Un amore lungo una vita
di Raniero La Valle
in “il manifesto” del 19 novembre 2010
Non so se la Chiesa, nelle sue istituzioni, renderà onore a Adriana Zarri. Non foss'altro che per il
suo lunghissimo amore, che è durato quanto la sua vita. Un amore esigente e critico, per il quale ella
si ostinava a pensare che non necessariamente la Chiesa dovesse essere così come era, che essa
potesse avere migliori papi e migliori vescovi, che potesse cambiare, rinnovarsi, per dispensare più
largamente parole di vita. E di una Chiesa capace di rimettersi in questione, di riaprire tutti i canali
di comunicazione col mondo, di tornare a narrare in modo nuovo il suo racconto di salvezza,
Adriana Zarri era stata testimone durante il Concilio, e al Concilio è poi rimasta sempre fedele.
Anche la scelta eremitica, mai pensata come fuga dal mondo o isolamento aristocratico, la rendeva
più forte nella sua libertà di fronte all'istituzione, come è proprio di tutta la tradizione monastica. E
anche nei momenti più critici, la sua fedeltà non è venuta mai meno. Certo parlava della Chiesa con
piglio da teologa, e con quella autorità che poche donne hanno saputo esercitare nella Chiesa, e che
in ogni caso ben raramente viene loro riconosciuto. Ma la sua teologia era meno interessata al
«logos» che all'amore, meno alla «verità» che alla misericordia; ed è per questo che pur dal suo
eremo, la sua presenza straripava su giornali e televisioni per dire la parola necessaria; e per questo
è stata compagna di speranze e di lotte, non violente e pacifiche, di molti di noi.
Perciò oggi di sicuro c'è una Chiesa che le rende onore, che ne raccoglie la lezione, che ne
custodisce la memoria, anche al di là della Chiesa visibile; è quella Chiesa che Adriana Zarri
rintracciava nell'umanità tutta intera, fatta di santi e di peccatori, di fedeli e di infedeli, di laici e di
preti, di poveri e di viandanti, tutti insieme, senza separazione né discriminazione alcuna.
Certo, è un dolore che sia morta nella solitudine, e non solo in forza della sua scelta monastica, ma
per amicizie fattesi avare, e per quella disattenzione e miopia che non fa riconoscere i valori, là
dove fermentano per tutti. Ma lei era contenta di vivere, ed anche pronta a morire. Non so se è stato
l'ultimo o uno degli ultimi suoi scritti, quello su Rocca del primo agosto scorso. Era un
«controcorrente» che significativamente era intitolato «Stagioni». Raccontava le stagioni come le
vedeva dalla sua cascina del Canavese, ma anche le stagioni della vita. E diceva che «l'alternarsi
delle stagioni è come i tempi della vita: l'acerbo verde dell'infanzia, la rossa accensione dell'età
matura, lo stanco biondo dell'invecchiamento, il bianco fermo della morte. Ma la morte dà origine
alla vita. È la resurrezione». E dell'autunno diceva che in esso «si raccolgono i frutti che il caldo
agosto ha maturato» e che terminato l'inverno «torna la primavera. Il sole sarà ancora caldo, il prato
sarà ancora verde e noi ancora con tanta voglia di vivere». Adriana Zarri se ne è andata tra l'autunno
della raccolta dei frutti e l'inverno che preannuncia «ancora tanta voglia di vivere».
È questa sua voglia e capacità di vivere che ora vogliamo celebrare, non la definitività della morte a
cui lei negava la vittoria. E non solo celebrare, ma raccogliere come lascito e come monito.
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| | www.youtube.com/watch?v=bh45k4TIyCg4 min - 23 ott 2007 - Caricato da EvoluzioneSFC |