Adriana, fede ribelle d’una donna «ruvida»
di Marco Roncalli
in “Avvenire” del 19 novembre 2010
Chissà se adesso che per lei comincia la vita futura, il gufo continuerà ad annunciare il giorno, se
ritroverà le rose del suo giardino o gli amati gatti, come tanto sperava chiedendo a Dio di non farle
scherzi. È arrivato ieri – per lei, vera credente un po’ ribelle e a tratti molto border line – il giorno
del 'passaggio terribile' come definiva la morte.
A novantun anni se n’è andata la notte scorsa Adriana Zarri (i funerali si terranno domani nella
chiesa di Crotte alle 9,30). Teologa 'progressista' affascinata dalla Trinità (e pronta ad individuare
nella mancanza della dimensione trinitaria «un dato tragico della cultura cattolica»), ma pure
scrittrice multiforme (libri di vario genere, saggi, articoli, vergati spesso da una penna tanto felice
quanto impietosa). Una donna che con i suoi occhi grigi scrutava il mondo reale, lasciando che
contaminasse tutta la sua teologia, e raccontando tutto quanto pensava (anche – a suo dire – per
rendere credibile la Chiesa...). Così se, in passato, più volte si era spinta a criticare il manicheismo
di don Milani o le indicazioni nate dal collateralismo fra Chiesa e Democrazia cristiana, più
recentemente aveva bersagliato le scelte degli ultimi papi (con pesanti riserve su coloro che
chiamava i 'restauratori' Giovanni Paolo II o Benedetto XVI) o i vescovi che definiva «ciechi, muti,
afoni» (con pesanti affondi in relazione allo sfacelo morale del Paese). Per non parlare degli attacchi
a parecchi movimenti accusati di fondamentalismo (i neocatecumenali, Comunione e liberazione,
l’Opus Dei,..), e senza dimenticare le precedenti divergenze dalla dottrina cattolica, quanto a
divorzio, aborto, celibato del clero. Insomma: una fede, la sua, per così dire, parecchio libera, non
disposta ad accettare confini e paletti. E tuttavia anche una fede, fatta di ascolto e disponibilità,
concentrata non sui crocifissi di legno appesi alle pareti, ma su quelli di carne itineranti per le nostre
strade. Nutrita dalla linfa della preghiera e del silenzio così importanti in una donna che da oltre
trent’anni aveva fatto la scelta eremitica. Andando a vivere successivamente in solitarie cascine
piemontesi. Un modo per non smettere di contestare, scegliendo forse la contestazione più vera:
capace di minare ogni dinamica di utilitarismo. Una solitudine, la sua, anelata da tempo, e tuttavia
concepita non come reclusione o spazio di isolamento, aperta agli amici (guai a chiamarli discepoli)
con i quali continuare a parlare di fede e ricerca di senso.
Così, dopo aver trascorso periodi prima ad Albiano, poi a Molinasso, era finita a Crotte, a pochi
chilometri da Strambino, dove aveva trasformato un granaio nella sua cella-studio, sotto la quale
quotidianamente, attraverso un ascensore raggiungeva la sua chiesetta. Uno stile di vita austero.
Monastico, potremmo dire. Levata all’alba, colazione, lodi, campagna, liturgia, pranzo, riposo,
lavoro, corrispondenza, articoli, cena, ricreazione, lavoro notturno. Sino a quando si era dovuta
adeguare al letto.
Nata nel 1919 a San Lazzaro di Savena, vicino a Bologna, presto impegnatasi negli studi teologici e
in un confronto personale con il cristianesimo, con esperienze in un Istituto secolare e nell’Azione
cattolica. Giovanissima comincia a collaborare con testate cattoliche, dall’OsservatoreRomano a
Studium,dal Regnoa Concilium, fino a Roccae Servitium . Fu attiva anche nell’Associazione
teologica italiana.
Poi ha scritto su giornali comePol iti ca o Sette giorni (già giudicati come 'cattocomunisti'), finendo
la sua carriera sempre più nel segno della laicità, con una rubrica domenicale sulManif esto, non
senza essersi fatta conoscere sul piccolo schermo nel programma di Michele SantoroS am a rca n d a
(atto di umiltà o contraddizione?).