Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291
ALLA MENSA DEL SIGNORE
O Signore Gesù,
il pane consacrato,
il sangue e l'acqua del tuo costato
ristora
l'anima e il corpo di chi li assapora.
Le delizie della tua dispensa,
che offri alla tua mensa,
il divin tuo vitto,
preparato con abilità,
sostenga nel suo tragitto
la caduca umanità.
Riccardo Fontana
Tratto da: lastampa
«Gesù? Era anche un cuoco provetto»
Il teologo Pagazzi pubblica un libro originale che evidenzia una caratteristica del Nazareno poco indagata
Non solo predicatore e maestro, non solo autore di prodigi, non solo Dio incarnato in terra che si immola per la salvezza dell'umanità. C'è un'ulteriore versione della figura di Gesù di cui finora nessuno aveva mai parlato: quella di cuoco provetto. A darci l'inedita immagine di Cristo a suo agio tra pietanze, ricette e attrezzi da cucina non è una nuova edizione di «Masterchef» ma un teologo di vaglia, Giovanni Cesare Pagazzi, docente a Milano, che nell'agile libretto «La cucina del Risorto. Gesù cuoco per l'umanità affamata» (Emi, pp. 63, 5.00 euro), spiega dettagliatamente come il Nazareno non solo amasse stare a tavola con la gente, ma fosse anche capace di far da mangiare. Lo stesso appellativo con cui si presentava, cioè il «buon pastore», sta per colui che dà il «pasto buono».
Nella sua analisi delle fonti evangeliche, questa originale «chef-teologia» mette in evidenza una caratteristica finora del tutto ignorata del Figlio di Dio: per Pagazzi, Gesù non era solo il Maestro nella rivelazione del Regno dei Cieli, ma lo era anche per ciò che sapeva fare con lievito e farina, ortaggi e agnello, pesce alla brace e sale nella pasta. Insomma, aspetti molto concreti ma anche molto in linea con i valori del cristianesimo: cucinare non significa soltanto dare del cibo, ma soprattutto prendersi cura di ciascuno secondo i suoi bisogni.
«I testi evangelici restituiscono con ampiezza stupefacente il rapporto del Nazareno con la tavola e il cibo», ricorda l'autore, citando le numerose parabole in cui «il riferimento è lampante»: il banchetto di nozze del figlio del re, il padrone che serve a tavola domestici e fedeli, l'amministratore saggio che nutre i subalterni, il posto da occupare se invitati a un banchetto, o quella del «figlio prodigo». Stando ai Vangeli, «la convivialita' della tavola appare uno dei tratti caratteristici dello stile del Signore», che siede alla mensa dei buoni (gli sposi di Cana, le sorelle di Betania) e dei cattivi (pubblicani, peccatori, il sospettoso fariseo Simone). Anzi, agli occhi della gente egli appare «così ben disposto alla tavola», da essere definito - a differenza del Battista, tutto cavallette e miele selvatico - «un mangione e un beone». E lo stesso miracolo più raccontato dei Vangeli, la moltiplicazione dei pani, presenta Gesù nel gesto di offrire cibo a gente affamata.
Tuttavia il Nazareno non solo gode della tavola e nutre gli affamati, ma «si mostra pure intenditore del processo di produzione e approvvigionamento delle materie prime degli alimenti». E il tratto meno conosciuto è che Gesù sapeva proprio cucinare. In una parabola, ad esempio, il Cristo dà la ricetta per fare il pane («il regno dei cieli è simile al lievito che una donna prese e mescolo' in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata»). Ma ancora più significativo è che, alla fine del Quarto Vangelo, Gesù Risorto viene ritratto nella sua ultima apparizione, sulle rive del lago di Tiberiade, dopo la pesca miracolosa degli apostoli che non lo avevano riconosciuto, alle prese con «un fuoco di brace, con del pesce sopra e del pane»: «è Gesù che ha raccolto la legna, ha procurato il cibo, ha cucinato - sottolinea Pagazzi -. Senza scostarsi dal fuoco, chiede di portargli un po' del pesce appena pescato, con l'evidente intenzione di cuocere anche quello».
