Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291
Ammetto prontamente che perdonare è un imperativo morale; è chiaro che il perdono puó essere una forza potente di guarigione e riconciliazione.
Tuttavia, sento di dover parlare quando i consigli dei blog, degli articoli, dei libri e delle frasi edificanti trattano il perdono come una panacea per il dolore, la sofferenza e il “progresso” verso una vita più felice – senza nemmeno un pensiero alle varie situazioni, alle persone e alle fasi della guarigione per le quali questo consiglio non è utile. Peggio ancora, molti di questi avvisi sono anche del tutto offensivi, perché suggeriscono che se non riusciamo a perdonare stiamo vivendo nel passato, ci stiamo abbandonando ad emozioni negative, stiamo serbando rancore, siamo pieni di desiderio di rivalsa e di vendetta, siamo drogati di adrenalina, ci votiamo al vittimismo, ci ritiriamo nel desiderio di proteggere noi stessi anziché aprirci alla compassione o beviamo il veleno del rancore.
Questi assunti e giudizi non solo non prendono in considerazione il dolore reale che molte persone patiscono; scoraggiano anche un’analisi intelligente dei traumi che molte persone o gruppi subiscono. Inoltre, l’atteggiamento che sta dietro queste affermazioni può indurre vergogna nelle persone, facendo sentir loro che c’è qualcosa di sbagliato nel naturale processo di guarigione di una offesa o di un tradimento, dove il perdono potrebbe non essere il primo passo. La verità è che molte persone non perdonano semplicemente perché non è il momento di perdonare – e prendersi del tempo per procedere con il proprio passo può dare loro forza ed essere una cosa intelligente e utile. Per metterla sul semplice, è allarmante quanto gli psicologi possano essere poco psico-logici; perdonare non è la migliore medicina sempre e per tutti .
Infatti, può anche far ammalare.
Una persona con cui ebbi una conversazione fece eco ai quelli che sono i pensieri della maggioranza delle persone: “Quando ero nel mio momento peggiore, ho capito che il mio nuovo terapeuta era un angelo quando cominciai a rivelargli la vera storia di quello che mi era stato fatto e lei NON parlò assolutamente di perdono.”
6 ragioni per non perdonare (ancora)
Il perdono frettoloso ignora il fatto che la rabbia insorge naturalmente dopo essere stati feriti e spesso ha bisogno di essere elaborata, non estirpata come una qualche infezione batterica.
A dispetto delle credenze popolari, la rabbia ha in sé un potere naturale che può contribuire al nostro equilibrio – una forza che può aiutare una persona a stare in piedi da sola, a rendere future offese meno probabili, a costruire un senso di sicurezza e di fiducia in sé stessi. Infatti, la ricerca mostra che perdonare troppo prontamente può erodere il rispetto di sé [1] e portare a problemi relazionali più grandi e a partner meno auspicabili. Il punto è che rivendicare un po’ della nostra rabbia può essere salutare e produttivo.
Ascoltate l’entusiasmante voce di una donna: “Per quanto riguarda la mia vita mi sono allontanata dal Grande Perdono. Ogni volta era l’ennesima versione dello stesso sermone —’Per guarire voi stessi, perdonate!’ o ‘Se non perdonate vi infliggete del male da soli!’— Io esaminavo cosa potesse significare questo per il familiare che aveva abusato di me. Alla fine ho detto, ‘Fregatene.’ A volte sono arrabbiata; a volte sono in pace.”
Incoraggiare le persone a superare la rabbia prima del suo decorso naturale è repressivo e dannoso.
Quando la rabbia o la vendetta sono repressi, vengono interiorizzati. Cosa c’è di male in questo? La rabbia interiorizzata spesso viene fuori ancora più potente, più dolorosa; anche un’opprimente autocritica può gettare sale sulla ferita che speriamo di guarire. Inoltre, la rabbia repressa può portare alla depressione, a difficoltà relazionali e a una miriade di problemi di salute inclusa l’ipertensione, problemi cardiaci, mal di testa, problemi digestivi e altro ancora.
Consigliando alle persone di perdonare quando un’offesa è ancora recente si rischia di ignorare la sofferenza che queste stanno provando.
Potrebbe sembrare ovvio che dire a una persona di perdonare troppo prontamente possa essere insensibile. Ma non tutti lo capiscono. Ho lavorato con molte persone vittime di abusi da parte del coniuge o di violenze nell’infanzia alle quali è stato detto proprio di cercare di perdonare. La verità è che le persone hanno il loro modo di fare i conti con le ferite e i tradimenti, e le loro differenze temporali dipendono dalla severità della ferita, dal suo decorso naturale e dalle reazioni di coloro con cui condividono la loro pena.
Pubblicizzare il perdono può significare ignorare il valore di confrontarsi con chi ci ha ferito.
