cosa credevo d’essere? Un superuomo da sbattere in faccia quella mia insolente «virtù»: una levata ancor più mattutina di quella, già severa, dei miei amici contadini? Cosa credevo d’essere? Meglio di loro?
In secondo luogo mi sono accorta che è molto più difficile questo regime variabile che la fedeltà all’ora fissa. La duttilità dell’orario rende facili gli alibi, apre i varchi ai pretesti. E
direi proprio una bugia se affermassi di non cadere mai nei mille tranelli delle scuse, appellandomi alla stanchezza quand’è solo pigrizia. Intanto sto scoprendo la notte.
Spesso, tra una pagina e l’altra (il lavoro serale è dedicato esclusivamente allo scrivere; e sono quasi le uniche ore perché di giorno non c’è tempo) esco sul ballatoio. Trovarsi soli, in mezzo alla campagna, nella notte, è un’esperienza rara e forte. La notte è solenne,
misteriosa, incute quasi sgomento. Amo le notti tenere di luna. Quelle più cupe mi danno il senso della potenza di Dio. Ma il mio Dio è più dolce e amichevole; e la mia preghiera è soprattutto tenerezza. No: amo le notti chiare; e l’arco fine della luna, come una bocca da baciare.....
 
Adriana Zarri

 

 

https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2013/04/17/72-la-faccia-nascosta-della-luna/

 

La faccia nascosta della luna

 

Quante cose hai capito, tutte in una volta. E’ un suono di campane che arriva all’improvviso e ti ricorda tante cose, tutte in una volta, come quando correvi e una forza ti spingeva, ti faceva passare tra la gente ignaro di tutto, eccetto che l’amore. Una canzone: parlava della luna; hai messo e rimesso la cassetta, ma lui sopportava, con pazienza. Facevate su e giù, di fronte al palazzo pieno di archi; parlavi, parlavi, ti stupivi tu stesso delle cose che dicevi, e mai una volta che t’avesse interrotto: sorrideva, come uno degli archi in cui passava e ripassava il vento, la tempesta perfetta della tua esistenza, quasi fosse normale perdersi nei sogni, nella faccia butterata della luna, nei brillanti delle stelle che qualcuno aveva appeso lassù, per ricordarti di un tesoro che ancora trascuravi; o quando vagavate in riva al lago e ti sentivi male, ti mancava il terreno sotto i piedi, ti assaliva l’impressione di dissolverti; intuivi che era tutta una questione di coraggio, di lanciarsi senza più esitare, buttati! è fredda! Amavi la luna: che cosa ricordava? che cercavi lassù? che cosa immaginavi di trovare nella parure scintillante delle stelle? Una luce, una luce; dottore, che cos’ha? lo diranno le analisi. Non ti eri mai sentito così male: era come se il cervello evaporasse, come si aprisse un buco in mezzo al cuore; stai tranquillo, fermati un momento, non c’è nulla da temere; il lago è uno schiaffo d’acqua sulle guance fredde, ma basta che ti guardi, che sorrida; ve l’ho detto, non sappiamo, vi terremo informati; dove m’hanno portato, perché m’hanno staccato così presto? dov’è, dov’è mia madre? E’ possibile sentirsi così male e poi guarire senza alcun motivo? Sì, è qualcosa che perdi e ritrovi all’improvviso, senza sapere cosa sia; la metti un’altra volta, e lui fa fare, per chilometri e chilometri, chissà che risposta ti aspetti di trovare, nelle note. Quante volte hai rivolto lo sguardo verso l’arco nero della notte, provando a riconoscere le stelle – Arturo, Rigel, Aldebaran – per riuscire a dare un nome alla persona che da allora hai cercato in ogni donna, come se qualcuno potesse rimborsarti l’angoscia del distacco, convincerti che i vuoti si riempiono, le falle si riparano, e il lago potesse cambiarsi in un momento da schiaffo sulle guance irrigidite a carezza inaspettata, trasformarsi da perdita in presenza. Fermati, ecco, sono qui. Quante cose hai capito, tutte in una volta. E’ un miracolo, amico, vedere la faccia nascosta della luna.

 

Don Fabrizio Centofanti

 

Il primo bacio sulla luna - YouTube

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