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Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291

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PAROLE D'AMORE NASCOSTE TRA LE PIEGHE DI BILANCIO

 

 

 

http://27esimaora.corriere.it/articolo/ti-aspetti-ancora-qualcosa-da-me-bilancio-di-un-matrimonio/

 

 

«Ti aspetti ancora qualcosa da me?» 

di Lucia Lavezzi
 
 

Gentilissima come sempre.

In vacanza senza un foglio di carta. Con tre figli da 19 a 8 anni che non sembrano sentirne la mancanza. Siamo venuti in treno, bagagli essenziali. Che hanno incluso i giochi della più piccola, la palla da basket del sedicenne, i trucchi della grande. Ma la carta no. Le liste della spesa si appuntano sui vecchi scontrini, perché le faccio io. I  punti delle partite di pinnacola sui cellulari, li registrano loro. Un dettaglio che segna il confine fra le generazioni. Come la mancanza di tv, che tutti, tranne la piccola, sostituiamo con i telefonini: io traffico con gli auricolari per fare colazione ascoltando un GR, al mattino presto, come quando facevo l’università, gli altri whatsappano con gli amici. Alla fine, l’assenza della tv pesa solo alla piccola, se non è in spiaggia.

Io navigo alla sera con il wifi della gelateria. Mi sento sola. Per carità, sono tutti grandi, la situazione non è da mamy blues, quando ti sembra di non riuscire né a parlare né a pensare, a forza di vezzeggi, pianti, gorgheggi e smorfie. Dopo cena facciamo mezzanotte a parlare di tutto e di niente. È il momento di ascoltarli, dopo mesi di corse. Per scoprire di quanto ci siamo allontanati, nella deriva che li fa crescere. Facevo notare i limiti di questa vacanza, rispetto ai miei gusti: la sabbia (la odio, voglio un mare di scogli) e la stanzialità (voglio vedere nuovi posti, esplorare ma, senza auto, muoversi costa, dunque benedetta la casa vuota dei nonni e stop). E loro mi hanno precisato che, avessimo soldi da spendere, non verrebbero certo nei posti che sogno io. Niente Corsica o Sicilia. In giro per l’Europa con gli amici, dice la maggiore, in montagna ai camp di basket, dice l’altro. Se voglio, posso andare con papà, mi confortano. Che non vuole: viene al mare a riprenderci, reduce da un ultimo mese trascorso a scorrazzare in macchina fra clienti, ci trascina in Toscana e parcheggia per 15 giorni. Al massimo, un giro in jeep nei boschi. Tende, monumenti, villaggi sconosciuti sono ricordi di oltre 20 anni fa: tanti ne compie il nostro matrimonio, a giorni.  E sarà bilancio. Me lo aspetto, forse ci spero. Perché, se avrà voglia di parlare di qualcosa di più che scadenze e impegni, come per tutto l’anno, qualche attesa ce l’ha ancora. Qualche sogno, qualche desiderio. Li temo, questi momenti.

Cinque anni fa, mi pare, quando, sulla porta della casa dei miei, una notte d’estate, ha detto che non si aspettava più nulla, mi si è bloccato tutto dentro. Ho pianto per notti  e, da allora, è partita la mia menopausa da poco più che quarantenne. Secca, quella dichiarazione mi ha fatta secca. Sono continuate le  ricerche di lavoro, le grida, gli strepiti, «lavorare con la bambina in casa che si rimbecillisce davanti alla tv non è possibile», ma si fa, ore al computer a cercare argomenti da proporre, nessuno degno di diventare una notiziola, oppure sì e allora ancora computer e telefono, un pezzetto 30 euro lordi, un’ora di ripetizioni 25, tutto tirato con i denti, sempre meno di quello che si spende, ogni sei mesi lui va in banca a disinvestire qualche migliaio di euro e spostarlo sul conto corrente. Così fino a quest’anno, terribile. I miei figli sono cresciuti fra i no per motivi economici, dopo una prima infanzia di grandi possibilità. In casa tensioni continue, continuo controllo: grida se le luci restavano accese, l’acqua calda scorreva per lavare i piatti, litigi ogni volta che c’era da prelevare o arrivava una richiesta dalla scuola (la gita, la mensa da prepagare …). Mi sono sottratta ad amicizie e frequentazioni: muoversi in auto costa, risparmiavamo e risparmiamo ferocemente anche su quello, non parliamo di cene e aperitivi. E poi, c’erano i loro impegni, partite, allenamenti, recite, teatri, scuola, dopo scuola. Mi muovevo solo per fare lezioni o procurarmi qualcosa da fare, per anni abbiamo incontrato, una volta l’anno, d’estate, per un gelato, un’amica con il marito disoccupato e la sua azienda in solidarietà, incrociavo mia sorella, anche lei senza lavoro, in tensione con il marito, gravata dai figli piccoli, malati sempre al momento sbagliato, che commentava le nostre spese per i figli («si vede che non avete così tanti problemi») e mi sentivo in un infernale gioco di specchi.

