Cari lettori, se oggi mi ritrovo a parlare con entusiasmo di don Lorenzo Milani è grazie al signor Giovangualberto Ceri, che mi ha stimolato sull'argomento, postando un commento su un mio post in cui parlo di Dante e dello stesso dantista Ceri. In quel commento il Ceri ringrazia una certa Bettina di avergli inviato un opuscolo su don Milani, curato da "Toscana Oggi" datato 20 giugno 2017 e pubblicato in occasione della visita di Papa Francesco a Barbiana.
Di don Milani ne avevo sentito parlare, anzi scrivere dalla teologa Adriana Zarri, che in una sua intervista, intercalata da molti silenzi, lasciava intravedere certe sue perplessità nei confronti del Milani ad esempio riguardo alla sua teologia di Barbiana, tant'è che si era decisa ad inviargli una lettera, ahimè troppo tardi, poichè don Milani morì senza mai leggerla. Sarebbe bello se chi l'avesse ritrovata tra la sua posta dopo la sua morte la potesse pubblicare per scoprire cosa scandalizzasse così tanto la Zarri nei comportamenti del Milani.
Così come avvenne circa un suo giudizio su madre Teresa di Calcutta, della cui carità avrebbe dubitato, secondo quanto ci racconta Rossana Rossanda nella sua prefazione al libro postumo di Adriana Zarri "Un eremo non è un guscio di lumaca".
Non considerandomi io un seguace o un fan fondamentalista della Zarri, giacchè vi ho dimostrato già in passato di avere avuto delle divergenze di opinioni riguardo ad alcuni temi che ci hanno quasi portato ad accapigliarci lei dal cielo ed io dalla terra, ciò nondimeno ne ho subito una certa influenza e forse anche per questo non mi sono mai avvicinato al pensiero di don Milani, ovvero mi sono tenuto ad una certa distanza di sicurezza.
Fino a quando un po' per la visita di Papa Francesco a Barbiana con la conseguente riabilitazione di don Milani, un po' per il sopra citato intervento del dantista e astrologo Giovangualberto Ceri, ho ricevuto uno scossone che mi ha fatto perdere l'equilibrio e sono cascato nella sua rete, da cui ora, mai e poi mai mi libererei.
La stessa cosa è capitata tra ieri ed oggi o, come si suol dire, tra capo e collo, ad Adriana Zarri.
Ci credete che ci siamo commossi sia io che lei nel leggere qualche brano tratto dal libro della professoressa di Barbiana Adele Corradi "Non so se don Lorenzo"!!!
Adriana Zarri, credo anche per farsi perdonare le sue esternazioni su una presunta misoginia di don Milani, mi ha espresso addirittura il desiderio di ospitare su questo blog qualche passo di quel libro, che mi affretterò ad acquistare, sperando in un consenso di Adele Corradi alla pubblicazione di qualche sua pagina qui.
In un certo senso io vengo oggi a colmare in questa sede quei puntini di sospensione della Zarri nell'intervista da lei rilasciata su don Milani.
Posso confermare che le mie lacrime di commozione nel leggere e nel sentire su youtube tante testimonianze su don Milani erano frammiste alle lacrime della stessa Zarri, perché quelle profumavano di paradiso.
Tra ieri ed oggi don Lorenzo Milani ci è scoppiato dentro al cuore.
E da oggi Adriana Zarri si trova qui, tra le donne di don Milani.
Sarà che Don Milani l'ha guardata come nessuno l'ha guardata mai.
Altro che misoginia!!!
Riccardo Fontana
https://www.avvenire.it/agora/pagine/don-milani-e-il-genio-femminile
Cultura e religione. Don Milani e il genio femminile
Roberto Beretta
Parlare del rapporto tra un uomo e le donne non è facile. Se poi l’uomo è un prete, le difficoltà aumentano. E se il reverendo si chiama don Lorenzo Milani, è come ritrovarsi in un tabù elevato al cubo. Perché su questo argomento, per quanto riguarda il sacerdote fiorentino si va davvero a tentoni: così scarsi risultano gli appigli biografici che qualcuno parlò nel suo caso di «misoginia» (l’accusa postuma è stata inopinatamente avanzata dalle cattoliche "di sinistra" Adriana Zarri e Lidia Menapace). Ma è una colpa se la prudenza del celibe don Milani era tale che, per esempio, non permetteva alle donne di dormire a Barbiana – così come agli allievi di entrare nella sua camera da letto? È rimasto celebre del resto il colloquio che, giovane vicario, tenne con una vedova che stava aiutando coi suoi ragazzi: lei alla finestra, lui in strada alla vista di tutti; e non per una sorta d’autotutela piccoloborghese, bensì per evitare ogni diceria che avrebbe potuto nuocere anzitutto alla donna.Bisogna tuttavia ammettere che l’argomento «don Milani e le donne» non appaga soltanto la voglia di scoop dei soliti giornalisti, ovvero una curiosità pruriginosa intorno alla sessualità di colui che è ormai un vero mito moderno, oltreché un prete; si tratta invece d’un tema che molti particolari – dal fortissimo rapporto con la madre, testimoniato in lettere quasi quotidiane, al legame altrettanto forte con gli alunni («Ho amato più voi che Dio», dirà il sacerdote in punto di morte) – indicano come meritevole di analisi seria, approfondita, equilibrata.Un buon apporto lo