Insomma, «Gesù non si accontenta di alimentare, nutrire, e nemmeno di ricevere il cibo, ma cucina, trasforma, con quanto questo umanissimo gesto richiede in attenzione a cose e persone». L'autore arriva a chiedersi se quel pesce fosse stato lasciato dal divino cuoco «un po' crudo, per non perdere il sapore dell'acqua del lago», oppure «arrostito a puntino, così da arricchirne l'aroma col profumo resinoso della legna arsa». Gesù viene quindi trattato come un vero gastronomo `ante litteram´. E «se egli ha cucinato - annota il teologo -, ha intuito non solo le proprietà nutrizionali di pane e pesce, ma ne ha pure esaltato le potenzialità di piacere e compiacere».
Tratto da: Santalessandro
A tavola con Papa Francesco: cucina, ricette e spiritualità “casalinga” nel libro del giornalista
Roberto Alborghetti
di Carmelo Epis
Già nel suo primo Angelus dopo l’elezione (17 marzo 2013) e da quella domenica parole sempre ripetute, Papa Francesco augurò ai fedeli in piazza San Pietro «Buon pranzo». E più volte, a Roma e nelle visite pastorali in diverse città e nazioni, si è seduto alla mensa con i più poveri e dimenticati. Ora un libro ripercorre tutti i momenti di Papa Francesco legati alla tavola, dalle sue origini ai piatti preferiti, dalle omelie con riferimenti alla vita familiare alla volontà di condividere il cibo con chi non l’ha. Si intitola «A tavola con Papa Francesco. Il cibo nella vita di Jorge Mario Bergoglio», scritto dal giornalista bergamasco Roberto Alborghetti per le edizioni Mondadori Electa. «Pochi sanno — racconta l’autore — che Papa Francesco, prima di laurearsi in Filosofia e Teologia, si è diplomato in Chimica degli alimenti e che il cibo e la cucina hanno per lui un ruolo importante. Per il pontefice, la condivisione del cibo è un tempo per il prossimo».
Nel libro si ripercorre la vita di Papa Francesco partendo da questo particolare punto di vista, dalle ricette delle feste della sua infanzia, passando per la sua vita religiosa in Argentina dove non disdegnava di mettersi ai fornelli per preparare piatti per i suoi studenti e confratelli, fino ad oggi, quando pranza con i poveri e non ha problemi se la tavola è apparecchiata con bicchieri e piatti di cartone. L’autore riporta anche testi di omelie pontificie dove si elogia la cucina casalinga, i piatti della nonna, una ricetta come segno di solidarietà. Anche recentemente, parlando della famiglia riunita a tavola, ha lanciato l’allarme sull’invadenza di televisione e smartphone, che è «poco famiglia».
In pratica, il libro di Alborghetti affronta un ambito di vita di Papa Francesco in gran parte sconosciuto. Così ha indagato attraverso documenti editi e inediti, ricette, interviste e testimonianze, per ricostruire e presentare al pubblico il rapporto tra Papa Bergoglio e il cibo, la sua passione per la buona cucina e il significato che ancora oggi riveste per lui l’importanza di un’alimentazione adeguata e di una distribuzione alimentare accessibile a tutti. «Per Papa Francesco — conclude Alborghetti — “Buon pranzo” significa che il giorno di festa deve essere vissuto insieme, santificato nell’incontro fra genitori e figli, familiari, amici, ma anche fra estranei e persone in difficoltà, perché la tavola è luogo di ascolto, affetto, attenzione, sostegno e dolcezza»
Tratto da: farodiroma
Tutti sono invitati alla Mensa di Gesù
“Non c’è santo senza passato e non c’è peccatore senza futuro. E’ bello questo”. Lo ha ripetuto due volte Bergoglio, per sottolineare il messaggio trasmesso ai 30mila fedeli e pellegrini presenti in piazza San Pietro per partecipare all’udienza generale del mercoledì. “Tutti siamo invitati alla Mensa del Signore. Parola e Eucaristia, sono i farmaci con cui il medico divino ci salva”. Francesco ha spiegato che tutti siamo discepoli e che l’amore di Gesù riguarda ciascuno, nessuno escluso, quindi, a differenza dei farisei che erano molto religiosi nella forma, ma non mettevano al primo posto la misericordia, bisogna coltivare la vera fede considerando il significato che essa ha. “Come se a te ti regalassero un pacchetto e tu invece di andare a cercare il dono guardi soltanto la carta nel quale è incartato, soltanto le apparenze, le forme, e non il nocciolo della grazia e del dono che viene dato”, ha detto il Papa.