La cosa che più mi spiace è non essere riuscita a dare ai figli una camera che potessero amare. Pare assurdo; attribuisco un peso eccessivo e sbagliato a quello che mi dice Cristina. Come se il suo desiderio di lasciare casa non dipendesse dall’avere 20 anni ma dal non avere una camera tutta per sé. Non l’ha avuta – dice – mai, perché da bambina ha dovuto condividere lo spazio con il fratello e, da adolescente, con la sorellina. Con Simona che avrebbe voluto un letto «in alto» ed è incastrata al piano basso di un castello Ikea, odioso, perché rifare i letti è scomodissimo. Da tutto questo mi sono cavata fuori, in parte, qualche mese fa, con una supplenza a scuola. Sei mesi di lavoro stabile a 1600 euro al mese, circa, che ci hanno permesso di non intaccare più i risparmi. Nel frattempo, un corso: lavoro e Università, pacchia mai provata nella vita, con la vertigine di casa e famiglia che ti aspettano e si aspettano, da te.

Risultato? Quarantadue chili, mio padre e mia madre che non reggono a vedermi. Preferiscono non incontrarmi e, soprattutto, che nessun conoscente mi veda. Dal loro punto di vista sono un fallimento e, ormai, non perdono occasione per ripetermelo, anche davanti ai figli o agli altri nipoti. Sono una malata, dicono, inspiegabilmente, dicono. Io sono arrivata a pensare che tutti falliamo, per la maggior parte della vita. Bisognerebbe riuscire a fare fronte, evitare le frane e imparare. In ogni caso, se esorcizzarmi come fossi una strega cattiva, tenermi lontana, dirmi che sto sbagliando e, finché continuo a comportarmi come faccio, non vogliono nemmeno vedermi, se tutto questo può aiutarli, chiudendo la porta al vento mefitico della sconfitta, continuino pure. Io ho fatto scelte che non condividevano e non condividono ancora, ho sbagliato, dal loro punto di vista. Dal mio, fatico a dirlo, condizionata dall’affetto, penso di no.

Dunque eccomi, in attesa di un rendiconto che temo, in un ambiente che continuamente mi richiama quello che ero. Non odio solo la sabbia di questa città. Ho provato a scorrere la guida del telefono e non c’è traccia dei pochi nomi di compagne di scuola che ricordo. Qualche appiglio lo avevo trovato su Facebook, ma non ho approfondito. In uno di questi lunghi pomeriggi senza tv, computer e altro lavoro, mi sono ritrovata a frugare nel portafogli e a guardare le foto dei documenti, mentre controllavo la scadenza della patente. Proprio lo scatto per la patente l’ho fatto all’età che ora ha Cristina. Sono terribile. Tonda e idiota. Se confronto le mie pose con quelle sapienti e disinvolte di mia figlia, risento la stessa vergogna che provavo davanti alle mie coetanee, 35 anni fa. Insulsa, gli occhi miopi rimpiccioliti dietro le lenti o sporgenti per le lenti a contatto comprate con i primi soldi.

Incapace, ero e sono: incapace di gestire responsabilmente la mia vita, secondo i miei genitori, incapace di amore e interesse per la famiglia, nelle accuse di mio marito, incapace in generale nel giudizio dei figli, che lo dicono scherzando, lo danno per assodato. Incapace. Da sempre. Più mi sforzo di capire che cosa mi è successo e più arrivo a questa risposta.

Eppure, per un attimo, mi sono esaltata. Perché questa incapacità così coralmente affermata da non poter non essere vera, è stata ignorata. La bella stagione ci ha messo lo zampino. Più tenue di quello dell’estate scorsa, quando un ciclo mestruale, l’unico dell’anno mi aveva illusa di aver invertito un corso. Questa volta è stato un colpo di fulmine. Solo mio, naturalmente, come mi succede dall’adolescenza, come ha continuato a succedere più volte durante il matrimonio. Chi mi dava un po’ di considerazione, per motivi di lavoro o di rapporti civili fra persone, diventava interessantissimo, quello che mi diceva specialissimo, partivano i film mentali di baci, inviti a cena, interminabili conversazioni, viaggi romantici. Fantasie. La prima volta che, molto in crisi, lo confessai a mio marito, non ci furono drammi. Tutto naturale, tutto accettabile. A patto di entrare nelle fantasie, sbrigliandole, per ritrovare un po’ di piccante anche nel nostro letto.

Sono bastate una pizza e cinque rose degli ambulanti. Il 2 luglio, esattamente la sera del compleanno della mia primogenita. Ristorante a mezzogiorno con il nonno, a sera i colleghi insegnanti si trovano per una pizza di fine anno. Sono già stata a cena con i maturandi, ma è la prima volta fra soli prof. Mi pare importante. Mia figlia mi spinge fuori casa in tubino e tacchi. Mi aspettavo un collegio docenti, ne trovo solo cinque, di colleghi, a discutere di orari, una buona scusa per vedersi e fare serata anche a scuola chiusa. Io, che non so se e dove sarò l’anno prossimo, non c’entro nulla. E lui, il prof di matematica che mi ha invitato, me lo sussurra ogni tanto: «Ti stai annoiando?». Mi ha invitata lui. Qui parte il film, esattamente da «sussurra». In realtà, «dice», per quanto solo a me.