fornisce ora Rolando Perri – nella vita preside di un istituto tecnico, ma studioso milaniano di lunga navigazione – con Presenze femminili nella vita di don Lorenzo Milani. Tra misoginia e femminismo ante litteram (Società Editrice Fiorentina, pp. 132, euro 14). Il merito del libretto è anzitutto quello di mettere in luce l’esistenza di una folla femminile intorno al Priore, ridimensionandone alquanto una interpretazione individualistica e/o maschilista. In effetti, don Milani non si capisce senza il contorno di donne magari silenziose e poco appariscenti, ma comunque quotidiane e «importanti».Una su tutte – ma è anche finora la più nota – «la Eda»: ovvero Eda Pelagatti, colei che conobbe don Lorenzo giovane prete alla sua prima destinazione e poi decise di seguirlo fino alla morte, per 13 anni di lavoro duro e preziosissimo a Barbiana. Giustamente Perri la chiama «sorella in terra e non perpetua», perché lo stesso sacerdote – pur tanto diverso per origine e cultura – ne riconobbe sia con l’affetto, sia con i fatti il ruolo insostituibile: «Verso l’Eda ho solo debiti e nessun credito», scrisse nel testamento impegnando moralmente i suoi ragazzi a un vitalizio nei confronti della anziana donna.Tralasciando il rapporto con la madre Alice, già più volte indagato (il volume peraltro segnala pure i contrasti e non solo il forte legame tra i due), merita segnalare altre figure parentali femminili meno note al pubblico: la zia materna Silvia Just, ad esempio, ricca e colta, che tenne il luogo della sorella agnostica nell’appoggiare le scelte religiose del nipote; il quale peraltro le si rivolge con una confidenza addirittura meno «razionale» di quella usata con la madre. Oppure la balia Carola Galastri, che non fu un riferimento soltanto temporaneo, e la «nonna» Giulia Lastrucci (in realtà era la mamma della Eda e visse in canonica fino alla morte, avvenuta nel 1961).Delle collaboratrici più colte del Priore, invece, il primo riferimento obbligato è ad Adele Corradi: docente delle medie che collaborò alla scuola di Milani tanto da farsi trasferire in una sede più vicina a Barbiana; sul letto di morte don Milani (era appena stata stampata la sua Lettera) la definì «una professoressa diversa da tutte le altre che ci ha fatto tanto del bene». Meno noti gli influssi su don Lorenzo di Fioretta Mazzei, "segretaria" di Giorgio La Pira ma di suo eminente personalità del cattolicesimo fiorentino, che già nel 1961 invitò il sacerdote a parlare a un convegno nazionale dei direttori didattici, permettendo alla sua particolare pedagogia di farsi conoscere. Collaboratrici materiali preziose ma più estemporanee furono le milanesi Francesca Pellizzi Ichino e Elena Brambilla Pirelli; entrambe di famiglie alto-borghesi e cattoliche impegnate (la seconda negli anni tra Cinquanta e Sessanta fu riferimento imprescindibile per don Zeno di Nomadelfia e padre Turoldo), le due sostennero alcune iniziative del prete toscano attraverso un «mecenatismo sui generis e tutto al femminile».In base a tali relazioni, ma anche considerando alcuni scritti del Priore in difesa della dignità della donna (dai giudizi in Esperienze pastorali alla condanna del ballo come strumento di asservimento culturale), Rolando Perri si spinge a teorizzare addirittura un «femminismo ante litteram» di don Milani: «La vita del sacerdote, dell’educatore e dell’uomo Milani si trova al centro di un mosaico, le cui tessere sono tutte o in prevalenza al genere femminile. Appare singolare che un religioso abbia fatto della collaborazione, della vicinanza, della comunanza e dell’affinità elettiva con non poche donne, la condizione essenziale per progettare e realizzare un disegno di vita tutto basato sull’alterità e non inclinato all’egoismo».Forse una conclusione del genere è un po’ precipitata, ma certo l’argomento merita ulteriori approfondimenti. Ovviamente anche sul lato affettivo, coinvolgendo cioè lo studio del rapporto tra don Milani e la sua giovanile fidanzata, la milanese Carla Sborgi: una relazione intorno alla quale le «rivelazioni» hanno una certa ricorrenza e che ciò nonostante è tutt’altro che facile da analizzare. Una dozzina d’anni or sono Michele Ranchetti, storico della Chiesa e psicoanalista nonché amico giovanile sia di Milani che della Sborgi (defunta nel 1993), dava testimonianza in un libro della ferita che la donna diceva di aver conservato profonda dell’«abbandono» subìto da Lorenzo al momento di entrare in seminario.Fu per la consapevolezza di quel procurato dolore e – forse – per lenirne le conseguenze che don Milani, pochi mesi prima della morte, volle riallacciare i rapporti con la donna, fino al punto da invitarla al suo capezzale e presentarla ai suoi ragazzi? Chissà. Di fatto, uno dei presenti ai funerali del sacerdote notò Carla Sborgi «proprio dietro» il carro funebre. Esattamente come s’addice a una delle misteriose, nascoste ma fondamentali «donne di don Milani».