Cosa succederebbe se vi dicessi che perdonare troppo prontamente rende probabile che coloro che vi hanno fatto del male ve ne facciano ancora? Questo è esattamente ciò che il professor James K. McNulty ha riscontrato – le persone che perdonavano con più facilità avevano una probabilità doppia di venire maltrattate di nuovo subito dopo.
Inoltre, fare i conti con il vostro aggressore può rendere la vostra vita migliore, ma anche il mondo un posto più sicuro. Per metterla semplice, il bullismo, gli abusi, le aggressioni e la discriminazione potrebbero essere ridotti, se non eliminati, dal confronto diretto.
Una persona con cui ho parlato una volta disse: “Anche nelle questioni più banali, riprendere qualcuno per aver fatto qualcosa che ha fatto del male a qualcun altro è un mezzo per operare questi cambiamenti. Accadono così tante ingiustizie perché spesso nessuno dice niente.”
L’opportunità di consigliare il perdono dipende da chi chiede a chi di farlo.
Mettiamo una cosa semplicissima: chi commette un abuso che chiede alla vittima di perdonarlo e passare oltre potrebbe non avere a cuore l’interesse di quest’ultima. Ma è esattamente quello che succede in molti casi. Per approfondire, se la persona che vi consiglia di perdonare ha un legame emotivo, finanziario o di simpatia con la persona che vi ha fatto del male, questa è una buona ragione per aspettare a seguire il suo consiglio. Potrebbe essere un genitore che vi suggerisce di perdonare l’altro fratello, un’istituzione religiosa che vi suggerisce di perdonare un rappresentante del clero, o semplicemente una persona che è più legata a chi vi ha fatto del male che a voi. Di base, quando si presenta un conflitto di interessi, fate attenzione e rallentate prima di provare a perdonare a tutti i costi.
Consigliare di perdonare o lasciar stare a gruppi di persone che hanno patito un’ingiustizia spesso denota ignoranza ed è altamente sospetto.
Articoli su articoli predicano il perdono perché non riescono a dare un senso alle ferite create dal pregiudizio sociale e dalla emarginazione. Invece di rivolgersi ao colpevoli questi mali, si discute di perdono come se fosse solo un processo individuale – una persona che perdona l’altra. In qualche modo, l’idea convenzionale di perdono trascura alcune delle più profonde ingiustizie del nostro tempo, rendendo un consiglio di questo genere oscurantista ed anche complice rispetto ad alcune tematiche di razza, genere e di diversità in generale.
Per prima cosa, ignora i grandi progressi compiuti dalle donne, dagli afro-americani, dagli omosessuali, dai disabili e da altri gruppi soggetti ad emarginazione, attraverso delle persone che hanno preso il seme della propria vendetta e della propria rabbia e lo hanno trasformato in azione sociale.
Secondo, ignora il fatto che esistono ancora potenti pregiudizi che rendono queste ferite non solo una cosa del passato. Dovremmo perdonare chi commette un abuso mentre lo sta commettendo?
Infine, questa raccomandazione spesso viene da persone o gruppi che hanno un interesse a non guardarsi nello specchio delle loro responsabilità e risarcire mali di cui molti hanno sofferto. Questo ci porta a chiederci: questi articoli sono scritti da persone che forse non hanno familiarità con le storie degli abusi perpetrati da interi gruppo sociali e che altri devono subire? Hanno la segreta, oppure inconscia, speranza di essere assolti dalla loro colpa senza doverci convivere? Chiaramente, non possiamo essere indignati dal razzismo a Ferguson e poi promuovere il perdono e il passare oltre come la sola via per risanare il danno e l’ingiustizia subiti. Liam Grier e Price Cobbs hanno evidenziato questo problema nel loro importantissimo lavoro, Rabbia Nera, dichiarando: “Il più grave danno sociale che vediamo è che persone poco scrupolose possano usare la psicoterapia con i neri come mezzo di controllo sociale, per persuadere il paziente ad accontentarsi di ciò che ha.” [2]
Il perdono può essere dolce e salutare, non dico di no. Ma per favore, prima di suggerire di perdonare, fate attenzione alla gravità e alla diversità dell’offesa e alla natura della persona o del gruppo a cui lo state suggerendo. Se consigliamo il perdono sempre e comunque, voltiamo le spalle a talmente tante cose! – Un comportamento simile può gettare sale sulle ferite o coprire con uno strato di vergogna coloro per cui il perdono non è necessariamente il prossimo passo.
[1] Laura B. Luchies, Eli J. Finkel, James K. McNulty, Madoka Kumashiro, “The doormat effect: When forgiving erodes self-respect and self-concept clarity.” Journal of Personality and Social Psychology, Vol. 98 (2010): 734–749.