Pagano per me, passa il cingalese con le rose, ne prendono cinque e me le depositano fra le braccia: «Glielo avevamo promesso, se arrivava una donna». Il saluto è un appuntamento per mettere a punto quanto discusso: una mattina, davanti a un caffè freddo. «Sei ancora dei nostri?» mi chiedono. Ho da studiare, ho l’esame finale di Tfa fra una settimana. «Va beh, ma ogni tanto staccherai», insiste lui. Almeno nel mio film insiste, lo dice davvero e ride. Io sento dentro di me fortissima la voglia di rispondere che sono già là, che stasera mi sono sentita coccolata e sono disponibile, certo, a farmi coccolare ancora, che l’idea di essere l’unica fra tanti uomini è il mio sogno da bambina. Lui chiude dicendo: «Ci sentiamo, ci teniamo in contatto».

La mattina dopo, siamo gomito a gomito per gli ultimi esami. Lo guardo, fisicamente non mi fa alcun effetto. Non penso nemmeno di verificare in qualche modo un eventuale interesse per me: non saprei come fare. Ho giocato a capire se potevo interessare, mi è piaciuto chiedermelo. Mi è piaciuto star male, sentirmi rimescolare, avere il cuore in gola. L’ho avuto, per pochi giorni ma l’ho avuto. Un week end. E lunedì sera ho mandato un sms: domani la colazione si fa? Dove? Quando? Ne avevo parlato con mio marito, minimizzando «si trovano a discutere ancora» e lui: «Meglio partecipare, far vedere che ti interessa». Insomma, la giustificazione ufficiale. La risposta al sms è stata una chiamata: «Sono dal barbiere. Sentiti importante perché, per parlarti, ho abbandonato l’aria condizionata». Non c’è un giorno preciso per incontrarsi. Mi farà sapere. Ma ci sentiremo ancora, no? Ogni tanto, si può parlare, no? Passo una settimana sui Power Point di improbabili lezioni. Finisco il Tfa con un voticchio, non sono un granché di insegnante. L’uscita di famiglia per festeggiare la liberazione è al giapponese per pranzo.

Il mio primo giorno libero, insisto per uscire al mattino e andare a Milano: voglio vendere gli ultimi libri dei ragazzi, al Libraccio bisogna andare presto, altrimenti si fanno code di ore sotto il sole. E mando un whatsapp: «Ho finito, sono abilitata. Fino alle 10.30 sono in zona scuola. Se vuoi, prendiamo un caffè». Mi sembra di essermi sporta fin troppo. Ma no, una mossa di simpatia. Arrivo, vendo i libri, torno verso la macchina. Alle 9.40 un sms di risposta: «Ciaoooo auguroni!». E poi il secondo: «Ti ringrazio, gentilissima come sempre. Ci teniamo in contatto, fammi sapere le novità». Perché un sms invece di whatsapp? Non vuole che altri leggano le nostre conversazioni? Gli è venuto istintivo? Ha pensato che, come è vero nel mio caso, fosse il modo più sicuro per far arrivare il messaggio? Parte l’analisi testuale.

Scrive e parla come i ragazzi. «Gentilissima come sempre» me lo ha scritto proprio uno dei maturandi, alla fine di uno scambio di email di richieste varie. Gentilissima come si dice alle vecchie, ai capi (Gentilissimo signor Preside). Gentilissima come sempre, sono questo per lui. Ho capito male, ho inventato tutto. Bene, sicuramente meglio per tutti. Tanto a me serviva solo una piccola prova, un indizio di vita. Mi è bastata, posso sorridere di me stessa, senza rancori. Saluto il preside, è stato un anno bellissimo, mi sono abilitata, sono a disposizione. Rido ancora, a pensarmi infatuata. Presa dovrei dire, forse. Persino il vocabolario è vecchio, mentre accadeva sapevo solo pensare quanta ragione avesse Virgilio nel descrivere la passione che invadeva Didone, inattesa.  Filtri letterari per sensazioni fisiche. Metafore e descrizioni inventate quando tutto accadeva diversamente, forse.

Da allora, ogni tanto quel sorriso appena percettibile riaffiora. Mi sono goduta le «veteris vestigia flammae» divampanti, per un attimo, dentro di me. Ho voluto sentire simile a me mia figlia maggiore, che per una settimana non ha parlato che di un ragazzo, tornerà a casa sette giorni prima di ripartire in comitiva. Ho risentito un pensiero invadermi dal mattino, assalirmi nei momenti più impensati. Ho invitato via sms, ho persino avuto la scusa per fare un’ultima telefonata, una bega burocratica. Dopo la telefonata, ancora un sms, ancora per un caffè, senza limiti di orario. Laconica la risposta: buona estate. Senza «gentilissima», senza «come sempre». Per me l’estate è finita da tempo, le stagioni della vita non sono una metafora. Si è aggiunto questo sorrisetto ironico, così strano per me, che ironica non sono. Distaccato, senza cattiveria; di pietà per ansie e sospiri. D’amore o per i ragni che spazzo dagli angoli. Forse così si comincia a invecchiare.

 

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