Oggi Francesco è tornato dunque a riflettere sul peccato e sulla capacità del cristiano di saper perdonare le colpe degli altri. “Innanzi a Gesù – ha detto Bergoglio sempre a braccio – nessun peccatore va escluso”. “Nessun peccatore va escluso”, ha ribadito. “E questo ci deve dare fiducia e aprire il nostro cuore al Signore” affinché “venga e ci risani” così come faceva con i peccatori e con le prostitute. Il Papa ha chiesto ai fedeli di rispondere all’invito di Dio con cuore umile e sincero perché la Chiesa, ha poi spiegato, non è una comunità di perfetti ma di discepoli in cammino, che seguono il Signore perché si riconoscono peccatori e bisognosi del suo perdono. La vita cristiana, quindi, “è scuola di umiltà che ci apre alla grazia”, ha dunque aggiunto il Papa commentando il Vangelo della chiamata di Matteo. “Tutti siamo peccatori, tutti abbiamo peccato”, ha commentato a braccio. “Matteo era un ‘pubblicano’, cioè un esattore delle imposte per conto dell’impero romano, e per questo considerato pubblico peccatore ma Gesù lo chiama a seguirlo e a diventare suo discepolo. Matteo accetta, e lo invita a cena a casa sua insieme con i discepoli. Allora sorge una discussione tra i farisei e i discepoli di Gesù per il fatto che questi condividono la mensa con i pubblicani e i peccatori”. “Ma tu non puoi andare a casa da questa gente”, dicono a Gesù. “Chiamando Matteo – ha spiegato il Papa – Gesù mostra ai peccatori che non guarda al loro passato, alla condizione sociale, alle convenzioni esteriori, ma piuttosto apre loro un futuro nuovo”.
La scelta di Gesù verso Matteo testimonia a giusta ragione l’amore incondizionato di Gesù verso tutti: lo dice anche nell’Esortazione apostolica Amoris Laetitia, Francesco, in cui invita tutti all’amore, all’accoglienza e all’integrazione. “La sua parola penetra in noi e come un bisturi opera in profondità, a volte questa azione è dolorosa perché incide in profondità sull’ipocrisia, smaschera le false scusanti, mette a nudo verità nascoste. Ma sempre incoraggia. L’Eucaristia è un ricostituente prezioso: ci nutre. E come un potentissimo rimedio che ci risana”. “Non i sani hanno bisogno del medico ma i malati”, ha ricordato in proposito il Papa citando il Vangelo per poi commentare: “nessun peccatore va escluso, perché il potere risanante di Dio non conosce infermità che non possano essere curate. “Questo ci deve dare fiducia”, ha osservato.
“Gesù – ha asserito oggi – non aveva paura. Amava tutti”. E questo esempio si scontra naturalmente con tutti coloro che innalzano muri con la propria superbia. “Sono muri che impediscono i rapporti”, ha denunciato Bergoglio sottolineando che un tale comportamento non è compreso da chi ha la presunzione di credersi “giusto” e migliore degli altri. “Superbia e orgoglio non permettono di riconoscersi bisognosi di salvezza, anzi, impediscono di vedere il volto misericordioso di Dio e di agire con misericordia. Eppure, la missione di Gesù è proprio questa: venire in cerca di ciascuno di noi, per sanare le nostre ferite e chiamarci a seguirlo con amore”.
Alessandro Notarnicola